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La battaglia delle Poste cui il Comune ha dedicato una targa

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9 settembre 1943: a Verona un combattimento mai avvenuto e sei eroici caduti mai esistitiQuerelato per diffamazione dagli inventori della panzana cui si unì il sindaco di Milano presidente dell'ANPI, lo scrivente, che aveva denunciato sulla stampa il falso storico, venne assolto con formula piena e i querelanti furono condannati al pagamento delle spese processuali – Ma la fandonia persiste

Verona, 21 dicembre 2017. - di Sergio Stancanelli

Sul quotidiano di Verona "L'Arena", in data 29 novembre 2002, nel testo d'un articolo che informava come fosse "Morto a Parigi all'età di 94 anni il partigiano veronese" Darno Maffini, si poteva leggere: «L'8 settembre [2002] aveva mandato la figlia Dellia in Piazza delle Poste, dove si commemorava il combattimento del 1943, quando Maffini con Berto Zampieri partecipò al primo episodio di resistenza. Ai fascisti che negano il fatto aveva risposto con querela per diffamazione. Invano ha sollecitato il processo».

I fascisti che negano il fatto vanno identificati nel giornalista Sergio Stancanelli, il quale l'8 settembre 1943 non si trovava in Verona ma che, sulla base delle testimonianze raccolte – in primo luogo quella del signor Paolo Cappelletto, che all'epoca, milite della R. S. I., era stato autista del capitano Erich Priebke – , aveva scritto su "L'Arena" che il fatto non era mai avvenuto ed era totalmente frutto di invenzione.

Contestando una targa che il Comune aveva fatto apporre nella piazza Viviani (dove è ubicata la sede centrale delle Poste di Verona) celebrante il sacrificio di sei eroici cittadini i quali nel combattimento il mattino del 9 settembre avevano perduto la vita ma erano rimasti ignoti, lo Stancanelli aveva scritto che il motivo per cui di loro, non solo non si conoscevano le generalità, ma neppure si sapeva dove fossero finiti i cadaveri, risiedeva nel fatto che il combattimento non era mai avvenuto e che i sei eroi non erano mai esistiti.
Gli inventori della presunta panzana, capeggiati dal membro del Comitato di liberazione nazionale Vittore Bocchetta e sotto l'alta ala del presidente dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia Aldo Aniasi, sindaco di Milano, diedero querela allo Stancanelli.

E' falso che il Maffini abbia «invano sollecitato il processo»: il processo ci fu, si tenne in Verona nel corso di varie udienze, e al convenuto si unirono spontaneamente varie testimonianze di persone che egli non conosceva ma che l'8 settembre 1943 si trovavano a Verona, le quali attestarono come quel giorno nella piazza delle Poste non fosse accaduto assolutamente nulla. Fra le tante, voglio menzionare quella di un collega che, all'epoca ragazzino, faceva il fattorino presso uno studio legale, e che quel giorno, incaricato di spedire delle raccomandate, si recò alla Posta centrale, dove, testimoniò, tutto era tranquillo e gli uffici funzionavano regolarmente. Ma anche in tempi successivi ricevetti, non richieste, conferme, tra cui quella d'un noto dottore farmacista di via 4 novembre, e quelle, telefoniche, d'un signor Giorgio Girardi di Verona, che mi chiamò il 23 aprile 2006, e d'un Carmelo Mòdica, ora in Mòdica (Ragusa), che mi contattò il 16.6. '06, dei quali posso fornire indirizzi e numeri telefonici.

Di fronte alla prospettiva di perdere la causa, i querelanti si offrirono di rimettere la querela, ma lo Stancanelli proclamò che avrebbe accettato la remissione solo quale vincitore e con tutte le spese di giudizio addebitate ai querelanti. Lo scrivente venne assolto con formula piena, e i querelanti, con in testa l'Aniasi, vennero condannati al pagamento delle spese processuali. Varie emittenti televisive mi invitarono poi a programmi appositamente organizzati, fra le quali la svizzera TeleCampione.

Dopo di che... la lapide bugiarda rimase dov'era, e sin dal successivo 8 settembre 2003 in piazza Viviani si continuò a celebrare, se pure con cautela, la storica impresa mai avvenuta: fra l'altro, come si può constatare dalla cronaca "Si commemora la Resistenza" pubblicata il 10 settembre 2003 su "L'Arena", senza più far cenno dei sei eroici caduti rimasti ignoti. Non so se la lapide ci sia ancora, e se le annuali commemorazioni proseguano imperterrite, perché la tarda età mi ha fatto casalingo e perché non leggo più "L'Arena": ma, considerata la faccia di bronzo di chi la storia se la inventa e di chi avalla le invenzioni, immagino di sì.

La battaglia delle Poste cui il Comune ha dedicato una targa