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“L’epopea dei Savoia” (VI° fascicolo)

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Gli opuscoli Liebig degli anni Trenta. Da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele III

Verona, 18 maggio 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

Sesto ed ultimo fascicolo della serie, "I re d'Italia" conclude la collana di opuscoli "L'epopea dei Savoia" pubblicati attorno a un'ottantina d'anni addietro (non sono datati) per fini dichiaratamente pubblicitari ma con esiti d'alto livello culturale, com'è attestato dal patrocinio del Museo del Risorgimento in Milano e come si constata sfogliandoli e leggendoli.

Ai testi (cinque pagine e mezza ogni numero) scritti in una lingua italiana grammaticalmente corretta – modalità oggi smarritasi nei meandri del pressappochismo, rivendicato da taluni autori ed editori non solo come un diritto ma anche quale fatto positivo, – ed ortograficamente accettabile anche se non ineccepibile, s'accompagnano quattro tavole a colori di classica ed egregia fattura oltre a quella in copertina, alla maniera di Achille Beltrame o del suo allievo Walter Molino, anonime ma siglate F. C., mentre nell'anonimato più assoluto rimane l'autore dei testi, bravo tanto sotto l'aspetto storico e cronachistico quanto sotto quello letterario, che non aspira a premi Nobel ma s'accontenta di non sfigurare agli occhi degli accademisti della Crusca.

I re di cui vengono narrate le biografie sono Vittorio Emanuele II, Umberto I e Vittorio Emanuele III, i tre che l'Italia ebbe prima dell'ultimo, Umberto II, il quale regnerà un mese, cacciato dai risultati d'un referendum cui all'epoca il settimanale "Candido" dedicò per mano di Giovannino Guareschi l'illustrazione del monumento ad una macchina calcolatrice truccata, e i cui risultati nei giorni nostri sembra riconfermarsi siano stati alterati mediante l'immissione nel conteggio di alcuni scatoloni di schede non provenienti dai seggi elettorali. Che questa repubblica del caos nata da un fenomeno fuori legge quale fu la Resistenza, tragga origine anche da brogli e falsificazioni, ne definisce molto bene le qualità, che chiunque non sia sordo, cieco e deficiente può ormai da molti decenni constatare tutti i giorni, ad ogni ora quando non ad ogni minuto che passi.

Dopo Vittorio Emanuele I re di Piemonte e Carlo Alberto re di Sardegna, Vittorio Emanuele II fu il primo re d'Italia, proclamato il 17 marzo 1860 in seguito al successo conseguito dalla spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Sotto di lui, la penisola venne unita in una sola nazione dalle Alpi e le Dolomiti all'Etna. Mancavano Venezia, che si ebbe nel '66, e Roma, che si ebbe con la breccia di porta Pia nel '70. Artefice dell'unione era stato Camillo Benso conte di Cavour, ma all'impresa il re galantuomo aveva apportato il contributo di saper smorzare ogni conflitto ideale per quanto apparentemente irriducibile.

Mancato improvvisamente in età di soli 58 anni, gli succedette il figlio Umberto I, che svolse con scrupolo e imparzialità il delicato còmpito di comporre le diversità di vedute fra le diverse classi sociali, e diede al Paese una solida organizzazione sia economica che militare, dotandolo fra l'altro di una flotta che era la più potente nel Mediterraneo. Gravi calamità turbarono il suo regno: nel 1882 le enormi inondazioni nel Veneto, l'anno appresso il disastroso terremoto nel napoletano, e infine il colera che fece stragi per anni. Morì com'è noto assassinato in Monza da un criminale anarchico.

Salì così al trono Vittorio Emanuele III, il sovrano che regnava nell'epoca in cui i libretti di cui andiamo parlando venivano stampati, e sotto il quale per merito del regime fascista la dinastia dei Savoia salì al supremo fastigio dell'impero. Ovviamente, il testo glorifica il re soldato ed il suo rifiuto a proclamare lo stato d'assedio nel 1922, ma va riconosciuta la sua fermezza quando al convegno di Peschiera l'8 novembre 1917 egli si oppose agli alleati dell'Intesa che dopo Caporetto volevano imporre al nostro esercito un comando straniero (il cronista osserva che qualcosa del genere accadrà nel '42 in Africa settentrionale quando senza opposizione le nostre truppe verranno poste sotto il comando del tedesco Erwin Rommel).

Penso non sarebbe di buon gusto ricordare qui la fine della dinastia quale fornitrice di re d'Italia, ma voglio rammentare come i fautori della repubblica non ebbero ritegno nell'esiliare la famiglia Savoia e nel vietare ai suoi membri maschili ed alle loro consorti di rimettere piede in Italia. La paura che incuteva un eventuale ritorno all'ordine costituito, distrasse i legislatori dal ridicolo in cui si lasciarono cadere. Una quindicina d'anni fa per altro, evidentemente nella consapevolezza del grottesco nel permanere d'un divieto che aveva assunto tutto l'aspetto d'un dispetto bambinesco, la misura è stata revocata, e il figlio di Umberto II, quel Vittorio Emanuele che avrebbe dovuto essere IV, ha potuto rientrare nella propria Patria.
Segnalo che nella didascalia della quarta ed ultima illustrazione di questo opuscolo, è errato l'anno, che era il 1936, nel giorno della proclamazione dell'Impero, non il 1937.

“L’epopea dei Savoia” (VI° fascicolo)
 

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