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Quella maledetta "zona grigia"

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Monselice, 18 maggio 2017. - Adalberto de' Bartolomeis

Dentro un bagno del Teatro Nuovo di Roma il 14 ottobre 1944 venne ritrovato un volantino che diceva quanto segue: "noi fascisti repubblicani siamo in pochi, italiani, ma siamo gente di fede, decisa a tutto osare, poiché probabilmente più nulla avremmo da perdere, tutto da riconquistare, nessun diritto, solo dedizioni e doveri".

Il volantino rinvenuto non portava nessuna firma e solo dopo quattro mesi dall'ingresso delle forze alleate nella capitale, qualcuno, oggi, giustamente, si cimenta per cultura e narrazione storica di quel terribile periodo, nella propria professione, alla ricerca di tante verità, che nemmeno dopo oltre settanta anni, indagarci sopra è sufficiente, ma è però avvincente. Una realtà umana e collettiva di coloro che aderirono alla RSI, la cosiddetta "parte sbagliata", quella parte dove c'è un Mussolini che ritorna "in sella ad un cavallo malconcio, zoppo", il cavallo del recinto di Salò, della strana Repubblica Sociale Italiana, voluta da Hitler, per chiudere un occhio al tradimento tramato da un intero apparato politico e militare e quindi di uno Stato, il cui unico referente al cancelliere nazista, lui, il Duce, resta comunque responsabile di trame e complotti orditi contro sè stesso perché fosse tolto di mezzo e dopo, fatto fuori, in quanto divenuto ingombrante in tutti i sensi, da parte di un Re, di un Badoglio ed una pletora di generali, ammiragli, con uno Stato Maggiore intero.

In questa situazione rimane il resto dei militari, sbandati totalmente, privi di ordini, di tutto, in balìa di cronometrare minuto per minuto quanto rischiosa potesse, di colpo, rendersi la loro esistenza, di fronte a scelte difficili a cui optare. O stare di qua o stare di là, ma fuggire, per carità, sarebbe stato vile. Scattano così 19 mesi da quell'8 settembre del 1943 in cui si contrappongono fascisti convinti ad antifascisti di vecchia data, che si mobilitano quest'ultimi, anche per organizzare la Resistenza. Tra queste due minoranze, sia pure organizzate e strutturate, velocemente, nell'incalzare dei mesi, c'è però una ampia zona grigia, caratterizzata da una magmatica incertezza che porta a fare l'una o l'altra scelta, o prima l'una per poi passare all'altra, sulla base di circostanze e fattori contingenti.

Ecco che si mischiano fascisti e partigiani "per caso", con il noto e tragico trascorso di una guerra civile. Loro sono in mezzo a questa "zona grigia" e fuori di essa gli schieramenti militari opposti: nazisti ed alleati. Toccò una scelta drammatica a tanti militari internati in Germania dopo l'armistizio o già prigionieri degli Alleati. Ai primi, soprattutto agli ufficiali fu proposto di costituire i quadri del nuovo esercito repubblicano. Pochi accettarono convintamente; altri, benché le condizioni fossero improbe di detenzione in questi Lager decisero di resistere con un convinto rifiuto, anche a costo di morire, come è avvenuto.

Ai secondi, i cosiddetti "Prisoners of war", rinchiusi in vari campi di concentramento, sparsi in tutto il mondo, fu data la possibilità di cooperare per conto degli Alleati. Anche qui, molti decisero convintamente per il no ed altri vennero riabilitati come manodopera o reintegrati nei costituendi gruppi di formazioni militari, agli ordini di ufficiali italiani, non tutti fedeli al Sovrano, ma a nuove discipline militari imposte e controllate dagli Alleati.

L'incalzare degli eventi e la chiusura a tenaglia di quella che fu un' Italia fascista e monarchica fanno precipitare nella famosa "Valle del Po" avvenimenti di sangue, bombardamenti continui, mitragliamenti, fucilazioni, un po' dovunque, guerra insomma, dove l' Esercito repubblicano del maresciallo Graziani si stava portando inesorabile alla resa con le sue formazioni delle Brigate Nere di Pavolini. La linea del fronte, salendo, fa copiose diserzioni nelle file della RSI, benché fino agli ultimi giorni non mancano giovanissimi, poco più che bambini, che si arruolano come soldati fascisti, anche improvvisati follemente, negli ultimi giorni di guerra, persino a fine aprile del 1945!

Una lettera singolare spedita da Belluno, da parte di un padre al proprio figlio nella Milizia volontaria per la Sicurezza Nazionale fa capire molto bene il senso e la misura delle parole del genitore che precorreva tempi lugubri e drammatici per l'incolumità del proprio figlio, anche dopo una resa totale e la fine di una guerra lunga. Scrive: "quando finirà la guerra sarà bene che non torni subito a casa, non per gli inglesi né per gli americani, ma per gli italiani stessi, specie per quelli del tuo paese, che sicuramente ti faranno la pelle". Per questa gente fu anche per loro l'ultima resistenza, ideologica, degli irriducibili, dei rinchiusi nel campo di Coltrano, dove confluirono solo gli arresi della RSI ai militari alleati, quelli che si salvarono e quelli condannati a morte da tribunali militari. Finiva così l' Italia di Salò, ma incominciava anche "Il sangue dei vinti" di Giampaolo Pansa.

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Caro Adalberto, ecco proprio mio padre Ferruccio, impiegato civile del Municipio di Addis Abeba, alla caduta dell'impero, fu catturato dagli Inglesi. Non accettò, come molti altri compatrioti, di "cooperare" con il Negus, rientrato dall'esilio di Londra. Venne internato dagli inglesi nel "fascists' criminal camp" di Gathuma 3 nei pressi di Salisbury nella Rhodesia del Sud, dove rimase prigioniero fino al 1947.

Claudio Taverna

Quella maledetta
 

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