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Generali ed Ammiragli che sbagliarono, fedeli al loro Sovrano

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«Avanti Savoia»

Monselice, 16 aprile 2018. - di Adalberto de' Bartolomeis

Al grido di " Savoia" si combatté nel Risorgimento, nella 4^ guerra d'indipendenza, cioè la 1^ guerra mondiale, nelle Colonie, in Spagna, nei Teatri Operativi dello scacchiere italiano, durante la 2^ guerra mondiale. Innocenti e totalmente in buona fede fu a questo grido di battaglia che centinaia di migliaia di soldati di diverse generazioni credettero, altri no, andarono all'assalto, occuparono posizioni importanti, al prezzo immane di un sacrificio da olocausto, tuttavia, importante malgrado il sacrificio, per confermare i destini di una Nazione, dalla tradizione politica però molto debole e che comandava i suoi generali ed ammiragli.

Costoro, dai gradi apicali fino al semplice graduato, sapevano che ad unire nell'impari lotta in seno alla retorica di una Nazione che attendeva gli eventi c'era il grido "Avanti Savoia". Quanti morti peró, quante decimazioni subìte, quanti mutilati, invalidi nel corpo e nella mente. Quanti deportati, quanti trucidati da più fazioni, nemici, militari ed in ultimo organizzazioni militarizzate, in un finale tragico, di desolazione, di distruzione, dove si potrebbe dire che dopo 30 anni di oblìo, delusioni ed inganni, questo peso di morti sulle coscienze duró un trentennio, dal 1915 al 1945.

Come tutti i Paesi che hanno vissuto cambi di regime e fratture profonde politiche l'Italia ha sempre avuto più di qualche difficoltà a riconoscersi in un passato comune ed a coltivare una memoria che non sarà mai condivisa. Il nostro, non dimentichiamolo, è il Paese da azioni di governo "tradizionalmente" titubanti, incerte, scarsamente rigorose, o di fermezza troppo moderata dove diversi Presidenti del Consiglio si dimisero o mutarono i regimi.

Gli addebiti principali vanno alla Monarchia, fragile anche qui, per antica tradizione familiare ed in ultimo per controversa figura dell'ultimo sovrano, Vittorio Emanuele IIII, personalità fortemente contraddittoria. Nel suo primo quindicennio di regnante riuscì pure ad essere un re equilibrato, addirittura in fama di progressista o quanto meno di "giolittiano". Eppure nel 1915 non tenne in alcun conto il parere del Parlamento, come peraltro le sue prerogative gli consentivano, pur di portare l'Italia alla guerra. Era in quel momento un uomo deciso, determinato, fermo, ma durò poco. Nell'ottobre del 1922 fu il suo rifiuto di firmare un decreto di stato d'assedio già pronto, ma di fatto, atto a spalancare le porte della capitale al fascismo, che cedette in tutto.

Da allora il re avallò, senza visibili resistenze, tutte le scelte più sciagurate del regime: dalla cancellazione di ogni procedura democratica alla discriminazione dei cittadini su base razziale: un provvedimento peraltro che violava oltre che lo spirito lo stesso Statuto Sabaudo, fino all'entrata in guerra a fianco della Germania nazista. È vero che fu lui a decretare la caduta di Benito Mussolini, così come ne aveva consentito l'ascesa, ma quando si trattò di tirare fuori l'Italia dalla guerra il re condivise con il suo ricostituito governo ed i suoi generali la responsabilità della tragedia del dopo 8 settembre, dove lo scandalo non stava tanto nella sua fuga dalla capitale, quanto la somma enorme di errori da lui commessi, di disorganizzazione, inganni ed inutili furbizie con cui l'operazione finale era stata preparata sotto la sua regia.

Fu qui che emerse in tutta la sua tragica realtà l'assoluta debolezza di questo sovrano che, anziché divenire il punto di riferimento per un Italia smarrita, già dalla promulgazione delle leggi razziali nel 1938, lui pensó l'8 settembre 1943 di salvare la pelle, fuggendo, con tutto il suo seguito, tra le braccia degli alleati che comunque non potevano che essere un po' sgomenti ed imbarazzati. Nei 45 giorni del suo nominato governo Badoglio non alzò poi un dito per revocare le leggi razziali che rimasero in vigore. Quell'8 settembre non ci fu nessun ordine, nessun comando fu impartito alle truppe, nessun invito alla resistenza fu da lui pronunciato.

Il re d'Italia abbandonava la Patria al suo destino, abbandonava i suoi frastornati soldati, inermi ed anche bravi Comandanti, alle barbarie dei tedeschi, senza nessun rimorso di coscienza. Sbaglió tanto, tantissimo, a mio avviso, ma mentre le decisioni iniziali, pur se sbagliate ed azzardate con il senno del poi potevano essere dettate anche da una certa logica ed in qualche modo giustificabili, ciò che viceversa non può che essere condannato fu il suo silenzio dinanzi agli orrori di una dittatura da lui sfruttata per titoli ed onori, negli anni dei trionfi e rinnegata solo nel momento della disfatta.

Ciononostante Vittorio Emanuele III avrebbe potuto riscattare le sue colpe assumendo il comando di un'Italia allo sbando e non con la sua fuga, con tutte le conseguenze che ne derivarono. In definitiva rappresentò un fallimento di 46 anni di regno; fallimento che gettó nel fango il suo casato, distrusse agli occhi degli italiani il ricordo delle imprese dei suoi gloriosi ascendenti fino a Vittorio Veneto. Pertanto è molto difficile rimuovere dalle coscienze il ricordo di quegli anni di orrore non potendo oggi essere che "notai" della Storia. Il re morì in esilio, ad Alessandria d'Egitto, nel 1947. Fu un sovrano certamente non fortunato trovandosi di fronte, nel corso del suo lungo regno ad alcuni tra gli eventi più tragici della storia dell'umanità, di fronte ai quali ogni sorta di decisione, vista con l'occhio del momento dell'epoca non poteva dirsi di certo facile.

Generali ed Ammiragli che sbagliarono, fedeli al loro Sovrano