Dom06242018

Last update06:40:00

Back Cultura e Spettacolo Storia I manager della sconfitta

I manager della sconfitta

  • PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

Monselice, 12 giugno 2018. - di Adalberto de' Bartolomeis

Responsabili di scelte sbagliate perché costretti anche da un capo, il Duce del Fascismo, a sottostare ai sui "capricci" di volere sedere, in quattro quattr'otto al tavolo dei vincitori, con un alleato pazzo, alcuni vertici militari delle tre forze armate di una Nazione che già nella sua impresa coloniale non fu certo una perla di gloriosi successi e pertanto non da doversene vantare, sono ricordati per le incredibili piroette che fecero.

Incoerenti fino all'ultimo, sempre cercando di salvaguardare se stessi, pronti a difendere i propri interessi corporativi di un rango di una categoria sociale elevata e prestigiosa, sapevano anche starsene molto distanti dai loro soldati. Quest'ultimi ricevettero ordini, disposizioni, sulla lunga catena di comando, fino a quando la stessa non s'inceppò nell'immediato incalzare fallimentare degli eventi bellici, forse già dichiarata guerra alle cosiddette Nazioni plutocratiche il 10 giugno 1940.

L'accumulo solo di disfatte, dalla Grecia, alla Francia, alla Russia, ai Balcani e nel Nord Africa, misero in luce atteggiamenti che riflettevano tra di loro tante debolezze, sparuti scrupoli e soprattutto ambizioni personali, a danno del collega che avesse qualcosa da farsi perdonare, pronto a prendere il posto del dimissionario. E difatti, uno dopo l'altro, soprattutto tra le file del Regio Esercito arrivarono le dimissioni. Questi generali, passati alla storia come dei camaleonti perché adattavano col repentino mutare degli eventi il loro modo di agire, non potevano, certo, avere la considerazione di grandi uomini.

Contrastati da invidie continue nelle loro carriere, beghe personali e sfrenate ambizioni per mettere sempre in risalto quanto di meglio potesse compiacere alla sorte di chi li teneva a bada, Benito Mussolini prima, Vittorio Emanuele III dopo, contribuirono, purtroppo, a recare ulteriori danni ad una Nazione dilaniata da una guerra dove non esisteva un'adeguata preparazione per saperla affrontare. Non esiste una storia complessiva dei loro comportamenti, ne i meccanismi con cui venivano selezionati e dell'ideologia che li muoveva. Alcuni di questi individui appartenevano ad un minuscolo regno piemontese abituato a fare guerre in conto terzi e prendere le briciole del vincitore. Questi generali che maneggiavano ancora la dottrina risorgimentale rimpiangevano, difatti, i tempi lontani ed eroici, quando erano sempre proiettati per folgoranti carriere, ma si trovavano sul Carso o sugli altipiani a fronteggiare una prussietta subalpina con bilanci che andavano quasi tutti in divise e cannoni.

La vita era scandita a suon di tromba e le città andavano a dormire con il silenzio, mentre nel convulso giro di valzer di poltrone al Ministero della Guerra, tra incarichi di Capo di Stato Maggiore di Forza Armata e Capo di Stato Maggiore Generale, a colpi di rimozioni, avvicendamenti immediati, tra il giugno del 1940 e l'8 settembre 1943 in soli tre anni, alcuni di questi signori con vistose greche la guerra non la facevano mai sul serio, loro, gli altri, chi appena inferiore di una greca, fino al soldato, sì. Ci sono molte biografie, anche di singoli generali, soprattutto dell'epoca del regime, qualcuna vagamente assolutoria che si sono dannate l'anima a dimostrare come dopotutto anche loro cospirassero, anzi a dir meglio mugugnassero contro il regime, ma in fondo non si poteva fare di più.

Eh già: c'era il re che taceva e come potevano i generali, fedeli alla Monarchia non obbedire al loro re? I generali di quell'epoca, di quel periodo che sembrava portare alla completa dissoluzione di uno Stato, prigionieri di una realtà a loro schiacciante, dalla quale tramavano per trovare scappatoie poco onorevoli, si atteggiavano a sentirsi superuomini, iperbolizzando se stessi e la propria missione militare perché erano già consci dei loro limiti e persino dell'inutilità di proseguire una guerra. Giurarono fedeltà al nemico fino all'ultimo ed accusandosi fra di loro mandarono a suicidarsi pari grado o, scampata una deportazione o fucilazione per diserzione o tradimento, si aiutarono, mutati ulteriormente gli eventi, a deferirsi in tribunali per crimini di guerra, che la storia li annotò solo tra i testimoni e le biografie. Nelle loro avventure del secondo conflitto mondiale contribuirono a fare e disfare l'Italia. Con le loro divise ornate di greche e nastrini, tra vizi, virtù, glorie e molti misfatti sapevano anche essere intrepidi, arroganti, implacabili, colti, incapaci, mediocri, chi con la pistola in pugno e sempre in prima linea e chi invece trincerato in poltrone, mentre distanti tra loro, raramente al fianco, si spargeva pietà ed onore.

I manager della sconfitta

Chi è online

 186 visitatori e 1 utente online