Si prende atto dalla Storia

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Monselice, 21 novembre 2019. - di Adalberto de' Bartolomeis

Dalle "conclusioni" di una lunga relazione che fece il Ten. Col. Livio Picozzi come promemoria per il suo diretto superiore, Capo Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, il 17 novembre 1948, a seguito dei rilievi fatti sul posto durante un'apposita Missione Militare sull'isola di Cefalonia, tra il 21 ottobre e 3 novembre dello stesso anno, desidero sintetizzare come l'ufficiale, rientrato da Cefalonia pose in rilievo le sue note conclusive:

"che cosa conviene fare?

1) - lasciare che il sacrificio della divisione "Acqui" sia sempre circonfuso da una luce di gloria, oppure spogliare una tragedia dal suo carattere compassionevole e fare dei morti di Cefalonia altrettanti "caduti in guerra" e mai presentarli come poveri uccisi?

2)- Insistere sul "movente" ideale che spinse i migliori alla lotta o ricordarli tutti e tra quelli che si sono battuti fino all'ultimo, ma altresì sopraffatti dalla crudeltà di un nemico che covava da tempo di esserlo, con gli italiani?

3 - Si, quindi: non modificare la "storia" già fatta, non perseguire i responsabili di erronee iniziative, anche se dovessero sopraggiungere nuove emergenze e ciò per non incorrere nelle rischio che il "processo" a qualche singolo diventi poi il processo di Cefalonia. Questo vuole il rispetto ad essi dovuto: il riguardo alla sensibilità di migliaia di famiglie e l'opportunità di secondare il mito di gloria che si è formato intorno a questa vicenda, in una larga parte della pubblica opinione.

Non si può negare, tuttavia, che la tragedia di questo evento bellico ha, comunque, precise responsabilità per le quali ci furono interrogatori da parte del Tribunale Militare di Roma, rapidissime udienze, chiamati testimoni e sopravvissuti ad un eccidio. Non furono ascritte condanne, ma successivamente alle prime relazioni i libri, tutt'ora, non cessano di raccontare e fare sempre più luce ad un episodio di guerra che è stato oggetto di non poche controversie. Per quanto sia doveroso e giusto rispettare cosa suggerì questo ufficiale ai posteri nella sua relazione d'ufficio non si può sottacere, quantunque siano trascorsi 76 anni da quel terribile evento al camaleontismo di due capitani di artiglieria che ebbero la fortuna di vivere, ritornando, finita la guerra, ad una vita normale. Uno fece persino una brillante carriera e percorse tutti i gradi fino ad arrivare a generale di corpo d'armata in servizio, mentre l'altro si fermò, per sua scelta, al grado di colonnello. È una triste pagina della nostra storia che la si può trovare, ormai, su numerosi libri che, ancora oggi, non cessano di raccontare come veramente si sono svolti i fatti dal 9 al 24 settembre 1943, sull'isola greca di Cefalonia e fu un avvenimento talmente cruento, di una crudeltà e di una tristezza così inaudita che però corre l'obbligo porre in luce delle verità, benché queste avrebbero potuto dare fastidio in una Nazione che fece di tutto e di più per voltare pagina, a ragione, ma anche a torto, per risollevarsi dalle ceneri di tante distruzioni e soprattutto annoverando una contabilità di centinaia di migliaia di morti. Non cito i nomi dei due capitani, comandanti di batteria al pezzo, del 33 ^ Reggimento Artiglieria, dislocati nel porto di Argostoli che, invece di fronteggiare il pericolo con rigorosa subordinazione e senso dell'onore e disciplina, prima, verso il proprio comandante Col. Mario Romagnoli e poi, ma soprattutto, nei confronti del comandante della divisione "Acqui", generale Antonio Gandin, il quale si trovò in forti difficoltà con i tedeschi a trattare una resa, potendo risparmiare le vite umane dei suoi uomini, questi due ufficiali inferiori alimentarono, coinvolgendo "a catena" anche altri reparti affiancati alla stessa Divisione, atti di sedizione, con incitamento alla rivolta, al punto di ottenere la quasi più totale dispersione della disciplina dell'Unità dislocata sull'isola. Sono ampiamente documentate nella storiografia di chi, ancora oggi, vuole raccontare, con dovizia di particolari, le innegabili "prodezze" commesse da questi due individui che tradirono, vergognosamente e da vigliacchi, prima se stessi, poi i loro commilitoni, poi quelli sopravvissuti che li videro ed infine la propria Patria. Fecero il doppio gioco sfruttando l'incalzare degli eventi che portarono al massacro migliaia di soldati italiani e con abilità, priva di ogni scrupolo, uno sparì di colpo andando ad unirsi alle forze partigiane comuniste greche dell'ELAS, mentre l'altro, visto, improvvisamente con la divisa da soldato tedesco continuò ad indossare l'uniforme della Wermacht, fino a quando i tedeschi non si ritirarono dall'isola, nell'agosto del 1944, attendendo il momento favorevole per collaborare anch'egli con i partigiani e gettarsi, poi, nelle braccia degli anglo -americani. Sono degni di nota di quanto scrivo diversi testi: uno inedito, redatto immediatamente dopo la guerra dal Cappellano Capo Spirituale Don Romualdo Formato, il quale fece pubblicare una prima edizione nel febbraio 1946, al nome "L'Eccidio di Cefalonia", la quale ebbe una seconda edizione, postuma, arricchita di particolari, ma scritta dal fratello Edoardo, missionario del Sacro Cuore e pubblicata edizione Mursia, nel 1968, con l'aiuto dei superstiti appartenuti all'Associazione Divisione Acqui, i quali sottolinearono, nel venticinquesimo dell'eccidio, l'esemplare generosità dei suoi caduti. Don Romualdo Formato fece altresì nominare una Missione Militare incaricata di recarsi sull'isola nel 1948 ad attingere le testimonianze degli isolani e cercare di individuare una migliore collocazione di sepoltura dei tanti resti umani che giacevano con le sole croci di legno o interrati e coperti con le pietre bianche. Dopodiché venne il momento della famosa relazione del 17 novembre 1948 da parte dell'allora Capo Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, generale Luigi Mondini ed il suo collaboratore Ten. Col. Livio Picozzi, i quali la presentarono al Capo di Stato Maggiore della propria Forza Armata. Da essa si evince una dettagliata cronologia di fatti dove posero in particolare evidenza i comportamenti di questi due ufficiali che lo Stato italiano pensò però di decorarli di medaglia al valore militare. Fiorentino il primo e triestino il secondo. Sempre questi due individui vengono menzionati in un altro libro di recente pubblicazione: "L'Ultimo Sopravvissuto di Cefalonia", di Filippo Boni - ed. Longanesi - Milano 2019, dove l'autore, in un'intervista fa parlare un reduce di 101 anni, Bruno Bertoldi che tutt'oggi vive a Bolzano ed all'epoca era sergente automobilista, autista personale del vice comandante della Divisione, generale di Brigata Edoardo Luigi Gherzi, ucciso, come il suo Comandante, con quasi l'intero quadro organico dell'Unità e molti soldati. Questo fatto di guerra impressionò nell'immediato dopoguerra persino il clima politico-militare internazionale alleato, al punto che lo sconcerto ascrisse tra le pagine più orribili della storia militare italiana, la memoria dei primi uomini in divisa, i quali seppero cadere con Dignità, Onore e Gloria, di cui si potrebbe dire che furono loro la prima vera formazione di Resistenza contro i nazisti. In conclusione io credo che non finirà mai di essere sottaciuto l'atteggiamento di forte acquiescenza che soprattutto la politica, in un'epoca di ricostruzione dell'intero Paese, andò alla ricerca febbrile di volere, a tutti i costi chiudere gli occhi dappertutto, favorendo fortemente queste due persone, prima ufficiali del Regio Esercito e poi ufficiali della Repubblica italiana, che probabilmente, consci di avere commesso veri e propri atti di sedizione mediante il loro comportamento, per loro sarebbe potuto andare ben molto diversamente un altro destino: in altre circostanze sarebbero stati passibili di degradazione ed immediata fucilazione perché la legge marziale lo avrebbe imposto per "alto tradimento". Forse, chissà quante vite umane sarebbero state risparmiate!

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