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Non si tocca, non si dice

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Trento, 29 gennaio 2015. – di Massimo Sannelli

Nel 1702 Filippo V, il re di Spagna, viene a Genova. Il re è un ragazzo e un'istituzione. È un corpo vivo ed è una persona; ma è anche un'idea. Sì, ma le idee non sono visibili, di per sé. Le idee devono essere scritte, rappresentate, in qualche modo. Per questo il corpo di Filippo V è la forma vivente e carnale di un'idea.

Genova fa di tutto per onorare l'idea e il corpo. E questo, parlando dal mondo dello spettacolo, come servi liberi di un lavoro, è affascinante, diciamo la verità. È proprio bello, anche se costa soldi. D'altronde non dobbiamo avere il punto di vista di Giuda, quando chiede "Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?" (Gv., 12, 5).
Allora: ci sono cinque sensi, vista, udito, odorato, tatto, gusto. Sono i sensi di tutti, e stanno anche nel corpo ideale del re.

Ecco come gode la vista del re: "Perché l'imbarco di Sua Maestà riuscisse, e commodo, e maestoso, avea la Repubblica fatto già fabricare alla Spiaggia, ed in faccia del Regio Palazzo un magnifico Ponte, che cavalcava un gran tratto di Mare, lungo più di 400, e largo più di 40 palmi; i di cui fianchi di legno intagliato, e colorito fingevano due vaghissime Ringhiere di marmo, adorne di luogo in luogo di Piedistalli, e di Statue, e col Pavimento tutto coperto di fino Scarlatto".

Ecco come gode l'udito del re: "Ricevuta il Rè l'acqua Santa da Monsignor Arcivescovo, piegò le ginocchia, e baciò con gran tenerezza, e riverenza il Sacrosanto Legno della Croce Verace: indi portòssi all'Altar Maggiore all'adoratione del Santissimo Sacramento solennemente esposto, cantandosi in tanto da più Cori di Musici il Benedictus qui venit in Nomine Domini."

Ecco come godono l'odorato ed il gusto: "...fece la Repubblica presentare à Sua Maestà alcuni rinfreschi in ventiquattro cassette, delle quali alcune eran ripiene di varij Dolci i più squisiti che sappia l'Arte; alcune di cicolate il più perfetto che si potesse; altre d'Acque odorose, e di Essenze le più rare, e più dilicate".

Sono solo esempi dei piaceri. E il tatto? Il re si fece portare a palazzo il Sacro Catino, e la cronaca genovese del 1703 dice che lo vide. Ma poi lo toccò? Il testo tace.

Ci sono tre possibilità.

La prima: toccare un oggetto sacro è troppo, anche per il re.

La seconda: toccare è implicito nel vedere.

La terza è più nobile: toccare è un'azione – e un senso – che non è bene attribuire al re. O il re non tocca o, se lo fa, non si deve dire. Ma perché? Perché toccare il sacro può essere una profanazione e toccare il corpo crea confidenza. Restiamo nel Settecento, ma nel vero spettacolo: Clarice teme di dare la mano a Beatrice, che è travestita da uomo. Beatrice potrebbe essere veramente un uomo e il contatto è impegnativo ed è disonesto. Lo si legge – ma è meglio vederlo – nel Servitore di due padroni di Goldoni, atto I, scena 20. [E alla fine, a chi legge: io non parlo mai – MAI – del mio argomento APPARENTE; questo articolo è chiaro e in chiave, come quasi tutto].

Non si tocca, non si dice
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