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Appunto sulle cose

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Trento, 25 aprile 2015. – di Massimo Sannelli

Per piacere (agli altri), per piacere (il proprio), per dovere, e per amore – sì, amore – è bello desiderare (cioè programmare) una strana comparatistica dell'indicibile, su una sincronia impressionante e nervosa. Ci sono tre tipi di oggetti: le "cose che sono" (ea quae sunt) dello sguardo filosofico, registico e storico, e anche Federico II pensa di poter rappresentare "ea quae sunt sicut sunt": anche i falchi? Anche i falchi, e come usarli.

Poi ci sono "ea quae non sunt", le "cose che non sono", e Dio le elegge contro "ea quae sunt", parola di Paolo (I Cor., 1, 28). Infine ci sono "le cose che non son cose" dell'invettiva di Leopardi contro il cosmo (Zibaldone, 4174, aprile 1826).

Ci sono tre possibilità, giustamente. La prima: per chi crede alle cose che sono, esiste una Patria, come esiste un percorso sociale.

La seconda: chi conosce le cose che non sono – e ci si identifica come il Francesco-giullare di Rossellini, dove le "cose che non sono" fanno l'epigrafe – esce dal mondo. Sarà o mistico o consacrato, a modo suo.

La terza: chi maledice "le cose che non son cose" non ha nessuna patria, né fisica né metafisica, e nessuno sviluppo mondano.

La quarta possibilità non è la quarta e non è una possibilità: è vedere tutto questo come una policromìa utile, per un lavoro da fare. Le cose che sono, le cose che non sono, le cose che non sono cose sono una prassi nervosa, viste nell'insieme; e solo l'insieme conta, perché ora arriva l'occhio, e con l'occhio una tecnica, e con la tecnica un mestiere, e con il mestiere il piacere, il dovere e l'amore. Da questo punto di vista, molto pratico, quando l'occhio guarda in un obiettivo, che è già un altro occhio (e il microfono è acceso? Sì).

Appunto sulle cose
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