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Il Berlinguer di Veltroni

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Trento, 5 novembre 2014. – di Massimo Sannelli

Veltroni regista? No. Non basta mescolare e montare. Non basta firmare. Il film su Berlinguer non è un film di Veltroni. Vediamo perché, bambolina. Quando il film funziona, il film di Veltroni è fatto da tre persone, vere e dignitose: lo stesso Berlinguer (con il suo corpo e la sua voce, le sue straordinarie imperfezioni); Alberto Menichelli, il caposcorta (un bravo romanaccio, ma spostato sulla solita bella terrazza, fuori contesto) e l'operaio di Padova, Silvio Finesso (che parla nel suo ambiente, per fortuna).

Gli altri cooptati non funzionano: Ingrao, Forlani, Macaluso, Segre, Napolitano, Tortorella, Scalfari, Franceschini – Alberto, non Dario – e nemmeno Gorbačëv. Non se ne salva uno. Nemmeno Gorbačëv – anziano e gonfio, come un reduce malato – ha senso, se non ha accanto l'angelo di Così lontano così vicino. Nemmeno Jovanotti ha senso. Sì, perché c'è anche Jovanotti.

L'inizio del film è mostruoso. È insopportabile l'umanità inquadrata, è insopportabile il discorso, è insopportabile il messaggio. Sono le solite facce scialbe, i soliti giovani che non sanno chi fosse Berlinguer, i soliti piedi sul solito asfalto, come nei telegiornali. Dopo i mostri appare il vecchio Mastroianni, che parla dell'oblio, tremando. Una galleria di luoghi comuni, cioè pura televisione: i giovani omologati che non sanno, l'oblio maledetto e sicuro, meno male che i vecchi ricordano, e ora vi presento i vecchi, ehi guardate quanti vecchi ho portato sulla mia terrazza (c'è anche Scalfari, ma rimane a casa sua, con una camicia che nessuno ha pensato di fargli cambiare).

Berlinguer, da solo, nel suo mondo, avrebbe funzionato, come un perfetto antidivo. Certo, alla base ci voleva un piccolo colpo di genio: capire che si può essere solo montatori, con rispetto (da "respicere", guardare indietro), e rimandare il colpo grosso, che è diventare autori (da "augeo", aumentare). Creare non è per tutti – lo sapevi, anima? Ma sì che lo sai –, e aumentare è un lavoro duro. Per aumentare serve un corpo, non solo DA filmare; serve anche un corpo PER filmare, soprattutto se l'autore si coinvolge nel documentario, con il carisma che nessuno gli può dare, se non ce l'ha. E questo non è un punto logico, ma passionale (e poi diventa tecnico, perché il cinema è quello che è); ed è anche un punto d'onore, molto antico e molto strategico.

Sul blog del "Fatto quotidiano" c'è un bel commento, a proposito di corpi. Lo firma un certo Bardamu: "Ma Veltroni anche solo guardandolo in faccia si capisce che il sangue non ce l'ha". È vero. Bambolina adorata, ti farà bene rivedere Fidel Castro nel Comandante di Oliver Stone; lì c'è un altro corpo, un'altra vita, anziana e un po' confusa, ma che sa come apparire, e poi Oliver è Stone, coinvolto nel suo film.

Amore, Berlinguer è un gigante, ma o sei Stone o sei Veltroni. È la fine di un sistema, che fu politico e fu anche estetico. Ha vinto un mondo banale: ma come dirlo al compagno Finesso, ora?

Il Berlinguer di Veltroni
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