Caso freddo, cuore caldo. Pasolini.

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Trento, 9 febbraio 2015. - di Massimo Sannelli

Nel 2014 si è parlato di analisi del DNA sui reperti del 2 novembre 1975. Intanto Abel Ferrara diceva di sapere: " So chi ha ucciso Pier Paolo Pasolini e ne farò il nome". L'annuncio positivo è rimbalzato un po', a partire da marzo 2014. In agosto Ferrara si è smentito su " Repubblica": " Per favore! Lo ripeto da mesi, non sono un detective, me ne frego di chi lo ha ammazzato, io ho fatto un film sulla sua tragedia personale... Pasolini non è un'inchiesta né un documentario, è un film, è finzione. C'è una sequenza in cui gioca a calcio, cosa che quel giorno non ha fatto, ma so che gli piaceva e se vedeva qualcuno giocare si univa. Perché non raccontarlo?".

Sei mesi dopo, Ferrara smentisce meglio, ma senza grazia. Le sue parole cambiano un po' da sito a sito, ma il senso è chiaro: " I never said that I knew who killed him. That was a great misquote by a journalist" (" The Hollywood Reporter"); "I never said I knew who killed him, that was a great misquote" ("The Guardian"). Poi esce il suo film, e il film se ne frega delle risposte. La domanda "Perché non raccontarlo?" giustifica tutto: toglie il film dal campo del vero, che sarebbe il campo del documentario. Ferrara dice "Io resto sempre un italoamericano del Bronx", ma sa a che cosa serve il gioco della libertà estetica: a creare un prodotto funzionale, che non è il vero.

Quel prodotto è il film di finzione, che non è " un documentario", né " un'inchiesta". L'identificazione del film con la finzione è urticante, ma fa parte del gioco. Perché il film di finzione è fatto per essere venduto, come ogni prodotto.

Andiamo avanti.

Il 6 febbraio 2015 l'ANSA sparge la voce: i profili genetici non sono attribuibili, e nemmeno collocabili nel solo 2 novembre 1975. Ora è tutto, davvero, perfettamente imperfetto. Tutto ritorna nella situazione tradizionale di un mistero ideale. Il mistero non può essere smontato, nemmeno se ci sono documenti visivi e oggetti da studiare. L'analisi dei reperti parla bene, a modo suo e nei suoi limiti: mostra una violenza, ma non la spiega. È come l'ombra cruenta della Sindone: qualcosa è accaduto, ma non si sa bene che cosa, a parte la morte.
E allora? A questo punto i reperti insanguinati o inseminati sono simboli, ma non sono più prove.

Il montaggio definitivo manca e si desidera, ma non si può averlo. Non resta altro che l'invenzione: " Perché non raccontarlo?".
L'Ambiguo compiaciuto, geniale e ricco, era un Ambiguo disperato. Io tendo a dare ragione a Giuseppe Zigaina, proprio perché il diritto di raccontare – di Ferrara – è oggettivo e pratico, quindi è condivisibile, e allora è anche mio. Anche Zigaina può raccontare, e io mi prendo il racconto di Zigaina, fin dove mi interessa, e poi mi racconto qualche altra cosa.
La realtà di uno come Pasolini non è la realtà. È la SUA realtà. Nella SUA realtà l'Ambiguo è una specie di Cristo-Dioniso; e molto masochista. È un segreto di Pulcinella e Fulvio Abbate lo ha scritto, ultimamente: " Si narra perfino che si facesse talvolta picchiare con il filo spinato, una verità che i moralisti hanno sempre taciuto, una realtà, la componente masochistica in Pasolini, che la comunità gay del tempo non ha mai taciuto" (www.barbadillo.it , 7 febbraio 2015).

Ma anche Pino Pelosi ha parlato un po', nel 2014: " La verità non la conoscerà mai nessuno, solo io la so, per l'85 per cento, esclusivamente io potrei dire chi ha ucciso Pier Paolo Pasolini" (" Il Tempo", 29 marzo 2014). I numeri 85 e 15 sono solo uno scatto poetico, come la precisione metrica che costruisce un equilibrio, ma solo un equilibrio estetico.
In ogni caso, il lettore comune non conoscerà né l'85 né il 15. Ma non è che Pelosi giochi del tutto, ormai: fa l'artista, letteralmente, quindi smonta e rimonta il suo materiale, e ne è tanto padrone da poterlo misurare, alla faccia nostra. O meglio: ostenta di esserne il padrone e il misuratore, alla faccia nostra, come Dante. Anche Pelosi aderisce alla domanda degli esteti di professione: " Perché non raccontarlo?".
Torniamo a Pier Paolo. La sua Passione è quello che non può essere spiegato. E a questo punto? Possono solo emergere, lentamente, gli euangelia del non-santo Pier Paolo. Bisogna ammetterlo: vince sempre lui, meravigliosamente. Se no, che Ambiguo sarebbe?
È una bella scoperta, la più disperata e ironica di tutte le scoperte possibili. E chi l'avrebbe detto? Cercavate un bel porco, masochista e frocio (si sa, ma non si dice); e cercavate onestamente una povera vittima (si dice, ma non si sa). E invece no: avete trovato il Mistero e un elemento del Mistero. Davvero, un disgraziatissimo figlio-di-Dio. Solo che questo qui non verrà a buttarvi fuori dal Tempio: più siete – Ferrara o Zigaina o Pelosi, e Grieco e Bruno, e avvocati e criminologi ed eredi – meglio è.

Caso freddo, cuore caldo. Pasolini.