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Madre Teresa e gli altri santi

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Trento, 19 dicembre 2015. – di Massimo Sannelli

Hanno detto che Madre Teresa sarà santa, tra un anno. Ma ora appaiono i detrattori: Teresa era falsa, Teresa era cattiva, Teresa non dava gli analgesici, Teresa non era santa.

È ovvio che Teresa non era santa, in vita: i santi vengono proclamati solo dopo la morte. La frase "santo sùbito" è stata detta intorno ad un cadavere, per forza di cose. Teresa non poteva essere santa, finché è stata in vita. Non nel senso cattolico della santità.
La santità dichiarata riguarda un'icona, non un vivo. Quindi riguarda un personaggio, non un corpo vivente. Ma santificare i morti è come santificare Amleto o Geppetto, in fondo. E la santità pubblicata riguarda veramente gli altri, i bisognosi di pubblicità – il pubblico, i compratori di ricordi –, non Teresa o Karol.

Per essere veramente santi, nel modo ecclesiale, bisogna essere veramente morti. Finché i santi sono i morti, i morti seppelliscono i loro morti. Dichiararla santa è un'interpretazione, soltanto postuma, ed è un giudizio legittimo della Chiesa.

In realtà, qui, a noi, desperados, professionisti, contorti come i personaggi di Bosch, interessa solo la questione della vita, e Teresa solo come personaggio vivo. Ci piace immaginare, e quando immaginiamo i morti li immaginiamo in piedi, vivi, ridenti, piangenti e parlanti. È naturale, per noi. Se ci interessiamo ai morti, qui, è solo per estetismo. Così fa Ėjzenštejn, almeno quello filmato da Greenaway, simpaticissimo e un po' maiale. Ma anche di Ėjzenštejn, che ne sappiamo?

Niente, a parte le opere.

Greenaway lo mette lì, vivo e gagliardo, anche troppo. Sembra un incrocio tra Woody Allen e Roberto Benigni, un bambino adulto e un adulto bambino.

Greenaway lo santifica e per questo lo reinventa a volontà, come fa la stessa Chiesa. E siccome Ėjzenštejn è morto, Greenaway sceglie un buon attore, come rappresentante della santità di Ėjzenštejn. È normale, in questo lavoro. Morale: gli artisti decidono con la stessa autorità della Chiesa, e questo è il bello.

Quanto a Teresa, viva, è santa, ma non nel modo cattolico: santa oggettivamente, nella sua vita, perché ha praticato una distinzione, errori compresi, se ci sono stati errori. Perché Teresa si è deformata fino ad assumere una maschera non larvale e non banale. Bisogna giudicare sempre dall'apparenza, e c'è chi lo fa per mestiere (i registi e i caricaturisti, come Gianelli che parla di un Mito: Gianelli con il suo "istintivo rifiuto a fare di Giovanni Agnelli un pupazzo in mezzo ai pupazzi, ad avallare lo scandalo che un cavallo di razza finisse in un branco di ronzini", perché quelle rughe "incutevano rispetto": "Corriere della Sera", 25 gennaio 2003). Chi giudica si chiede perché un corpo vivo è malridotto, perché invecchia bene o male, perché piace e perché non piace. Perché Teresa era un mondo di rughe, come Agnelli e Wystan H. Auden? E che cosa ne fa un'icona, quando muore? Perché l'icona non piace più?

Perché un'icona muore come un corpo, ad un certo punto? Perché ci sono rughe belle e rughe oscene?

Dai nostri sensi escono informazioni segrete, le più incredibili di tutte le informazioni.

Queste informazioni non sono oggettive e sono pericolose. Si possono pubblicare, ma solo con la scusa dell'arte, assumendo qualche posa giullaresca e fuori luogo: come l'Ėjzenštejn di Greenaway, vivo e gagliardo come un Lazzaro di ritorno.

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