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Non chiamatela Sissi

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Trento, 10 settembre 2013. - di Massimo Sannelli

Non chiamatela Sissi. Sissi è un nome da amici del cuore, un'invenzione da film rosa. Non chiamatela Sissi, perché era l'Imperatrice d'Austria e la Regina Apostolica d'Ungheria, la Principessa di Trento, la Duchessa del Friuli, la Signora di Trieste. Non chiamatela Sissi, perché è stata un idolo trasversale, da D'Annunzio a Cioran.

Alfredo Oriani lo ha scritto chiaro e sùbito: «Amava il mare, ma non amava il popolo che gli somiglia». Un italiano l'ha uccisa, ma anche questo assassino è senza patria. In fondo, Luccheni ha dovuto realizzare una mistica della diversità: in se stesso – come il disperato senza patria – e nell'Imperatrice «senza requie, senza riposo, senza speranza», come ha scritto Ceccardi. Oriani ha notato proprio questo: la coerenza reciproca dell'omicida anarchico e della vittima nobile, per forza di solitudine.

Un fatto mistico, davvero: anche perché la sua uccisione è politicamente irrilevante, come la sua vita. Lei stessa ci ha scherzato sopra, nel 1892: «Ecco, ho trattato di politica con l'Imperatore. Vorrei poterlo aiutare, ma forse sono più brava in greco. E poi ho troppo poco rispetto per la politica e ritengo che non meriti tanto interesse. I ministri ci sono soltanto per questo, per cadere; è tutto un viavai». Il marito-cugino è un perfetto monarca, formato da sempre come una macchina dinastica; ma Elisabetta può dire al maestro Christomanos una frase come «Domani vorrei che leggessimo qualcosa di Eschilo». Può permettersi l'erba voglio e associarla alla Grecia, non al potere o al gossip. Così vive una contraddizione continua: il passato nel presente, il greco nel tedesco e nell'ungherese, la regalità su una nave. E così non è mondana, perché il mondo è solo un fondale estetico, sul quale l'individualità si riconosce tragicamente, grazie a buoni libri. Sul fondale mediterraneo si recita una parte mitica, non mistica: per esempio una solitudine lussuosa, come il bicchiere d'oro che «ha sempre con sé». Dice: «io riscopro me stessa ogni volta che entro in un'altra atmosfera, in un'atmosfera che nessuno ha ancora respirato e consumato».

Confessa di non sapere bene l'italiano, a differenza del marito. Il giudizio è forte, se parla l'ex regina del Lombardo-Veneto, in un Impero che conserva il Trentino. Dice: «L'Imperatore parla ancora l'italiano, e molto bene. È l'unica cosa che ci è rimasta del nostro regno – più di quanto sia necessario. Anch'io ho dovuto imparare l'italiano, ma è una lingua con cui non sono riuscita a familiarizzare. Del resto, sarebbe stata fatica sprecata».

Proprio così: fatica sprecata. Politicamente, per lei l'Italia, anche quella austriaca e «irredenta», è perduta. Guarda al suo dominio italiano con una generazione di anticipo: come se il Trentino fosse già fuori dal «nostro regno». L'imperatrice conosce «molte lingue che padroneggia con ammirevole perfezione»: l'inglese, l'ungherese, il francese, il greco classico, il neogreco, ma non l'italiano, e proprio perché non riconosce nessun potere oggettivo sull'Italia, cioè sugli italiani. In fondo, nei suoi viaggi meridionali l'Imperatrice non ha cercato noi, la famosa brava gente. A Sanremo, nel 1898, è gentile «con operai o con lattivendole», perché no? Ma non cerca né sudditi né ex-sudditi; e nemmeno adoratori: se appaiono, è per una specie di generazione spontanea, come D'Annunzio e il cronista-stalker di Genova nel 1893.

Inutile invocarla e rimpiangerla come nostra regina. L'Italia è andata da un'altra parte, perché l'Italia è sempre stata un'altra cosa: variopinta e caotica, furiosamente colta e furiosamente grezza, nello stesso tempo. Non si può rimpiangere neanche sua sorella, l'ultima regina delle Due Sicilie: la «dolce maestà», come l'ha chiamata Pietrangelo Buttafuoco. Elisabetta regna su se stessa, con rigore e con estetica, perché «la vita in mezzo alla gente ci riduce tutti a una nera massa uniforme». Rimangono la singolarità e l'ironia: per questo D'Annunzio, Barrès, Morand, Schuler, Oriani, Ceccardi hanno adorato Elisabetta. Ha voluto «fare di sé un'isola» e ci è riuscita. Ma la solitudine è affilata e ride: «Non avete notato che io so di voi più di quanto non sappiate voi stesso? Capisco al primo sguardo il valore delle persone». Non chiamatela Sissi, perché non è per tutti.

Non chiamatela Sissi
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