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“Bu-Ngem, Rommel e i bersaglieri”, di Enrico Genovesi

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Le divisioni Ariete, Brescia e Trento alla riconquista della Cirenaica nell'aprile 1941 raccontate con uno stile che vuol essere disinvolto ma che risulta artificioso anche se spontaneo e non studiato

Libri ricevuti

Verona, 10 agosto 2016. - recensione di Sergio Stancanelli

Lo spirito con cui gli universitari andavano volontari, l'ho già annotato in altra recente occasione, era quello goliardico. Si andava alla guerra come a un'avventura. Nessuno pensava al rischio di rimetterci la vita. In Africa settentrionale, dotati d'un armamento inadeguato per combattere contro i carri armati, scavavano una buca nella sabbia e vi si infilavano. Dopo che il carro armato britannico era passato, balzavano fuori, s'arrampicavano sulla corazza dalla parte posteriore, aprivano il portello della torretta, vi scagliavano dentro una bomba a mano e richiudevano il portello. Una bravata. Roba da medaglia d'oro. Quando gli inglesi se ne accorsero, cominciarono a dare la caccia alle buche. Vi andavano sopra e vi sostavano ruotando a destra e a manca: la sabbia cedeva e seppelliva l'uomo.

Lorenzo Franchi era nato in Verona nel 1919. Sulla sabbia della Libia gli era andata sempre bene, sino al giorno quando perdette un occhio in uno stupido incidente: la sua jeep finì su una mina, e lui ebbe la medaglia d'argento, appuntatagli personalmente dal comandante supremo, Rommel. Questo è tutto ciò che volevo raccontare, ma non è gran cosa nel confronto con un altro episodio che gli accadde dopo la guerra e che dall'avventura approda alla favola. Lorenzo, quando è al fronte, come gran parte dei soldati non ancora accasati o fidanzati, ha una madrina in patria. Si scrivono, e le lettere di lei sono un conforto per il ventiduenne lontano da casa e in compagnia soltanto di commilitoni. Uscito dall'ospedale e ritornato nella sua città, omaggiato da autorità e giornalisti per la disgrazia occorsagli e per la decorazione ricevuta, la corrispondenza cessa, e l'immagine della madrina non mai conosciuta sfuma nello svanire dei ricordi. Un giorno, tanti anni dopo, in una strada della sua Verona, s'imbatte in amici, che sono in compagnia di amiche. Piacere, piacere. Lorenzo? durante la guerra avevo un figlioccio che si chiamava Lorenzo. Augusta? durante la guerra la mia madrina si chiamava Augusta. Augusta come? Augusta Pavoncelli. Sono io! Lorenzo come? Lorenzo Franchi. Sono io! Così i due s'abbracciano, e poi si sposano, e lui non è più solo, come era quando lui ed io ci eravamo conosciuti, nel 1970.

Ora lui non c'è più, e lei mi è grata del ricordo costante che ho per lui. Ma ritorno a quando andavo a trovarlo, in vicolo corticella san Marco 8. Faceva il giornalista, collaborava a un quotidiano locale ed era corrispondente di "La notte" di Milano e di "Il secolo d'Italia" di Roma. La nostra amicizia era corroborata dalla medesima fede. Scriveva libri, e mano a mano che li pubblicava me ne faceva omaggio. In casa ne aveva altre copie, ed io gli conducevo le mie amiche perché gliene facesse dono con dedica. Il libro di cui oggi voglio parlare, invece, pure donatomi da lui, non è opera sua. Si tratta di "Bu-Ngem", questo il titolo, sottotitolo "Rommel e i bersaglieri", autore Enrico Genovesi, Longanesi & C. editore, i libri Pocket, Milano 1972, VIII + 264 pagine, con due disegni e la prefazione di Paolo Caccia Dominioni, con due cartine geografiche, all'epoca lire 450. L'autore, mantovano di nascita, avvocato nella vita civile, era tenente in Libia nel 1941, e racconta per esperienza diretta: ma oltre a raccontare, commenta, e riferisce opinioni altrui, di amici e di nemici, favorevoli e sfavorevoli: con però un denominatore comune nel suo narrare, la difesa del valore del soldato italiano.

Non so il perché l'amico Lorenzo l'abbia regalato a me, era il 9 maggio 1979. Forse l'aveva letto e lo considerava d'interesse esaurito. O forse l'aveva incominciato a leggere e per qualche motivo non difficile da intuire ne aveva abbandonato la lettura. Non so se gli fosse stato regalato o se, per la ragione evidente che trattava giorni e luoghi da lui vissuti, l'avesse acquistato. Forse ne era rimasto deluso: l'autore scrive in maniera disinvolta, direi eccessivamente disinvolta, vuole apparire quanto mai scorrevole, commenta con leggerezza e superficialità, scrive di getto, tant'è vero che il libro non è suddiviso in capitoli e non ha pause, s'incomincia a leggere nella prima pagina e, se non lo si abbandoni prima, si finisce nell'ultima, duecentosessanta pagine filate: spesso con divagazioni buone per una chiacchierata ma fuori luogo in una cronaca di fatti storici. L'intento principale è di difendere sempre il soldato italiano, in tutte le sue doti positive, da solo e in collettività: e a tale scopo fa da sfondo una polemica continua contro un autore inglese, Desmod Young, che non ne dice una giusta, alla pari con il connazionale Correlli Barnett, secondo cui il merito di tutti i nostri successi è sempre e innanzi tutto dei tedeschi. E con le "Memorie" di Winston Churchill, che un contentino però ogni tanto ce lo rilascia. Non è del tutto vero tuttavia che il premier britannico sia il solo a rilasciarci una lode. Lo Young scrive: «A Nibeiwa molti artiglieri italiani rimasero ai loro pezzi fino a quando furono travolti dai carri armati. Il generale Malettti, già ferito, venne ucciso mentre, sorpreso in pigiama, dalla sua tenda sparava su di noi con una mitragliatrice.» Ad Agedabia cadde in prima linea un altro nostro generale, il Tellera.

Bu-Ngem, il pozzo del diavolo , è un luogo nel deserto non lontano dal mare della Sirtica. Ce ne informa Paolo Caccia Dominioni, anticipando l'autore che lo spiegherà in pagina 82, mentre quattro pagine prima ci ha spiegato esattamente dove si trovi. Due nomi ho trovato nella prefazione sottolineati, evidentemente dal Franchi: il colonnello Grati e il maggiore Santamaria. Probabilmente li conosceva di persona. La prima pagina del testo di Enrico Genovesi suggerisce la considerazione che l'autore sa scrivere, e scrive bene. Superata la seconda pagina e giunti alla terza, vien fatto di annotare che però è prolisso e ripetitivo. Ma non dura: giunto a meno d'un terzo del libro devo constatare come si lasci andare allo scrivere alla buona, come viene viene, con l'alibi della disinvoltura. Infastidisce anche il suo continuo imprecare. Disturba soprattutto il frequente compiacersi di argomenti sgradevoli relativi a necessità personali inevitabili nella realtà quotidiana ma evitabili ed anzi io direi evitandi nello scrivere. Definire la guerra «una porcheria» è modo sbrigativo ma inadeguato per dirne male: uno scrittore deve motivare il proprio pensiero, non sottintenderlo sotto un insulto. Passi poi per nomi propri quali Sole e Luna e Terra scritti minuscoli, ci siamo abituati: ma usare poco meno che in ogni pagina l'avverbio «affatto» come se si significasse per niente (significa del tutto) è ricorrenza intollerabile. Se infine la frequente ripetizione dell'interiezione «Porca miseria» infastidisce, poco meno che odiosi sono l'esortazione ogni tanto ribadita «Svilùppati» e l'inciso ossessivamente ripetuto «Ecco il punto». Passiamo sopra a qualche participio passato accordato col nome benché lo preceda, e a qualche indicativo laddove la formulazione ipotetica preferirebbe il congiuntivo: sono peccati veniali. Impossibile definire se «scombicchierato» sia errore o refuso. Sul piano informativo, si fa sentire la mancanza di note che forniscano al lettore ignaro un minimo d'informazioni sui nomi di località sconosciute, per lo più nordafricane, e di persone incognite, per lo più combattenti. In definitiva, l'autore procede nella narrazione, nei commenti e nelle divagazioni mostrandosi sempre ben sicuro di sé, sicché vien fatto di annotare che meglio sarebbe se lo fosse un po' meno.

Detto quel che di male c'è da dire, diciamo quel che c'è di bene: e cominciamo con la notazione se pur marginale che l'autore scrive sempre correttamente «insieme con», e non, come i redattori dei telegiornali Rai, insieme a. Passando ai fatti, ricordo un ufficiale – era il console della Milizia Fiore, comandante della Fiamme bianche nella casa Littoria, già del Balilla, di via Cesarea in Genova, – che tenendo un discorso a noi studenti del liceo Colombo, disse: «All'arrivo della posta da casa, si riconoscono i buoni soldati, che sùbito si danno alla lettura della lettera, mentre altri la ripongono in tasca presi solo dalla cartamoneta che vi è allegata». Scrive il Genovesi: «Il soldato italiano sopporta l'inferiorità dei mezzi, tollera che gli manchino il cibo e l'acqua, non pensa al rischio della vita: la sofferenza maggiore è per la casa lontana. Così preferisce una lettera a una pagnotta, e un permesso per riabbracciare i propri cari ad una decorazione al valore.» Patetico, per chi le ricorda, l'intervenire nella vicenda delle nostre belle navi passeggeri "Conte Rosso", "Esperia", "Marco Polo" e "Victoria", seconde solo ai grandi "Rex", nastro azzurro, e "Conte di Savoia" (che l'amico di papà Luigi Pericoli - del quale un giorno mi propongo di narrare l'avventurosa vita, - mi condusse bimbo a visitare).
L'autore è sul "Victoria". «Non passiamo per lo stretto di Messina: è un budello pericoloso, vi passerà il "Conte Rosso", e sarà il suo ultimo viaggio, coi suoi eroi che cantano mentre la nave affonda» (c'è un figlio di cane che ancora li ricordi, oggi? morti da eroi, ma morti per niente, senza una ragione, senza uno scopo, senza un risultato: e avevano vent'anni). Di scorta due o tre cacciatorpediniere, o forse torpediniere. Quando nel '41 sul traghetto da Villa san Giovanni vi passò, e poi vi ripassò, il cronista, di scorta non c'era nulla: a difesa delle nostre vite, solo il salvagente che ci diedero da indossare, e la speranza che un sommergibile inglese non si trovasse nei pressi mentre passavamo. «Quando si tratta di mandare d'urgenza quattro navi cariche di riserve per tentare di chiudere una falla su un fronte che il nemico ha sfondato, scortatelo con l'intera flotta se è necessario, ma il convoglio deve assolutamente arrivare.» Invece no, la flotta se ne sta nei porti – neanche poi tanto muniti, e con nessuna gloriuzza da covare – , neanche uscirà per contrastate lo sbarco sul territorio metropolitano, e solo lo farà per andare a consegnarsi al nemico. Un marchio che nulla mai potrà cancellare. «A sud vi è anche Malta di mezzo. Chissà poi perché non abbiamo mai tentato di prenderla.» E perché non l'abbiamo fatto un quarto d'ora dopo la dichiarazione di guerra. Questa è una domanda che tutti gli storici si sono posta.

«In tutte le operazioni condotte dagli inglesi, la loro flotta fornì sempre il suo vigoroso appoggio. Bardia e Tobruk furono pesantemente cannoneggiate, e l'aviazione della Marina portò il proprio contributo nelle battaglie terrestri. Soprattutto, la Marina sostenne l'esercito nella sua avanzata scortando le navi che trasportarono tremila tonnellate di rifornimenti al giorno. Graziani aveva schierato la sua armata lungo la costa, e la flotta britannica altro non aveva dovuto fare se non puntare i cannoni.» Secondo Rommel, la sconfitta di Graziani fu causata dal fatto che le forze corazzate italiane erano impotenti contro quelle britanniche, numericamente più deboli ma dotate di mezzi motorizzati e corazzati enormemente superiori. Anche Wavell, e per lui Churchill, commise però un errore: quello di fermare la propria avanzata senza puntare su Tripoli e occupare interamente la nostra quarta sponda. Il che avrebbe portato gli inglesi a congiungersi con le forze di De Gaulle in Algeria, e avrebbe guadagnato alla loro causa la squadra navale francese di Orano, anziché doverla cannoneggiare e distruggere. Del fatto che noi siamo entrati in guerra con i biplani CR 42, di per sé buoni aerei, però con abitacolo scoperto, due mitragliatrici, carrello fisso, 350 chilometri l'ora, i cui piloti si trovavano di fronte i monoplani Hurricane e Spitfire, abitacolo protetto, otto mitragliatrici, 500 e 600 chilometri orari, già ho scritto a proposito di "L'arma aerea italiana nella seconda guerra mondiale" ("Trentino libero"4 giugno 2016). L'industria italiana ci aveva dato nel '34 un idrovolante come quello che con Agello batté il record mondiale di velocità con 710 chilometri l'ora, ma poi s'era fermata lì, come se in una guerra potessimo rivendicare i successi sportivi. Soltanto con la cessione degli Stukas germanici potemmo avere qualche aereo da bombardamento in picchiata, infelicemente ribattezzati Picchiatelli. E qui l'autore cita nomi cari al cronista, come Marino Marini e Carlo Emanuele Buscaglia, pari a un De La Penne e ad un Fecia di Cossato della Marina. Sono appropriati anche i passi relativi alla "Bismarck", e quelli alle "Warspite", "Barham" e "Valiant", relativi ad episodi che però richiederebbero troppo spazio per essere menzionati, d'altronde ben noti a chi s'occupi di storiografia della seconda guerra mondiale. Peraltro, a terra avevamo le scatole di sardine, persino ridicoli nel confronto con i carri nemici da 34 tonnellate, e i cannoni da 75 modello 1906, cui il nemico opponeva gli 88 del 1940.

Se per i primi due terzi del libro l'autore ha polemizzato con gli storici britannici, nell'ultima parte è tutt'impegnato a polemizzare con il maresciallo Rommel e con tutto ciò che questi ha scritto nel suo "Guerra senz'odio", libro in realtà curato dalla moglie Lucie-Maria sulla base degli appunti del marito. E' il caso di precisare qui che, proprio nelle prime righe della prefazione, la vedova dà atto delle verità storiche dovute all'obiettività dello Young. Troppo impegno di studi e confronti richiederebbe ora una presa di posizione del cronista, all'uopo insufficientemente preparato e non disponente del tempo necessario per accostare, capitolo per capitolo, giorno per giorno, punto per punto, i due testi. Come sia andata a finire la nostra avventura nord-africana, che invece di vedere le forze dell'Asse arrivare ad Alessandria e congiungersi con l'armata germanica discendente dal Caucaso, si vide sottrarre, dopo i terreni conquistati e dopo la Cirenaica, anche la Tripolitania, sino a ridursi a dovere arrendersi in Tunisia, è storia nota a tutti coloro che siano al corrente d'una avvenuta seconda guerra mondiale, andata dal settembre 1939 al maggio 1945. L'autore rimpatria prima: sulla nave ospedale "Arno", del cui nome non ha imbarazzo a dire lì per lì non ravvisa il significato (è un fiume italiano, come il Tevere e il Po), approda a Napoli, accolto dalle crocerossine, anche loro sorelle, come le madrine: almeno sino a quando dalla conoscenza virtuale non si passi a quella – come dire? – direttamente personale. Lorenzo Franchi sposò la propria madrina, mio zio Mario Lèrtora, dopo avere perduto ambedue le gambe, sposò la propria infermiera, Giuditta Silvetti, la mia "zia Adele". Ed ebbero tre figli, Giuliano, Marcello e Roberto, il primo ufficiale di Marina nell'Accademia navale di Livorno quando io vi entrai nell'estate 1948. Della vita privata di Enrico Genovesi non so altro. So quel che ho detto all'inizio, era nato in Mantova e nella vita privata ha esercitato la professione di avvocato. Prima di questo libro, aveva pubblicato un saggio storico-giuridico di impegno notevole sui processi architettati dalla Chiesa contro il grande scienziato Galileo Galilei.

“Bu-Ngem, Rommel e i bersaglieri”, di Enrico Genovesi