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“Nudi alla meta” di Aldo Lualdi, ovvero la saga della retorica

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Libri letti (almeno in parte)

Verona, 20 marzo 2017. - di Sergio Stancanelli

È un susseguirsi di affermazioni generiche prive di riscontri, una ripetizione continua di giudizi negativi per partito preso su tutto e su tutti nei confronti dell'Italia fascista, non senza incursioni nell'invenzione con conseguente generazione di vere e proprie falsità, idonee ad essere acquisite dal lettore quali verità documentate e storicamente accertate
di Sergio Stancanelli

"Nudi alla meta" è il titolo di un libro di Aldo Lualdi edito da Longanesi in edizione tascabile su licenza della casa editrice Sugar. «Nessuna delle parole che seguono -- esordisce una premessa non firmata, – riflette una personale opinione: esse sono il frutto di centinaia di colloqui con combattenti dell'ultima guerra mondiale e rispecchiano fedelmente fatti e impressioni dei soldati, che non avevano idea dello svolgersi di grandi operazioni e dovevano limitarsi ad obbedire ai comandi che ricevevano, molte volte con l'impressione, magari sbagliata, di eseguire ordini senza senso.» Quell'inciso «magari sbagliata» è sufficiente di per sé a valutare la portata delle critiche esposte nel libro: il che equivale a dire a valutare la portata di tutto il libro, poi che il testo è costituito da sole critiche negative, senza l'eccezione di fosse pure un solo passo dove qualcuno, magari per distrazione o per errore, ne fa una giusta. I testimoni vantati, i protagonisti cioè di «centinaia di colloqui», sono rimasti nella penna, o nella macchina per scrivere, dell'autore, il quale non mai li cita, né pur genericamente, e tanto meno ne fa i nomi: salvo quello d'un soldato, un soldato semplice, le cui dichiarazioni per pagine e pagine son riportate in merito a questioni di tattica e di altra strategia quali fossero quelle d'un generale posto a capo di un'armata chiamato a giudicare sulle decisioni di colleghi o del ministro della guerra interpellato in merito al comportamento dei generali posti alla testa d'un esercito.

Una nota dell'autore precisa poi che «molti ex combattenti hanno chiesto che non venisse fatto il loro nome, garantendo però in modo assoluto (sic) l'autenticità dei loro racconti.» E' un sistema molto comodo per raccontare quel che si vuole, facendo passare per testimonianze altrui quelle che sono affermazioni proprie. Ma il fatto è che il libro, per lo meno sin dove il cronista facendo violenza a se stesso è riuscito a leggerlo (pagina 100), più che a raccontare fatti, è impegnato a commentarli, con linguaggio sempre vuoto e retorico, cui debba credersi sulla parola senza prove né riscontri. E' notevole e rivelatore, al fine di sceverare la verità dalle chiacchiere, osservare come il Lualdi dica quel che giova alla sua tesi e taccia quel che lo contraddirebbe: in altre parole, dica le cose a metà. «Non è irragionevole credere che qualsiasi moto di ribellione contro il regime sarebbe rimasto soffocato non tanto dalla reazione del regime quanto dall'indifferenza della popolazione.» Si guarda bene, l'autore, dall'aggiungere che la popolazione non avrebbe aderito a moti di ribellione in quanto sotto al regime fascista si trovava benone, tanto per l'aspetto materiale quanto per quello morale.

I cartelli «Qui non si parla di politica e di altra strategia» son riportati parzialmente, avulsa la parte finale «qui si lavora»; era un'ammonizione che tutto poteva essere fuori che «ironica», come invece la definisce il censore; è falso che fossero appesi «nei bar e nei negozi dei parrucchieri»: erano esposti negli uffici, ed io ne ricordo uno nella filiale della Banca commerciale italiana, non mai dal fruttivendolo dove per incarico dei genitori ch'erano al lavoro mi recavo a fare gli acquisti quotidiani. Non è finita. Tre pagine dopo si ritorna sull'argomento: «"Qui non si fanno previsioni o discussioni... qui si lavora", dicono i cartelli in ogni negozio o portineria». Qui non si esita a mentire spudoratamente inventando cose mai avvenute: cartelli come quelli riportati non esistettero mai, né in ogni negozio o portineria né in qualsivoglia altro luogo, né vennero mai stampati.
«Anche per l'Italia sta per battere quella che i giornali chiamano l'ora segnata dal destino». E' il 10 giugno 1940: i giornali non chiamano proprio un bel nulla in alcun modo, perché la frase "Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria", non è ancora stata pronunciata: lo verrà il pomeriggio di quel giorno, quando Mussolini renderà noto che "la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna" (cito a memoria). «Ha detto "... e scusate l'erudizione"». La frase, che era "scusate la mia erudizione", non ha nulla a che vedere con la nostra entrata in guerra: verrà pronunciata dal Duce (che soddisfazione scriverlo con l'iniziale minuscola, vero? è tutto un orgasmo) tre anni dopo, nell'infelice discorso del bagnasciuga. Altri passi del discorso del 10 giugno risultano pure citati alla carlona: «vittoria, Italia, pace con la giustizia», riferisce il Lualdi. Mussolini disse: - pace con giustizia tra i popoli - , non con la giustizia.

L'incollaggio di strisce di carta sui vetri delle finestre non aveva «lo scopo di evitare la rottura di essi per effetto dello spostamento dell'aria provocato dall'eventuale scoppio di bombe nelle vicinanze», bensì quello di far sì che le schegge di vetro rimanessero unite e non si spandessero. «Le imperatrici dello schermo sono Lil Dagover e Zarah Leander». Anche se fu interprete del film "Il gabinetto del dottor Caligaris", la Dagover non fu mai imperatrice d'alcunché (in 142 fitte colonne di Attori principali, il "Morandini" neanche la menziona). Il Lualdi fa la storia sulla base di «Si dice che... [pag.33]. Sono notizie incontrollate (!), magari senza fondamento (!!!), però il fatto che circolino... Azioni di ricognizione [dove? quando?] da cui traspare chiaramente che la nostra organizzazione è lungi dal meritarsi l'appellativo di impeccabile. C'è qualcosa [sic] che non funziona.. Sembra [sic] che... Tuttavia rimane il dubbio [sic]... ».

E quegli che scrive in tal modo sarebbe uno storico? A me sembra piuttosto un ciarlatano. Solo chiacchiere, pettegolezzi, senza nomi, né di testimoni né di località, né prove. E falsità: «E mentre cuociono malinconicamente il loro pesciolino, i soldati pensano al vitello caricato sul camion dell'ufficiale, che gli prenda un accidente». Chi, dove, quando? e che mago poi, questo scrittore, che a somiglianza di Dio sa anche quel che pensiamo. E frasi fatte: «Ora Mussolini ha il suo pugno di morti da buttare sul tavolo della pace». Mai qualcuno che si prenda il disturbo di attestare dove e quando il Duce avrebbe pronunciato quella cinica e famosa frase addebitatagli.

Un periodo riporto integralmente a dimostrazione di come si possa con faccia di bronzo calunniare senza la minima preoccupazione di fornire alcun elemento di riscontro. «Presi gli uomini del quinto autoreparto, i negri si mescolano a loro e si avviano. Un tenente si avvicina a un mitragliere: – Spara – gli ordina. Quello si rifiuta, fa presente che non si può evitare di uccidere anche soldati italiani. Il tenente estrae la pistola e la punta sul mitragliere: - Spara, ho detto! - . Il soldato è costretto a fare fuoco. Vede cadere bianchi e neri assieme. Conosce quelli che ha dovuto colpire, li conosce uno per uno, nomi e cognomi, se li ricorda tutti». Giacché se li ricorda tutti, elenchiamoli, nomi e cognomi, e il nome del tenente, ed il luogo , e la data. O questi fatti son veri, e se ne devono fornire i dati comprovanti, o sono pure invenzioni denigratorie, e un Ministero degli interni o della guerra che non sia rappresentato da burattini avrebbe dovuto citare in giudizio il propalatore di queste fandonie, con ampia facoltà di prova.

Potremmo continuare con altri numerosi, innumerevoli esempi, ma le nostre reazioni sarebbero monotone come i vaniloqui che ulteriormente riferiremmo. Citiamo solo ancora: «Il bombardamento sorprende i carabinieri durante la messa al campo: ci sono quattro o cinque morti». Quattro o cinque? Un morto in più o in meno non conta nulla per il nostro parolaio addobbatosi da storico" E ancora: «I morti fra i carabinieri sono stati undici, i feriti sette o otto: perdite dolorose ma insignificanti se paragonate a quelle del nemico». Vai a dirlo ai ragazzi che hanno perso la vita e alle loro mamme e allo loro spose. «I caccia inglesi piombano a tutta velocità [n.b.: non a velocità prudenziale] sul luogo della battaglia, e mitragliano: ma colpiscono i loro. I carabinieri scoppiano in una gigantesca [sic] risata». Eh sì, c'è proprio da ridere. «Rimane qualche citazione sui bollettini di guerra, il mare di retorica fascista». Senti chi parla di retorica! «I soldati riprendono fiato, chiacchierano a tutto spiano [sic], poi pensano "Be', è questa la guerra?"». L'hanno detto a lui, quello che pensano!

In conclusione, sequenze interminabili e ripetitive di qualunquismo a buon mercato, senza citazione di fonti né menzione di prove, discorsi generici la cui credibilità è affidata all'ingenuità del lettore che prenda ogni fandonia per oro colato, ed errori cronachistici e storici a spron battuto. Un solo passo va apprezzato e condiviso, una sola conclusione: «la crudele stupidità – ed inutilità – della guerra.» Sul piano ortografico e grammaticale, segnalo «San Remo» in luogo di Sanremo, «affatto» usato come se significasse per niente, «assieme a» anziché assieme con, «la riunione avvenne al cinema» invece che nel cinema, ed altre sgrammaticature: «Un autiere trova modo di far saltare qualcosa anche per lui» invece che per sé.

“Nudi alla meta” di Aldo Lualdi, ovvero la saga della retorica