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“Racconti di guerra e di pace” di V. Manari

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Libri letti

Verona, 12 aprile 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

Il possesso da parte mia di questo libro risale all'inizio del gennaio 1945, quando la guerra era già perduta ma noi non lo sapevamo e confidavamo nelle armi segrete, che erano tredici secondo padre Lombardi, concionante a Genova in piazza De Ferrari sotto i miei ingenui applausi mentre, ricordo, tra la folla una signora di passaggio si astenne dal fermarsi e guardandomi non nascose nell'espressione del volto tutta la sua compassione. Ne detenevo due esemplari, di uno dei quali feci dono nell'ottobre 1996 al signor Paolo Cappelletto quando qui in Verona m'invitava a cena in casa sua dopo che lo avevo rintracciato e intervistato per "il Giornale" di Milano quale autista del capitano Erich Priebke all'epoca del processo in corso contro di lui, terminato, nella patria del diritto caduta in mano all'arbitrio della prepotenza, con la sua assoluzione tramutata in condanna a furor di popolo.

Titolo "Racconti di guerra e di pace", autore Virginio Manari, editore non menzionato, stampato da La tipografia monzese in Monza con autorizzazione del Ministero della cultura popolare, senza indicazione alcuna di anno (probabilmente il 1944), in terza edizione dopo una prima prefata dal professore Sergio Valetti di Losanna-Roma, del quale non sono riuscito a reperire notizie (è incognito all'attuale avvocato Sergio Valetti di Alzano Lombardo, Bergamo), e dopo una seconda prefata dalla quindicenne Silvia Ferroni, allieva di letteratura nell'istituto magistrale Canossa di Monza (ricca di banalità e non priva di errori formali di vario genere), – tutte non datate – , questo libro (248 pagine, con sei fotografie su nove tavole fuori testo ma numerate come pagine normali, prezzo lire 20) è dedicato ai caduti del 3° bersaglieri nella guerra italo-austriaca e del battaglione della divisione Littorio nella guerra di Spagna, al quale ultimo Virginio Manari appartenne. Ricordo che del reparto bersaglieri, nella prima guerra mondiale, faceva parte il soldato Benito Mussolini. Nel ginnasio, e credo anche nel liceo, ch'era il classico Colombo in Genova, avevo un compagno di classe di cognome Manari, poi medico mi par di rammentare, non so se consanguineo dell'autore.

Dico subito che il libro si apre, in pagina 1 f.t., con una fotografia di emozione inaudita: Gabriele D'Annunzio ripreso, in compagnia dell'allora capitano Manari e di altri tre ufficiali, poche ore prima che il comandante decollasse per il celeberrimo volo su Vienna. In un'altra foto, l'autore è ritratto in primo piano, sempre in divisa, in Spagna al termine della guerra civile. In copertina è riportata l'epigrafe "I popoli che non sanno adoperare le armi sono costretti a portare quelle degli altri" citata dall'autore senza menzione di paternità (Mussolini? Marinetti? o... Talleyrand? ). I racconti, il primo dei quali risale al 1934, sono nove, e fra essi, in verità piuttosto ingenui sul piano narrativo e trascurati su quello formale, emerge "Come gli italiani difesero i francesi in Cina", mentre si eleva a piccolo capolavoro l'ultimo, "Il mio primo amore", storia d'un ragazzo innamorato d'una fanciulla dal volto bellissimo, che si fa vedere soltanto alla finestra: per la ragione che, scoprirà poi lui, «la fanciulla dei miei sogni, la creatura bionda dagli occhi azzurri, la regina del mio cuore, colei per la quale valeva la pena vivere, era una nana deforme, alta nemmeno un metro, con le gambe corte e storte».

In tutti i testi, che occupano i primi due quinti del volume, così come in quelli che seguono, che ne occupano gli altri tre quinti, non mancano errori di grammatica e di ortografia, che non menziono trattandosi dei consueti «insieme a» in luogo di con, «sole» e «terra» minuscoli e «Albergo» o «Via» maiuscoli, «scheggie» e «caccie» e «minaccie», participio passato accordato col nome che segue, accenti errati o mancanti (anche in spagnolo) e punteggiatura carente o fuori luogo, nonché numerosi refusi («alitava» per abitava, «accapparrarsi»), ma voglio segnalare il grave «coltura» invece che cultura in pagina 26 e poi ancora in 113.

Ai racconti fanno seguito un elenco di camerati dell'autore che combatterono in Ispagna (tra cui figura l'allora sottotenente Renzo Lòdoli, che nel 1946 sarà uno dei fondatori del Movimento sociale italiano, alla cui morte 95enne nel 2008 anche un giornale come "la Repubblica" renderà omaggio), il testo – in spagnolo e in italiano – del famoso, e musicalmente assai bello, "Hinno de la Falange" («Cara al Sol, con la camisa nueva...» - noi cantavamo ... con la camisa negra... - ), e alcune pagine di diario in cui l'autore descrive, in modo per noi raccapricciante ma per lui entusiasmante, una corrida, spettacolo che anzi egli auspica venga introdotto anche in Italia, cosa che non avvenne e che il cronista spera non avverrà mai; poi, dopo una foto della madrina dei legionari, signorina Hulda Orengo di Genova, insegnante nelle scuole di Nervi, una nutrita raccolta di testi di lettere indirizzate «alla madrina del battaglione Manari» (?) da personalità spagnole e italiane, tra cui quelle dello stesso Manari, del generalissimo Francisco Franco, dei generali Annibale Bergonzoli, che il cronista ricorda era detto Barba elettrica, Gastone Gàmbara, Ettore Bàstico e Mario Roatta, di Giorgio Molfino, che era il podestà di Genova (ricordo i muri della città tappezzati con manifesti a sua firma), dell'ammiraglio Arturo Riccardi, del ministro Serrano Suñer, per citare solo i nomi più noti, e persino del general José Moscardò, cui, non dimentichiamo, per avere rifiutato la resa del Alcazar de Toledo i rossi trucidarono il figlio; e infine un elenco nominativo, al momento incompleto, dei legionari italiani di Spagna, non so quante migliaia, suddivisi per federazioni, in ordine alfabetico da Arezzo a Verona.

“Racconti di guerra e di pace”  di V. Manari
 

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