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“Sommergibili, corazzate, e altre navi da guerra dal 1914 a oggi”

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E' il 10° di 25 volumi-strenna "Militaria storia, battaglie, armate" editi da "il Giornale" a fini commerciali senza alcuna preoccupazione per una seria informazione culturale

Libri letti

Verona, 3 maggio 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

Questo volume, di formato gigante (29.8 x 31.3) che la stampante non è sufficiente ad abbracciare, solidamente anche se non lussuosamente rilegato, è un tipico libro-strenna, che però alla lettura si rivela edito a scopi puramente commerciali, senza alcuna preoccupazione ch'esso possa costituire per il lettore uno strumento d'informazione serio, accurato e completo, annullando in tal modo il valore del dono.

 

Fa parte d'una collana "Militaria – storia, battaglie, armate" edita dal quotidiano "il Giornale" di Milano, della quale costituisce il numero 10, e che alla fine risulterà costituita da 25 volumi. Già il titolo "Sommergibili, corazzate e altre navi da guerra dal 1914 a oggi" lascia perplessi, e sfogliatene le pagine rivela leggerezza e superficialità. La perplessità trova conferma nel constatarne il contenuto, costituito da sei parti, nell'ordine "Le corazzate", "Le portaerei", "Gli incrociatori", "I sommergibili", "Le torpediniere e i cacciatorpediniere", "Le fregate e le corvette": dal quale con criterio scriteriato appare tratto il titolo. Quanto al susseguirsi dei capitoli, io avrei posto i sommergibili in coda, lasciando raggruppati i cinque tipi di navi di superficie: ma quel che soprattutto stona, constatato come la sequenza delle navi sia posta tutta in ordine calante di grandezza, è che le torpediniere precedano i cacciatorpediniere.

Firmato da Gino Galuppini, il libro – il librone voglio dire, anche se meglio sarebbe definirlo album, – (194 + VI pagine, Mondadori Milano, 2006 - prima edizione 1983 - , stampato negli stabilimenti di Verona, «edizione speciale da vendersi esclusivamente in abbinamento a il Giornale», euro 14,90 [si badi non 15!], venne da me acquistato per corrispondenza tre anni addietro presso il libraio Bergoglio d'occasione al prezzo scontato di 11 euro – in luogo dei 13 richiesti - : ma esemplari se ne trovano ora in offerta su internet a prezzi inferiori. Iniziando a sfogliarlo, subito in pagina I ci si imbatte nella fotografia di una nave, italiana, che poi ricompare tal quale in pag.170: considerazione ovvia è se, con i milioni di fotografie di navi da guerra (se pure limitatamente dal '14 ad oggi – come enuncia il titolo del volume – ) che esistono, e di cui una assai minima, infinitesima parte figurano nel libro, fosse proprio inevitabile pubblicare una stessa foto due volte. Nella pagina seguente, che per noi poveri di spirito è la II, e che di fatto è segnata II ma che lì stesso, con linguaggio evidentemente aggiornato, è definita «Colophon», figura la foto di un'altra nave, statunitense, che a sua volta ricompare poi tal quale in pag.58. Nella medesima pagina, esattamente al di sotto, abbiamo una terza foto, la quale – finalmente – non ricompare nel testo: è quella dell'incrociatore antisommergibili – così definito – russo "Kiev", in realtà una nave portaerei (di 42mila tonnellate! come una super-corazzata), la quale, scusate la mia pignoleria, secondo la didascalia si troverebbe a sinistra.

Dopo una breve Presentazione corredata d'una foto e d'un disegno, si entra nel vivo con "Le corazzate", cui son dedicate 24 pagine. Per ogni unità, o prototipo, ci vengono forniti i dati tecnici e una breve storia delle loro attività. Le prime sono la tedesca "Kaiser", le francesi "Dévastation" e "Amiral Duperré" e l'inglese "Inflexible" (non «Inflexibile», andiamo male se storpiamo i nomi) rispettivamente del 1874, 1879, 1879 e 1876. Chiedo scusa, ma il titolo del libro non dice «dal 1914»? Bah, melius abundare. Si passa quindi alle tedesche "Scharnhorst" e "Gneisenau", che son del 1936 e parteciparono alla seconda guerra mondiale. E' un bel salto. E la prima guerra mondiale, nisba? Solo noi italiani ne colammo a picco tre, austriache, e subimmo la perdita di una, esplosa in porto. Nel curriculum delle due gemelle tedesche si legge che operarono in Atlantico dove affondarono fra l'altro l'incrociatore "Rawalpindi". E' un'informazione deformata, perché il "Rawalpindi" era un incrociatore ausiliario, vale a dire una nave mercantile armata, e da qui ad un incrociatore vero e proprio c'è una ben grossa differenza. La loro storia poi è mutilata, perché la loro impresa più famosa fu il forzamento della Manica. Prosit, e andiamo avanti.
Ecco la "Dreadnought" britannica, del 1906, prototipo delle navi da battaglia concepite secondo i canoni dell'ingegnere italiano Cuniberti. Evidentemente, a mente dei compilatori di questo album-strenna, l'anno 1936 venne prima del 1906. Ecco ancora nell'ordine (di statura? o per estrazione a sorte?) la "Bayern" tedesca, del 1915, la "Alessandro III" russa e la "Yamashiro" giapponese del '14, le statunitensi "California" e "Tennessee" del '19 e la Pennsylvania del '15, rimodernata nel '30-31 (che arrivarono a Pearl Harbor ed oltre), la "Minas Gerais" brasiliana del 1908, le quattro "Kongo" del '13 e le due "Nagato" del '19 giapponesi, rimodernate negli anni '20/'30, le cinque "Resolution" e le cinque "Queen Elizabeth" inglesi del '15, rimodernate negli anni '30/'40, e ancora le statunitensi "New Mexico", "West Virginia", "North Carolina", "Alabama", "Missouri" e "Iowa", le francesi "Dunkerque" e "Richelieu", le tre tascabili germaniche e le due gigantesche "Bismarck" di 51mila tonnellate, le quattro "Littorio" italiane (una delle quali non giunta al varo), la nipponica "Yamato", le britanniche "Nelson" e "Vanguard". E così siamo passati attraverso la prima guerra mondiale, e a salti da canguro siamo arrivati al 1944. Nessun cenno alle corazzate austro-ungariche (i nostri mas e i mezzi d'assalto d'allora colarono a picco la "Wien", la "Viribus unitis" e la "Szent Istvan"), né un qualche rilievo alla storica battaglia navale dello Jutland (o Skagerrak) e alla precedente, epica, ineguagliata, ormai mitica di Tsushima, così come ignorate sono le importantissime corazzate di quell'epoca (1904, lo ammetto) e gli incrociatori da battaglia affondati nel '15 in un sol colpo dall'"U9" di Weddigen ("Hogue", "Cressy" e "Aboukir"). Mancano le mostruose giapponesi da 70mila tonnellate del 1945, manca qualsiasi cenno alla situazione delle navi da battaglia, oggi, come invece è annunciato nel titolo. E' di tutta evidenza, e non solo una supposizione, che si è voluto mettere insieme uno scartafaccio, da presentare nella veste di strenna – anche se a pagamento – a scopi pubblicitari e promozionali per il giornale, senza una sia pur minima intenzione di far cosa culturale. A chi di navi da guerra non sappia nulla e voglia saper qualcosa, è consigliabile tenersene lontano.

Per procedere nella panoramica, rileviamo come alle portaerei sian dedicate ben 52 pagine. Più del doppio che alle corazzate. E' vero che oggi la portaerei è la nave più importante d'una flotta (la seconda guerra mondiale ha insegnato), ma la corazzata per mezzo secolo è stata la regina delle flotte e delle battaglie navali, e il libro non largisce «le navi da guerra oggi» bensì «dal 1914». Comunque, non curandosi della programmazione a partire «dal 1914», e proseguendo in ordine sparso (cronologicamente si va all'indietro invece che in avanti), si parte dalla "Birmingham" statunitense e dall'"Hibernia" britannica, incrociatore e rispettivamente corazzata del 1907 e 1905 con ponte di decollo di pochi metri, e addirittura dalla portaidrovolanti "Foudre" francese del 1895 senza ponte di volo (come la nostra "Miraglia" del 1923), e attraverso le inglesi "Mauxman" del '16, "Nairana" del '17, "Pegasus" pure del '17, e quindi "Campania" del 1893 (prosegue il cammino a ritroso come quello dei gamberi), si perviene alla "Furious", pure inglese, del 1916, la prima portaerei vera e propria, con ponte di decollo e d'appontaggio che va da poppa a prua, in origine di metri 69.5, portato poi a 91.5, nave che, più volte modificata e rimodernata, pervenne alla seconda guerra mondiale e le sopravvisse. La rassegna delle portaerei prosegue secondo criteri incomprensibili: si retrocede con "Pennsylvania" del 1903, si torna ad avanzare con "Hosho" del '21, "Dedalo" e "Langley" del '22, si salta a "Charger" del '41 e "Bogue" del '42, "Clemenceai" del '57, cui seguono... "Wakamiya" del 1901, "Ben My Chree" del '15, "Rouen" del '14, "Europa" del 1895, e avanti così, in una confusione non solo cronologica ma anche di tipologia, mescolando e alternando navi moderne e antiche, con ponte di volo e senza ponte di volo, scegliendo le navi menzionate rispetto a quelle del tutto ignorate secondo criteri, non voglio dire scriteriati, ma non spiegati e che rimangono incomprensibili. Con tutta l'importanza ch'ebbe per il nostro Paese la mancanza di navi portaerei nel secondo conflitto mondiale, della questione non è fatto cenno, e né pur menzionate sono le due portaerei "Aquila reale" e "Sparviero" di cui Mussolini motu proprio nel '41 ordinò la costruzione, la prima delle quali compiutamente condotta a termine, delle quali pure esistono fotografie (lo scafo della seconda venne fotografato anche dal cronista pochi giorni prima che i tedeschi l'autoaffondassero nell'entrata del porto di Genova).

Passando agli incrociatori (44 pagine), tralasciando il fatto che anche qui si parte da unità del 1903 e 1913 per saltare poi al 1945, retrocedere al 1909, '16, '20, '34, '37, e balzare al '67 ("Vittorio Veneto") e '61, ad un certo momento si constata come siano stati classificati a parte gli incrociatori detti corazzati (di cui facevan parte i nostri "San Giorgio", protagonista d'una epopea che si concluse in Tobruk nel gennaio '41, e "San Marco", neppur menzionato) e addirittura quelli c. d. protetti (adottati in Gran Bretagna, Francia, Italia, Austria, Germania, Argentina e Stati uniti, ad onta che nel libro ne figurino due soli), con conseguente confusione presso il lettore sprovveduto. Ma quel ch'è più inaccettabile è che in questo capitolo trovino posto gli incrociatori da battaglia, che niente altro erano se non navi da battaglia o corazzate che dir si voglia, come la germanica "Goeben", ch'ebbe lunga vita (dal 1911 al '63) e mitiche avventure insieme con la sorellina minore "Breslau" (neanche citata), le inglesi "Invincibile" e "Queen Mary" (i cui nomi rimarranno legati alla battaglia dello Jutland), "Repulse" e "Hood" (che arriveranno alla seconda guerra mondiale, dove periranno, la prima colata a picco, insieme con la "Prince of Wales" - né pur citata – , dall'aviazione giapponese nel canale di Malacca il secondo giorno di guerra, l'altra fatta saltare in aria in Atlantico qualche mese prima con un 38o - non 381, calibro che la grande nave germanica non possedeva - indirizzatole dalla "Bismarck"). Un paragrafo successivo distingue e apparta gli incrociatori leggeri (noi ne possedevamo, almeno nominalmente, ventisette, scusate se son pochi, ma neanche uno trova qui posto nella rassegna approntata da "il Giornale"). A cui seguono i tipi Washington, con i quali si ritorna agli incrociatori pesanti, o maggiori che dir si voglia, come i nostri sette "Trento", tra cui lo "Zara", che venne affondato, non «al termine della battaglia navale di Gaudo e Matapan», battaglia mai avvenuta e inesistente nella storiografia della seconda guerra mondiale, bensì all'inizio dello scontro notturno di capo Matapan. Anche queste informazioni, errate e frutto di incompetente approssimazione, denotano il livello culturale dell'opera. Ma non è finita. Mentre dopo gli incrociatori pesanti, anzi... pesantissimi ("Worcester" Usa 1947 , 18500 tonnellate: come il "Prinz Eugen" tedesco, neanche menzionato) ricompaiono quelli leggeri ("Koenigsberg" Germania 1927, e finalmente "Colleoni" Italia 1930, ecc.) e poi ancora altri pesanti anzi pesantissimi ("Sverdlov", Urss, 19200 tonnellate), improvvisamente e si può capire quanto inaspettatamente ci si trovano di fronte, non tanto "Moskva", Urss 1965, ch'è una portaelicotteri, quanto "Kiev", Urss '72, "Invincible", Gran Bretagna '77, e "Garibaldi", Italia '83, che puoi chiamarle incrociatori o se più ti piace barche da pesca o topi di fogna, ma che comunque sono e restano navi portaerei, e che avrebbero dovuto avere spazio nella seconda parte del volume.

Alle corazzate, portaerei e incrociatori, navi tutte di superficie, seguono i sommergibili, 28 pagine, che vanno dal 1900, 1901, '2, '5, '8 – al solito fuori dai termini programmati - , saltando al 1941 per poi retrocedere col "Delfino" al 1892 (neanche accennato il suo arenamento con la cattura di Nazario Sauro). Ovviamente, ci si guarda bene dal ricordare lo "Scirè" di Borghese e l'"Ambra" di Arillo, l'apologia del fascismo è sempre in agguato. Vengono chiamati sommergibili anche i battelli a propulsione nucleare che in effetti hanno acquisito il diritto di classificarsi sottomarini. 26 pagine son dedicate a cacciatorpediniere e torpediniere, come già annotato titolati in ordine inverso, ed in effetti presi in esame in ordine inverso: inoltre con partizione sproporzionata, quattro pagine per le prime, limitate a sei unità in rappresentanza di sette classi (fra cui una italiana, la "Spica": basti dire che l'Italia da sé sola, e soltanto all'entrata in guerra nel '40, ne possedeva sessantotto, suddivise in sette classi, oltre a tre unità isolate), tutte le altre pagine per i secondi (che partono dal 1906 e da qui saltano al '36, '56, '74, per poi retrocedere al '19 e quindi passare al '76, '83, e così via, sempre nel solito ordine sparso, forse ottenuto tirando i dadi, per fermarsi infine all'89. Ultimo capitolo quello delle fregate e corvette, tipi di unità che in Italia si cominciò a costruire a seconda guerra già in corso, qui per quanto ci riguarda rappresentate in illustrazione solo dalla De Cristofaro del 1966. Il grande volume, tanto costoso quanto inutile ed anzi dannoso, si chiude con sedici colonne su quattro pagine di indice dei nomi, fittissimo ma manco a dirlo incompleto, e da una assai sommaria bibliografia, non prima d'aver preso congedo dal lettore con un'ultima disinvolta ed errata informazione: la didascalia "Portaerei della Marina italiana" sotto alla foto di tre unità navali che navigano affiancate di conserva. Una è l'incrociatore portaerei "Garibaldi", le altre due sono portaelicotteri e per esser classificate portaerei occorrerebbe ricostruirle fornendo loro un ponte di volo.

“Sommergibili, corazzate, e altre navi da guerra dal 1914 a oggi”
 

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