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Verona, 6 maggio 2017. - di Sergio Stancanelli

D'un Sant'Andrea in Percussina non trovo traccia nell'elenco dei Comuni italiani: difatti è una frazione, precisamente del comune San Casciano val di Pesa. Che esista non avevo dubbi, poi che - mi trovavo in Firenze per un corso d'istruzione della Olivetti, - in data martedì 10 settembre un breve appunto a matita, che avrei dovuto poi volgere nei dettagli scrivendo a penna – cosa che non feci – sul mio diario reca: «Partenza da Firenze, Galluzzo; pranzo in San Casciano. Viale villa privata, Sant'Andrea, visita alla casa di Machiavelli. In Barberino caffè; Siena cena in pizzeria; Accademia chigiana concerto (Gamberini!); hotel Moderno». Ricordo: ero con la mia neosposa Maraki, la sera la condussi all'Accademia chigiana, il portone era aperto ma non c'era nessuno, salimmo al primo piano, spinsi la porta e ci trovammo in un salone dove era in corso un concerto. Al di qua dei posti a sedere tutti occupati, c'era della gente all'in piedi, e a contatto di gomito sulla sinistra mi trovai accanto un collega, di nome Gamberini, che avevo conosciuto a Genova in casa del mio maestro di composizione Mario Moretti, del quale pure lui era allievo, se pure più avanti di me. Si era recato alla Chigiana per perfezionarsi.

Il pieghevole, che con la mia datazione a matita S. Andrea 10.9.57, si trova - un po' ingiallito - nella mia biblioteca, reparto letteratura italiana, reca sulla facciata "LETTERA DI NICCOLO' MACHIAVELLI A FRANCESCO VETTORI, S. Andrea in Percussina li 10 Dicembre 1513". Il testo occupa intieramente le altre tre pagine. Esordisce con «Magnifico ambasciatore. "Tarde non furon mai grazie divine". Dico questo, perchè mi pareva aver perduta no, ma smarrita la grazia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi......... Io mi sto in villa......... mi lievo la mattina con il sole» ecc. (ho rispettato, nel trascrivere, gli errori di ortografia e quelli di grammatica). Più avanti leggo: «Mangiato che ho, ritorno nell'osteria: quivi è l'oste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dì giocando a cricca, a tricche-trach, e poi dove nascono mille contese» ecc. , e sul margine una mia annotazione a matita: cercare, che sottintende cosa significhi ingaglioffarsi. Significa farsi gaglioffo. Conclude la lettera – e parimenti non correggo l'errore di sintassi che vi ricorre – : «... chi è stato fedele e buono quarantatrè anni, che io ho, non debbe poter mutare natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia. Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia. E a voi mi raccomando. Sis felix. Die X Decembris 1513. Niccolò Machiavelli.»

Il nome Machiavelli mi suggerisce un più antico ricordo. La guerra era in corso, correva se non erro l'anno 1944. Al liceo, il Cristoforo Colombo di Genova, avevo un docente di lettere che si chiamava Cicciarelli. Teneva lezioni come fossero state, più che conferenze, comizi. Un giorno, nel corso dell'ora d'italiano, c'intrattenne su Niccolò Machiavelli. Ne era entusiasta, e ne fece l'apoteosi. Ne parlava, non senza moderatamente gesticolare, come avrebbe potuto fare Benito Mussolini dal balcone di palazzo Venezia, ma con maggior passione. Noi - sciocchi più che maleducati, - decidemmo di applaudirlo: al solo scopo, sia chiaro, di canzonarlo. Ed il finale della proclamata lezione si prestò ottimamente allo scopo: «Ed è questo, signori, lo spirito di Niccolò Machiavelli, il cui cognome, fra parentesi, si scrive con una sola ci» (cito a memoria, qualche ex compagno di classe che mi legga potrà cortesemente correggere). Allo scrosciare dell'applauso, il professore prontamente si schermì con i gesti. Aveva creduto che il nostro entusiastico apprezzamento fosse sincero. E' una cattiva azione il cui ricordo mi perseguita da una settantina d'anni. Per inciso, anni dopo la fine della guerra, fondato il Circolo cineamatoriale genovese, feci conoscenza con il critico cinematografico del quotidiano "il Lavoro" Tullio Cicciarelli, che ci frequentava e che mi chiamò poi a collaborare al giornale. Era presidente nazionale dei Giornalisti cinematografici, e figlio di quel professore ch'era stato mio docente: ma fra loro non intercorrevano rapporti, poi che il padre era fascista ed il figlio antifascista – socialista per l'esattezza – .

Altro pieghevole, sempre di quattro pagine, è questo "BENVENUTI A BORDO! United states ship Franklin D. Roosevelt", di cui son debitore a mio fratello Aldo, il quale – evidentemente in considerazione dei miei interessi navali – me lo diede il 22 ottobre 1963. La foto della gigantesca portaerei (63mila tonnellate di dislocamento – non di «stazza», come con meraviglia e incredulità si legge in ultima pagina – ) troneggia in prima pagina ed invade in parte anche l'ultima, dove son riportati i dati tecnici dell'unità. Le due pagine interne, con in calce sei fotografie di aeroplani, evidentemente dei tipi imbarcati sulla nave, ospitano una lunga e dettagliata storia dell'unità - cui era destinato il nome "Coral sea" in rievocazione della storica battaglia del mar dei Coralli contro i giapponesi, ma che venne poi invece battezzata con le generalità del Presidente scomparso il 12 aprile 1945 per onorarne la memoria - . Il testo è zeppo, oltre che di refusi, pure di errori, non solo d'ortografia, ma anche di fatto: mi limiterei a rilevare «Nel maggio 1958 la "Roosevelt" fu donata [per dotata] di nuovi deflettori», e «Il 20 marzo 1961 la nave effettuó [oltre tutto con l'accento acuto] il suo centomilesimo (sic) atterraggio», se non ve ne fosse uno ancor più grosso: «Fu la seconda portaerei della classe "Midway" da 45mila tonnellate a venire costruita». L'errore, d'una rilevanza che non occorre sottolineare, è tranquillamente ripreso in internet, dove all'unità, nei suoi tempi una delle più grandi nel mondo, viene attribuito un dislocamento appunto di 45.000 tonnellate. Secondo gli Almanacchi navali italiani di quell'epoca (1966-67), l'unità, impostata nel 1943, varata nel '45 ed entrata in servizio questo stesso anno (per l'esattezza il 27 ottobre, giornata della Marina), dislocava 62.674 tonnellate, che il volume "Sommergibili, corazzate e altre navi" della collana "Militaria" ("Trentino libero" 3 maggio 2017) arrotonda a 60.ooo. La portaerei, rimodernata una prima volta nel 1947-48, subì – nel '55-57, credo – l'aggiunta di un secondo ponte trasversale per il magazzinaggio degli aerei, che tuttavia non dovette dare buoni risultati se – nel '66-70, credo – le furono aggiunti tre elevatori laterali esterni. Venne radiata per vetustà nel 1977.

Quando io non esistevo ancora, il fratello della mia mamma, tenente colonnello – poi colonnello – Mario Lèrtora, cavaliere di Vittorio Veneto, mutilato d'ambedue le gambe nella prima guerra mondiale (un altro, Angelo, vi aveva perduto la vita, sia pure per malattia), che aveva sposato l'infermiera la quale in ospedale l'aveva curato, Adele Giuditta Silvetti, aveva messo al mondo tre figli, Giuliano, Marcello e Roberto. Il secondo era morto ancor ragazzo per malattia, mentre il primo - nato nel 1921 - se ne era salvato ed era sopravvissuto, a detta di tutti, per le cure e l'assistenza prestategli dalla zia, allora non ancora venticinquenne e libera da impegni. Al corrente di quanto le doveva – rammento che veniva spesso a trovarci – , il nipote le era grato, le indirizzava cartoline di saluto quando si recava fuori Genova, e lasciata la città una volta terminati gli studi ginnasiali e liceali (ho io i suoi libri, con apposto il suo nome) per frequentare l'Accademia navale di Livorno, ramo Armi navali, le inviò in busta una cartolina che, intestata R A N con le lettere inframezzate dal nodo di Savoia, reca il motto E TAGLIEREMO I BOSCHI e sul verso la data 1941 e l'indirizzo cui scrivergli: Giuliano Lertora, regia Accademia navale, allievo I corso A. N. , Livorno, cartolina che ho ritrovato fra le carte della mia mamma allorché nel 1971 ella venne a mancare. Sette anni dopo, nel 1948, quando io m'affacciai ai verdi cancelli dell'Ardenza, ramo Stato maggiore, mio cugino Giuliano faceva parte dell'organico degli ufficiali dell'Accademia.

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