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“Guerra senza odio” di Erwin Rommel

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Le alterne vicende della guerra in Africa settentrionale dalla nostra prima penetrazione in Egitto nel 1940 allo sgombero totale e definitivo del teatro di guerra con l'abbandono della Tunisia nel 1943 – Il comandante dell'Africa Korps riconosce il valore delle truppe italiane ed in particolare dei giovani fascisti volontari a Bir el Gobi, ma senza reticenze imputa l'esistenza di spionaggio a favore del nemico a Roma nel Comando supremo

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Verona, 7 maggio 2017. - recensione di Sergio Stancanelli


Le memorie del maresciallo tedesco, che nella seconda guerra mondiale avrebbe dato la vittoria alla Germania una prima volta se il Führer del terzo Reich non avesse fermato le proprie forze corazzate in Francia consentendo alle truppe britanniche di reimbarcarsi sane e salve a Dunkerque, ed una seconda volta se la mancanza di rifornimenti non avesse fermato ad El Alamein gli italiani dell'Ariete e i tedeschi dell'Africa Korps ormai a cento chilometri da Alessandria e dal canale di Suez (senza considerare le misure chieste e non ottenute per contrastare l'invasione della Normandia), vanno dal dicembre 1939, quando si trova in Bordeaux e la sua licenza per le feste di fine anno viene sospesa a causa della difficile situazione in Francia (nel maggio del '40 la puntata di Abbeville decide l'esito della battaglia sul fronte nord) e poi von Brauchitsch gli conferisce il nuovo incarico di assumere il comando d'un corpo di spedizione che verrà inviato in Libia per aiutare gli alleati italiani in situazione critica, al maggio 1943, quando le truppe dell'Asse capitolano in Tunisia, abbandonando agli anglo-americani l'ultimo lembo africano ancora in nostro possesso: dopo di che Rommel ritorna in Francia per opporsi all'invasione alleata in Normandia nel '44.

Le memorie, riordinate dalla vedova Lucie-Maria e dal figlio Manfred, con la consulenza del generale Bayerlein già capo di stato maggiore di Rommel in Africa, sulla base delle annotazioni personali del marito, riguardano pertanto la campagna d'Africa dalla riconquista della Cirenaica, dopo le dimissioni del maresciallo Graziani sotto il cui comando l'avevamo perduta, all'avanzata sino ad El Alamein, e quindi alla ritirata che si concluderà con l'abbandono dell'intera Libia e poi anche della Tunisia da poco occupata. Due anni di andate e ritorni attraverso la Libia e l'Egitto, raccontati non solo attraverso le vicende militari, ma anche nelle lotte con il Comando supremo alieno dal valutare l'importanza del fronte africano e insensibile al dramma dei mancati rifornimenti, e nelle polemiche con Göring e con Cavallero ottusamente e passivamente ottimisti, ciechi di fronte a una realtà che vedeva effimeri i successi dell'Asse di fronte alla strapotenza in mezzi degli Alleati, mentre la possente flotta italiana se ne stava rintanata nei porti – neanche poi tanto sicuri - lasciando che i trasporti dei vitali rifornimenti venissero sterminati dalle navi inglesi e dagli aerei statunitensi, o ricorrendo ai tentativi, condannati da Rommel o tragicamente falliti, di inviare benzina tramite le navi ospedali, legittimamente perciò bombardate dall'aviazione nemica, o caricandola sugli incrociatori, che un solo colpo centrato era sufficiente a trasformare in roghi colossali.

Particolare risalto negli eventi assumono gli assedî posti prima da una parte e poi dall'altra alla piazzaforte di Tobruk, ma sulla battaglia dell'inverno 1941-42 non esistono annotazioni nel diario di Rommel, evidentemente troppo preso dalla continua urgenza di decisioni da improvvisare. Alla cronaca di quel periodo è tuttavia dedicato un intero capitolo del libro, che c'è da credere sia stato steso dal generale Bayerlein. Ivi trovano posto i combattimenti nei pressi di Bir el Gobi, dove l'autore menziona la presenza determinante delle truppe italiane, senza tacere le gesta degli universitari andati volontari e che nello spirito goliardico compivano bravate le quali si concretizzavano in atti di eroismo estremo: «In quella zona la divisione dei giovani fascisti già per lungo tempo aveva combattuto con grande valore.» «Le operazioni italo-tedesche [il diario reca «tedesco-italiane») della primavera 1941 avevano portato ad una rapida conquista della Cirenaica e della Marmarica. Il territorio [della Libia] riconquistato poteva essere conservato mediante il rafforzamento del fronte Sollum-Bardia. Non eravamo invece riusciti nonostante gli sforzi a riprendere la fortezza di Tobruk, il che ci avrebbe assicurato un porto di rifornimenti vicino al fronte: Bengasi si trovava a 500 chilometri di distanza, e Tripoli addirittura a 1500». «Nell'inverno del 1942 Rommel capì che non potevamo più vincere la guerra e disse: - Dobbiamo venire a un'intesa con l'Inghilterra e cederle il predominio in una futura Europa unita per disporre nel continente di forze capaci di garantirne l'esistenza [di fronte all'avanzare della potenza sovietica] – .» E' curioso in questa fase come Rommel e i suoi ufficiali superiori passassero più volte in quei giorni da un luogo a un altro attraversando tranquillamente le linee britanniche perché viaggiavano su un automezzo inglese preda di guerra. La cartina in pag.82 che evidenzia l'avanzata delle divisioni corazzate 15ª e 21ª oltre Sollum, contiene una inesattezza nella didascalia che recita «Avanzata verso l'Egitto (24 novembre 1941)», poi che il confine correva tra Bardia e Sollum, e Sollum è già in Egitto.

Le alterne vicende della guerra in Africa settentrionale sono ben note a coloro ch'erano già in vita quando avvennero ed a coloro che non disdegnano d'interessarsene, non foss'altro che in omaggio alle centinaia di migliaia di uomini che vi morirono o che vi rimasero feriti e mutilati, che dovettero trascorrere lunghi anni in prigionia (i prigionieri non furono rimpatriati che nel '46), o che comunque, volontariamente o coattivamente, ne furono protagonisti impiegandovi parte della propria vita. Per chi non ne sappia nulla, non pretenderò qui di esporle, limitandomi ad evidenziare alcuni passi che direttamente ci riguardano. «La Ariete, senza mai sino ad allora essere andata contro il nemico, dei cento carri armati di cui disponeva ne aveva in efficienza dieci, gli altri novanta essendo in avaria per guasti ai motori od altri inconvenienti strutturali.» D'altra parte, le corazze di questi carri armati, di piccole dimensioni e che gli stessi italiani chiamavano «scatole di sardine», non resistevano ai proiettili degli anticarro britannici, mentre i loro proiettili, di piccolo calibro, non riuscivano a perforare le corazze dei thanks britannici, limitandosi a produrvi graffi superficiali. «C'era da indignarsi constatando con quale armamento il Comando supremo italiano mandava a combattere le sue truppe.»

Rommel non dirigeva le operazioni standosene nelle retrovie bensì recandosi di persona quotidianamente sui luoghi dei combattimenti: accade così che un giorno emergono da un'altura in lontananza, dalla zona occupata dal nemico, alcuni carri armati con i cannoni puntati verso le posizioni italo-tedesche. Ha al proprio seguito tre pezzi controcarro che fa intervenire celermente e che con pochi colpi ben centrati li mettono fuori combattimento, ma con costernazione constata che si trattava di carri armati italiani. Sospende immediatamente l'azione, ma deve prendere atto che alla scadente qualità della corazzatura e dell'armamento dei mezzi dell'alleato corrisponde un cattivo addestramento delle unità italiane (pag.47, riassumo). «Pochi giorni dopo, la mattina del 22 aprile, sei carri armati britannici entrarono di sorpresa nelle posizioni delle batterie italiane in quota 201 tenuta dal reparto Fabris annientandole e facendo prigionieri il reparto, con lo stato maggiore quasi al completo, e tutte le truppe. I sei carri armati italiani destinati a difendere la posizione non erano sul posto, e accorso immediatamente con un gruppo da combattimento trovai soltanto automezzi e motocicli in fiamme. Ovviamente, questo modo di affrontare il nemico non era edificante.» «Trovai nelle posizioni [sgomberate dagli italiani] una straordinaria quantità di materiali abbandonati [durante la ritirata di Graziani]. Ordinai che venissero ricuperati tutti quei pezzi d'artiglieria e riparati quelli danneggiati, per essere portati a rinforzare il fronte [tenuto dalle truppe tedesche]. Il generale Gariboldi mi fece avvertire che quei pezzi d'artiglieria erano stati abbandonati perché inservibili ma erano di proprietà italiana e dovevano essere usati dagli italiani. Fino ad allora gli italiani non se ne erano curati [trascurando la possibilità che cadessero preda del nemico], ma ora che per nostra iniziativa erano di nuovo utilizzabili, rivendicavano il diritto di utilizzarli.»
«In conseguenza della perdita di prestigio causata dalla sconfitta di Graziani, le tribù arabe erano irrequiete. I soldati italiani si prendevano continuamente ogni libertà con le donne locali.

Dovetti pregare istantemente [insistentemente] il Comando supremo italiano di dare disposizioni affinché quelle molestie cessassero, al fine che non ne derivassero ribellioni armate dietro il nostro fronte.» «La truppa italiana rendeva molto quando era guidata da un capo valente.» «L'attacco del gruppo corazzato dalla posizione di Mersa el Brega in direzione est non l'avevo preannunciato al Comando supremo italiano. L'esperienza mi aveva infatti ripetutamente dimostrato che tutto ciò che arrivava a Roma veniva spifferato agli inglesi.» «Dissi a Cavallero che intendevo attuare le mie decisioni, poiché la lotta era essenzialmente condotta da truppe tedesche. Il generale si vendicò vietando ai corpi italiani di uscire dalla zona di Mersa el Brega e da Agedabia, in tal modo sottraendoli al mio comando. In conseguenza, furono le truppe tedesche a riconquistare la Cirenaica.» «La flotta inglese assicurò il trasporto di truppe e materiali lungo la costa egiziana attivamente operando nella lotta per impedirci di riprendere Tobruk senza alcun intervento della flotta e dell'aviazione italiane. L'unica operazione che conseguì un successo di grandissima portata fu quella attuata dalla Decima flottiglia mas», nome di copertura dei mezzi d'assalto, «dove sei soli uomini con modestissimi mezzi mandarono a fondo due navi da battaglia britanniche».

Saltiamo per necessità pratica dal terzo all'ottavo ed ultimo capitolo. «La resa mise fine alle operazioni in Africa. Come già era accaduto per Stalingrado, i reparti tedeschi, che sino ad allora avevano avuto 5200 morti e 14.ooo prigionieri, perdettero in un colpo solo 130.000 soldati, avviati ai campi di prigionia, e che venivano a mancare alla difesa dell'Europa. L'esito della guerra fu deciso dalla disponibilità dei mezzi. Dal momento in cui nel conflitto erano entrati gli Stati uniti, nessuna possibilità ci era rimasta di riportare un successo finale.» Chiamato in Normandia ad opporsi alla prevista invasione del continente europeo, «ripetutamente ma invano chiesi [ad Hitler] di far minare la baia della Senna, di inviare in Normandia tutte le divisioni corazzate disponibili (con i loro 1720 carri armati e d'assalto, e 120 pezzi d'artiglieria, nota credo di Bayerlein), il corpo contraereo, la brigata mortai e le unità di paracadutisti. Il rifiuto comportò l'impossibilità di opporci efficacemente allo sbarco alleato quando il 6 giugno 1944 esso avvenne. Ma l'occasione veramente grande era stata in Africa» quando avremmo potuto arrivare a congiungerci con l'armata di von Paulus attraverso il Caucaso. «Ad El Alamein come a Stalingrado artefice della nostra disfatta era stata la nefasta influenza sul Führer della strategia dilettantesca di Hermann Göring, che ne determinò decisioni le quali possono essere definite semplicemente irresponsabili.»

La traduzione dall'originale "Krieg ohne hass" è di Alberto Bargelesi, con cui abbiamo una volta tanto il piacere d'una lingua italiana grammaticalmente corretta («insieme con la colonna Santamaria», «insieme con il mio capo di stato maggiore», «insieme con il suo capo di stato maggiore», «insieme con un reparto corazzato», «insieme con Gause», «insieme con la Ariete») se si eccettuano qualche «... avevamo eliminata la minaccia di Ras el Madauer», «gli inglesi avrebbero sfruttata questa occasione», «avevamo continuamente indicate le possibilità... ». Ma questi rilievi linguistici, più che marginali, sono evidentemente irrilevanti nell'economia della testimonianza storica.

“Guerra senza odio” di Erwin Rommel
 

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