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“Grazie nave bianca” di Franco Calabrese

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Libri ricevuti

Verona, 15 luglio 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

E' questo un altro libro che ho già recensito a suo tempo sulla rivista "Lega navale", ma che voglio almeno brevemente segnalare ai miei attuali lettori, anche in omaggio all'autore che mi fu amico. Quando pubblicò "Grazie nave bianca" (edizioni di Nuova comunità, Cosenza, pagine 158, lire 15.000), Franco Calabrese era già noto per otto volumi di narrativa, cinque di poesia, due di teatro e due di saggistica. Premesso che è scritto molto bene e che fosse sol per questo si legge con piacere, il libro è anche interessante sul piano culturale, trattandosi del diario di un viaggio nel corso del quale l'autore fa parte con il lettore di tutto ciò che vede e scopre o gli viene mostrato, descritto e spiegato.

La nave bianca non è una nave ospedale, bensì la "Enrico C" sulla quale l'autore, in giorni di depressione, si rifugia per distrarsi compiendo una crociera. Suddiviso in due parti, il viaggio va da Madera a Tenerife, da Palma de Mallorca a Casablanca, da Rabat a Marrakech e a Tangeri, e poi da Atene a Delos, da Mykonos nelle Cicladi ad Istanbul, da Rodi a Candia nell'isola di Creta, da Olimpia a Corfù ed infine a Dubrovnik, ch'era ma non è più Italia, e che mi dispiace chiamare con nome non suo ma cui son costretto dall'omonimia con l'altra nostra Ragusa, quella siciliana. Onde non limitarmi a ripetere ciò che narra e descrive l'autore, né ciò che a suo tempo ho già scritto, coglierò l'occasione per qualche ricordo personale.

Si era nell'anno 1938 quando - abitavamo a Genova ma in una zona assai lontana dal mare, - il cugino Turiddu – Salvatore Stancanelli, direttore di macchina sull'incrociatore "Pola" – , su richiesta della mia mamma, ci consentì nel corso del mese d'agosto di abitare nell'appartamento di sua proprietà sito nei pressi dei bagni comunali di san Nazaro, arredato ma disabitato. Ci trasferimmo così per un mese da via Napoli a via Trento. Disabitato, dicevo, salvo la presenza d'una ragazza di servizio, che si chiamava Rosa e che possedeva un grammofono a manovella e un certo numero di dischi di canzoni, ovviamente di 25 centimetri e a 78 giri. Fra questi, v'era un ritmo moderato (slow, scrive il Calabrese: era una rumba, se ben ricordo) dal titolo "Una notte a Madera" ("Con te, una notte a Madera" riferisce l'autore), di Mascheroni e Marf, della cui musica m'innamorai, sì che non mi stancavo di chiedere alla ragazza di farmelo ascoltare. Anni dopo, ormai adulto, rintraccerò una copia del disco presso l'antiquario Orsatti di via Lùccoli, sempre in Genova, e lo acquisterò ovviamente.

Tenerife mi ricorda invece l'amica pittrice Marisca Calza, che negli ultimi anni della sua vita vi prese residenza. Quando due anni addietro mio figlio Cesare si recò a trascorrere le vacanze nell'isola, lo incaricai di telefonarle e porgerle il mio saluto, ma al ritorno mi riferì di non avere avuto il tempo per farlo. L'estate precedente vi si era recata una mia conoscente, alla quale avevo affidato identico incarico, con identico esito. Pure, pensavo, le occasioni avrebbero potuto essere opportune per incontrare il personaggio, oltre che utili per disporre d'una conoscenza sul posto.

Alcune decine d'anni fa, ancora personalmente non la conoscevo quando la pittrice aveva avuto il suo momento di notorietà con la copertina dedicatale da Achille Beltrame su "La domenica del Corriere". Dopo che ci si conobbe e si divenne amici, le organizzai una mostra personale in Parma nella galleria d'arte della libreria Rizzoli di Giuseppe Nìccoli. L'ultima volta che ci si vide fu in Genova, a chiacchierare seduti in un bar, presenti la sua mamma e mia moglie. Poi qualche telefonata da Tenerife, e i miei messaggi per interposta persona, non pervenuti, sino alla notizia diffusa dalla stampa della sua scomparsa.

In Atene invece, nel quartiere di Kifisià, nacque colei che sarebbe divenuta mia moglie, ma dalla quale anni di equivoci e incomprensioni, in buona o in mala fede, ormai mi dividono. Nel confermare uno stile di scrittura elegante e raffinato, devo segnalare nel libro non pochi refusi, non solo in italiano («tale» in luogo di tela, pag.17; «vilpelle» per vinilpelle, 18; «pò» per po' ; «sole» scritto sempre minuscolo, e così pure «terra», il pianeta) ma anche in latino («insule» invece che insula o insulae, «puelarum» in luogo di puellarum, pag.15) e in greco («eimi» invece di íme, íμε, 131) oltre che in francese («Le mer tenebreuse», 25) e spagnolo («Pico vejio», 28; «momiento della verdad», pag.38; e non meno d'una diecina gli errori nel testo del manifesto della corrida riportato in pag.35).

Mi fermo qui (siamo appena all'inizio, precisamente in Palma de Mallorca), anche perché le pagine di sangue e arena sono quattro pagine di orrore. Mentre sto scrivendo, la stampa reca notizia che l'altro giorno, 4 aprile, le corride a Madrid sono state sospese dopo che ben sei toreadores erano stati incornati. Ci ho piacere: il toro in natura è un animale pacifico, che spesso stabilisce un rapporto di fiducia con chi lo alleva.

La punteggiatura è sovrabbondante, non sempre necessaria, spesso eccessiva, talora fuori luogo.

“Grazie nave bianca” di Franco Calabrese
 

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