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“Ospedale generale” del quartiere orientale, di Frank G. Slaughter

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È un romanzo ma costituisce una lezione dettagliata di anatomia e ad alto livello di chirurgia

Libri letti

Verona, 4 agosto 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

Lo statunitense Frank Gill Slaughter, medico a diciassette anni e scrittore a ventisette, è noto con lo pseudonimo C. V. Terry, ma come autore di questo libro compare con le sue generalità autentiche. Scrisse, se non ho sbagliato nel contare, cinquantacinque libri, per lo più romanzi strutturati sulla sua professione di medico: nella quale eccelleva, come dimostra l'esperienza messa in luce in "Ospedale generale" ("East side general" nell'originale del 1952, traduzione dall'inglese di Adriano Lami, Corbaccio dall'Oglio editore, Milano, 376 pagine, in origine 12oo lire) e soprattutto la descrizione di una difficile operazione chirurgica, cui è dedicata pressoché l'intera terza parte delle tre in cui il romanzo - la cui vicenda si svolge nel giro di ventiquattr'ore, - è suddiviso: "Sera", "Mattina", "Notte".

La storia è quanto mai complessa: si parte da un attentato con acqua pesante che colpisce due uomini, uno dei quali muore, mentre l'altro vien dichiarato morto dalla polizia ad evitare un eventuale ulteriore tentativo di sopprimerlo. Il medico alle cui cure è affidato scopre in lui un conoscente degli anni berlinesi a fine guerra, e al fine che quegli non ne riveli il passato, lo sopprime. Un'infermiera la cui giovinezza è trascorsa in solitudine a parte la sua attività professionale, disperando ormai di recuperare un po' di felicità si suicida (ed è una pagina letterariamente molto bella ed emotivamente toccante, che nelle ultime parole ricorda l'indimenticabile finale di "Martin Eden" di Jack London). Il medico assassino è innamorato della propria moglie ma è attratto da una collega niente male la quale soprattutto possiede denaro sufficiente per costruirgli un ospedale tutto suo. Alla fine deciderà di non essere fedifrago. Intorno a questi personaggi se ne muovono tanti altri tant'è che per non perdersi nella folla al lettore prudente il cronista consiglia di farsi un elenco delle dramatis personae con le rispettive qualifiche e l'annotazione dei rapporti veri e fasulli che intercorrono con le altre. I principali sono medici, alcuni dei quali attenti soprattutto alle forme delle infermiere e alla possibilità di intrattenersi con loro, nonché impegnativamente intenti a rubare i pazienti ai colleghi.

Le descrizioni mediche sono trattate in modo tale da non appesantire il racconto rispetto all'interesse dei profani, e l'ultima operazione con cui mentre il mondo crolla in fiamme un medico per il quale la professione è una missione e le sue assistenti impavidi e imperterriti non si muovono dalla sala operatoria nell'intento di riuscire ad arrivare a salvare la vita del paziente, riferita istante per istante, dalle disinfezioni propedeutiche e dalla prima incisione col bisturi sino alla ricucitura finale, per un tempo di quasi quattro ore, occupando quasi interamente una settantina di pagine, costituisce una lettura per nulla scostante ed anzi affascinante per la minuta descrizione degli organi interni del corpo umano, una macchina incredibilmente complicata e però perfetta di cui ci rendiamo conto di non sapere nulla, e per il susseguirsi degli innumerevoli interventi collaterali che sono di corredo all'operazione chirurgica sul cuore di un ragazzo. Un solo errore per quanto di piccola entità sarebbe irrimediabile e fatale.

E' una lezione ad altissimo livello non solo di anatomia ma anche di chirurgia. Io acquistai il volume in Genova nel luglio 1956 dal collega di lavoro ed amico Gino Turello, del quale già altra volta ho parlato, il quale vendeva macchine per scrivere in attesa di diventare medico, e che spendeva tutti i suoi soldini nell'acquistare libri, che poi mi rivendeva quando rimaneva senza denaro. Era astigiano, e suo ospite realizzai un documentario cinematografico a passo ridotto, "Appuntamento nell'astigiano" appunto.

Era intelligente e colto, e un po' pazzoide, sì che una sera – mi scrisse sua moglie in risposta all'ultima lettera da me indirizzatagli, – tornando a casa l'alta velocità a cui procedeva lo tradì ed ebbe uno scontro in cui perdette la vita. Voglio ricordarlo qui frammezzo alle decine di libri della mia biblioteca che da lui provengono. Aveva anch'egli iniziato una carriere di scrittore, ed io detengo il dattiloscritto del suo romanzo "Fucilate sante" che mi aveva affidato.

La versione in italiano è nel complesso corretta e presuppone cognizioni anatomiche e chirurgiche anche da parte del traduttore, quasi sicuramente medico a sua volta. Oltre a termini tecnici in materia, vi ho incontrato parole per me nuove, come «asbesto». Marginalmente, rilevo come, manco a dirlo, non manchino i nomi propri scritti minuscoli («sole», «luna», «terra»), quelli comuni maiuscoli («Padre» – ma non sempre - , «Quartiere»), qualche espressione inappropriata («macchine da scrivere»), parole usate con significato diverso dal loro proprio («affatto» significa del tutto, per significare per nulla occorre premettergli l'avverbio niente), i participi passati accordati col nome che segue («aveva messa in ordine la sala operatoria», «se avessero accettata l'offerta», «avrebbe sudate sette camicie», «aveva eliminata l'infezione», «ho disegnati i progetti», «se ne era domandata la causa», «avrebbe considerata quella visita naturalissima», «la sutura che avrebbe completata in tempo», e mi limito alla prime pagine), verbi in funzione di soggetto preceduti da preposizione («non gli occorreva di ripensare»), ed altri non rari errori di grammatica («insieme a» in luogo di insieme con, frequentemente).

E' fastidioso il fatto, addebitabile però credo all'autore, che troppo spesso i personaggi ghignino o sogghignino, anche più d'una volta in una stessa pagina. Da notare le competenti citazioni di musica classica e di arti figurative, e la raffinatezza dei riferimenti erotici.

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“Ospedale generale” del quartiere orientale, di Frank G. Slaughter