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“I Tigre a Bastogne” di B. Martin

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Quando per non perdere la guerra i tedeschi si battevano con i loro giganteschi carri armati ma aspettavano le armi segrete – Un pugno di soldati statunitensi armati di mitra per giorni e giorni devono battersi contro tre mezzi corazzati ma alla fine li fanno a pezzi – E' una storia inventata, banale e ripetitiva, e malamente raccontata, sullo sfondo d'una seconda guerra mondiale ormai giunta agli sgoccioli – Americani generosi e altruisti alle prese con nemici cattivi e criminali – Alla fine i buoni trionfano e i vincitori hanno sempre ragione

Libri letti

Verona, 11 agosto 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

Un libro, specificamente di guerra, può essere di cronaca e riferire fatti realmente accaduti con protagonisti realmente esistiti, oppure di fantasia e narrare fatti frutto della fantasia dell'autore con personaggi inventati.

Nel contempo, qualsiasi libro può essere scritto bene, con linguaggio letterariamente pregevole, oppure in modo trascurato, con linguaggio alla buona intento solo a narrare senza preoccupazioni stilistiche. Questo "I Tigre a Bastogne" (edizioni dell'Albero, Torino, 242 pagine, in origine lire 350) sarebbe il n°5 d'una collana "Romanzi veri di guerra" che in ultima di copertina ne elenca altri cinque come già precedentemente pubblicati. Mah. A parte questo, il termine romanzo, perdutosi il significato originale, significa «grande componimento narrativo fondato sulla invenzione di casi interessanti e che rispecchia i gusti e le tendenze della società»: così lo definisce Nicola Zingarelli, che però aggiunge: «romanzo storico: misto di storia e invenzione». In tal senso, la definizione di questo libro trova giustificazione, poi che narra le vicende di quattro o cinque militari americani e d'altrettanti combattenti germanici che si incontrano, si combattono – vicendevolmente poco a poco sterminandosi – , si smarriscono, si ritrovano – i superstiti – e si combattono, sino a che d'uno dei due gruppi – quello tedesco – non sopravvive nessuno, ed i superstiti dell'altro possono cantare vittoria: tutto ciò sul fronte di Bastogne verso la fine della seconda guerra mondiale in Europa. Bastogne, cittadina del Belgio sud-orientale nella provincia di Lussemburgo, assurse a notorietà mondiale per la resistenza opposta da una divisione statunitense circondata dai tedeschi durante la battaglia delle Ardenne nel dicembre 1944-gennaio '45.

La vicenda di per sé, se fosse realmente accaduta, non avrebbe che un rilievo infimamente marginale nell'ambito d'una lotta che vide coinvolti milioni di uomini: ma non ne ha neanche un briciolo essendo tutta frutto d'invenzione. I pregi del racconto andrebbero pertanto totalmente ricercati nei valori letterari della narrazione: valori del tutto assenti, almeno nella traduzione dall'originale "Les Tigres de Bastogne" di Giuseppe Orsello, il quale impiega un linguaggio pressapochistico e approssimativo quando non sgrammaticato («Willems non era mai stato tentato dallo studio delle lingue estere, che per lui erano in blocco del cinese», «Prese un dollaro d'argento che si portava dietro come portafortuna», «piatti speciali come non se ne mangia mai in America» - a parte che non sono i piatti ad esser mangiati bensì il loro contenuto - , «erano appena due giorni che era arrivato», «si sente meno esposto e si prova a fare il punto», «ha percorso appena due chilometri che si vede fermare da una (questo è un refuso) sbarramento» (altri refusi «dovettero interrompere l'asfalto» per l'assalto, pag.139, «superato un rialto del terreno» per rialzo, 151, «tovremmo trovare una strada» per dovremmo, 154, «è la seconda volta che li traiamo d'impiccio» per impaccio, 159, «mentre si aggrappava la sedile» per al, 199, «aveva le dita indirizzite» per intirizzite, 205, «io aveva preso la jeep per una ricognizione», 207), «aveva una mira perfetta come lo provava il nastrino blu», «insieme ad Eske e a due o tre cannonieri», «insieme a Braunberger», «lo stridere dei cingoli erano per lui un canto», «non incontrerò certamente dei Shermann», «me ne stavo dimenticando di quello là», «nello stesso momento che percepiva il sibilo», ed altre troppo lunghe da riferire o che abbisognano del contesto), cerca di ovviare alla banalità delle frasi credendo che il farle seguire ossessivamente da punti esclamativi le carichi di intensi significati sottintesi, e per di più sembra ignorare il significato di alcuni termini di cui frequentemente ed indefessamente fa uso («affatto» significa del tutto, non per niente, e rispondere «affatto» alla domanda «sei stanco?» val come dire sì, del tutto, non - come crede il traduttore – no, per niente), scrive nomi propri con l'iniziale minuscola («sole»), non conosce talune regole della grammatica italiana (scrive «coscie»).

L'autore attribuisce ai suoi personaggi non solo pensieri impensabili ma anche espressioni obiettivamente improbabili («Ecco perché non mi sono accorto del fumo. Esso si disperde raso terra») e scrive vere e proprie scemenze. Gli americani son bravi, soccorrono anche i nemici rimasti feriti; i tedeschi son criminali, sparano all'impazzata in un ospedale da campo e uccidono medici e infermiere. Anche qui, se pur non quanto in "Ospedale generale" di Frank G. Slaughter ("Trentino libero" 4 agosto 2017), oltre a parlare ed a pensare, si grugnisce, o si sghignazza anche. Si allude all'acqua pesante e si attendono le armi segrete. Ancora: usa, il Martin (o l'Orsello?), sigle di cui non ci vien svelato lo svolgimento («C.Q.F.D.», come quando fuori diluvia?; «B.A.R.»), è distratto (« – Caspita – ripeté Harris»... che pronuncia quell'esclamazione per la prima volta; « - Olden! sono Willems, ti tirerò fuori di qui, fidati di me. Fatevi coraggio, siete soltanto contuso - »); usa ripetutamente il pronome «essa» riferito a donne. Ripetizioni («Ma... «Ma...», pag.227; «che... che...», 228). Tralascio, fra le non assenti espressioni erotiche, «Dick ha il viso sui seni accoglienti di Frida» perché della parola seno devo ammettere s'è perso il significato proprio ch'è quello di petto e che al singolare comprende ambedue le mammelle. E sorvolo sulle mancanze di soggetto e sui segni d'interpunzione in eccesso e fuori luogo. S'impara una parola inconsueta: «burba», che nel gergo militare è la recluta. Apprezzabili alcune considerazioni sulla guerra: «Pura inutilità. Bisogna uccidere. E non serve a nulla». E se non lo fai ti mandano al plotone d'esecuzione, aggiunge il recensore: come fecero Cadorna in Italia e Pétain in Francia. Quando sapremo ribellarci e mandare al plotone d'esecuzione i Cadorna e i Pétain? «In guerra non ci sono criminali, ci son solo vincitori e vinti»: io direi che non ci sono criminali di parte vincente. E che non c'è chi ha ragione e chi ha torto: ci son solo vincitori e vinti.

“I Tigre a Bastogne” di B. Martin