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“I reticolati non fanno ombra” di Luigi Del Bono (ed. Liguria)

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E' il sèguito di "Il mare nel bosco" nel quale l'autore raccontava la sua militanza nella Decima flottiglia mas, e narra l'anno di prigionia seguito alla sconfitta e alla resa

Libri ricevuti

Verona, 14 settembre 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

Prefato dal comandante Mario Arillo, questo libro, terminato di scrivere nel marzo 1988 in Albissola dove abitava e fattomi inviare dall'autore, è il sèguito del precedente dello stesso Del Bono ("Trentino libero" 14, 21, 23 e 24 giugno 2017) nel quale il camerata ed amico Gigi, già ufficiale medico volontario nella Decima flottiglia mas durante la Repubblica sociale, narrava la propria partecipazione alla guerra dall'armistizio del settembre 1943 alla resa totale e finale nell'aprile-maggio 1945.

Dopo il racconto di come, senza più navi, i marinai si opponessero agli invasori combattendo sulla terra, abbiamo la narrazione di un anno di prigionia nelle mani degli anglo-americani, e poi del ritorno a casa, chi dalla moglie e dai figli, chi dai genitori, che con forza d'animo e fierezza avevano superato il periodo della loro assenza, vessati dai traditori passati dalla parte del nemico, per i quali il rispetto degli impegni assunti e la fedeltà all'alleato che per tre anni e tre mesi era stato al nostro fianco, erano reati punibili con supplizi atroci e con la morte.

«Ebbi il guardiamarina Del Bono alle mie dipendenze come ufficiale medico nella base mas di Imperia nel 1944-45, quando comandavo le forze navali della R.S.I. dell'alto Tirreno – scrive il capitano di corvetta Arillo – . Un giovane entusiasta e coraggioso che, imbarcato sul "MAS 561" comandato dal tenente di vascello Andrea Bernotti, figlio dell'ammiraglio Romeo, partecipava volontariamente alle missioni di guerra sulle coste francesi contro forze alleate preponderanti. Nel dopoguerra il dottore Del Bono si è impegnato in una battaglia per lasciare allo storico degli anni 2000 una testimonianza autentica che costituisse la verità in assoluto, e non la versione dei vincitori la quale distinse i buoni – loro – dai cattivi – i vinti – ». Va detto che questi «vincitori» sono da identificarsi, in Italia, negli individui di parte partigiana – soprattutto comunisti, socialisti ed azionisti – , poi che gli anglo-americani, nel dopoguerra, con gli atti e con gli scritti, hanno in generale sempre manifestato rispetto per coloro che, pur a loro avversi, stettero dalla parte dell'onore, non mai rinnegando l'alleanza ed assumendo quella coerenza che fu il simbolo della riscossa morale «contro coloro che ci hanno indegnamente traditi commettendo un gesto ignobile senza alcun risultato» (dalla lettera alla madre del mitico comandante sommergibilista Carlo Fecia di Cossato prima di raggiungere i suoi marinai, che per la Patria la quale li avrebbe rinnegati avevano dato la vita).

«In una bolgia di urla e improperi, minacce, fischi e tentativi di aggressione, che i due soldati americani che ci scortavano rintuzzavano a pedate, eravamo alla mercé di gentaglia avvinazzata – come ubriachi erano per lo più gli inglesi quando ci attaccavano in battaglia, – con fazzoletti rossi al collo, senza una regolare divisa ma armati con mitra e pistole. Erano i partigiani dell'ultim'ora, i patrioti che da un piccolo gruppo erano diventati migliaia. Erano i liberatori dell'Italia già liberata dagli alleati. Delinquenti, assassini, facce da galera erano i complimenti meno feroci che ci venivano indirizzati. Qualcuno ci chiamò imboscati: noi, che per difendere una madrepatria ch'era anche la loro, avevamo rischiato – e molti avevano dato – la vita. Gli americani del reparto che ci sorvegliava ci trattavano invece non solo umanamente ma con rispetto. Con noi della Decima c'erano diversi giovani camicie nere della Leonessa, qualche paracadutista della Folgore e una quindicina di ufficiali delle divisioni alpini Monterosa e bersaglieri Italia. Derubati d'ogni avere, erano stati bestialmente picchiati da gente che non avevano mai vista e che non sapeva nulla di loro, capeggiata da partigiani burbanzosi con ai polsi gli orologi di cui ci avevano depredato. Se non ci fossero stati i soldati americani a difenderci, molti di noi ci avrebbero rimesso la vita. Era un'immane tragedia segnata dai cadaveri dei fascisti o presunti tali trucidati a migliaia senza processo alcuno o con la farsa dei tribunali del popolo, e dalle innumerevoli fosse comuni» seguite alle stragi che l'amnistia Togliatti poi rese impunite. «In quel di Valdobbiadene (Treviso) una trentina di militari tra ufficiali e marinai che si erano arresi erano stati fatti salire su un camion, trasportati in una località deserta e fatti entrare in una caverna fatta poi saltare con la dinamite. Se non ci fossero state le truppe alleate, la carneficina avrebbe assunto aspetti anche maggiori e chissà quando avrebbe avuto fine. Probabilmente il nostro Paese si sarebbe trasformato in una repubblica comunista sovietica.»

«Si diceva che il Comitato di liberazione nazionale avesse decretato l'uccisione sul posto di cattura per tutti gli appartenenti ai reparti volontari della R.S.I. Pseudo tribunali rossi, capeggiati da gentaglia – a Cuneo il presidente era il capo dei facchini della stazione, - svolgevano la loro attività scandita dai mitra che assassinavano i condannati, rei di aver fatto la guerra. Bastava che un tizio accusasse un militare, e subito un partigiano sgranava una raffica che uccideva il prigioniero. Di notte si aprivano le celle e venivano chiamati coloro che non sarebbero più tornati. I cadaveri venivano seppelliti in fosse comuni, senza nessun segno. I processi, senza alcuna veste legale, erano celebrati in pochi minuti. Se nell'imputazione ricorreva la parola fascista, un gesto del capoccia era sufficiente per decretare la morte. Avemmo notizia degli orrendi assassinii commessi dalle bande del Moscatelli. Oltre alle fucilazioni in massa di militari d'ogni grado, rei di aver servito la Patria, a un gruppo di ausiliarie fu riservata una fine tremenda. Legate con funi, furono fatte a pezzi dall'esplosione di bombe a mano che i partigiani avevano introdotte nel sesso di quelle poverette». Gli elenchi di nomi di fascisti o presunti tali assassinati e delle donne martirizzate e poi trucidate negli ultimi giorni dell'aprile radioso e nel maggio successivo che il Del Bono fornisce sono interminabili, e a distanza di oltre settant'anni i comuni di appartenenza di tutte quelle vittime (centocinquantamila ufficialmente come riportato dall'autore, trecentomila secondo conteggi ufficiosi) farebbero opera di giustizia se li riportassero in lapidi che ne eternassero la memoria dannando all'infamia i fuorilegge che li sterminarono.

«A volte penso all'inutilità di ciò che sto scrivendo. Ricavo queste note da un diario, alcune centinaia di pagine, che nel 1945-46 mi salvò dall'impazzire. Cambiavo le sei gallette che ogni giorno ci passavano, con fogli di carta e matite. Scrivere era un sollievo. E per passare il tempo leggevo anche tutti i libri che mi venivano a tiro». E' una condizione, questa, che il cronista può ben capire, trovando nel lèggere e nello scrivere, se non conforto, almeno distrazione, dopo che un destino inatteso lo ha lasciato in solitudine nella vita. Accomunati con gli interessi dell'autore sono quelli del cronista anche relativamente alla passione per la musica sinfonica, all'apprezzamento per la "Rapsodia in blue" (non in blu) di Gershwin, alla confortante lettura di "Ossi di seppia" sul piano culturale e di "Candido" e "L'uomo qualunque" su quello cronachistico e informativo. Cita anche, il Del Bono, la canzone "Solo me ne vo per la città" di Sciorilli, il cui titolo era "In cerca di te".

Come già annotai per il precedente "Il mare nel bosco", pur questo "I reticolati non fanno ombra" (editrice Liguria, Savona, IV edizione, pagine 232, in origine lire 20mila) fa di Luigi Del Bono uno dei migliori narratori delle vicende relative al periodo della R.S.I. Vi si incontrano nomi di eroici personaggi noti, come Borghese e Mimbelli, Marini e Bardelli, «la cui vedova si è assunta l'incarico dell'ex ufficio assistenza della Decima, lanciandoci pane e sigarette», per non parlare di Graziani, cui gli alleati negarono la qualifica di criminale di guerra pretesa dai cosiddetti patrioti, o addirittura personalmente conosciuti, quali Faggioni, Arillo, Nesi, Buttazzoni. Ed un capitano delle SS Pripke che partecipò alla liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, in merito al quale sorgono ovvii dubbi d'identificazione. Da rilevare per una auspicabile V edizione gli «assieme a» in luogo di assieme con, «San Remo» invece di Sanremo, nomi propri scritti minuscoli («sole», «luna», «terra»), refusi («abbrivio» per abbrivo, «fruire alcuni chiarimenti» per fornire – pag.163 – , «è quello che insistiamo a credere» per chiedere – ivi – ), un'ortografia da correggere (anche in parole tedesche) ed una punteggiatura da mettere a punto. Un grosso errore di fatto si trova in pag.62 quando ad un sommergibile americano preda della nostra corvetta "Minerva" (sulla quale per inciso quattro anni dopo troverà imbarco il cronista durante la sua permanenza nell'Accademia navale di Livorno), viene attribuita una «stazza» anziché un dislocamento. Tra le molte riproduzioni da giornali dell'epoca, il cronista segnala "Il nuovo giornale d'Italia" del 13 aprile '46 che titola "La fuga dal campo «S» di un gruppo d'internati" e nel sommario "Gli orari sono stati sùbito ripresi" in luogo di Gli evasi.

La liberazione dalla prigionia arriva a fine aprile 1946. «Non è dipesa da amorevole sollecitudine del governo italiano, ma dall'interesse degli inglesi a liberarsi dal peso inutile e costoso di migliaia di prigionieri». Di ungheresi, cecoslovacchi, rumeni, e russi schieratisi dalla nostra parte, si erano liberati consegnandoli ai sovietici e mandandoli così a sicura morte. Per gli italiani è prevista l'epurazione, di cui, «a quanto sembra, è incaricato l'ammiraglio Biancheri. Ma i più, appena rientrati a casa, verranno trucidati dai partigiani comunisti». Il volume si conclude con numerosi articoli riportati da giornali dell'epoca, e in appendice due racconti di Luigi Del Bono premiati e pubblicati nell'82 e nell'88, l'inno della Decima, documenti firmati dal comandante Arillo e dal guardiamarina Andrea Bernotti comandante del mas "561", la cronaca – in lingua inglese – dell'affondamento del "561" da parte di motosiluranti statunitensi la notte fra il 23 e il 24 aprile 1945, e un documento ufficiale che attesta la stima degli americani per i combattenti della Decima. In margine, annoto che il "Secolo d'Italia" pubblicò in data 12 giugno 1988 a firma di Nino Arena una recensione del libro illustrandola con ... il siluramento della "Szent Istvan" da parte di Luigi Rizzo il 10 giugno 1918.

“I reticolati non fanno ombra” di Luigi Del Bono (ed. Liguria)