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“La mia armata in Tunisia” di Giovanni Messe

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Errori fondamentali furono con la nostra entrata in guerra la mancata occupazione di Malta, al momento dell'armistizio con la Francia la mancata occupazione della Tunisia e dell'Algeria, l'ordine a Graziani di avanzare in Egitto senza fornirgli i mezzi per arrivare sino ad Alessandria, l'inutile occupazione di territori ad est e ad ovest dell'Africa orientale italiana invece di risalire il Sudan verso la foce del Nilo, l'attacco alla Grecia il cui esito catastrofico morale e politico oltre che militare ci costò l'astensione della Spagna dal già deciso intervento al fianco dell'Asse e conseguentemente la mancata occupazione di Gibilterra – La mancanza dei rifornimenti dovuti all'affondamento delle navi, prima mercantili e poi da guerra, che le nostre corazzate si astenevano dallo scortare preferendo starsene al riparo nei porti, comportò la nostra sconfitta nell'Africa settentrionale – Col declino del nostro prestigio l'Asse si alienò anche la Jugoslavia, la Turchia e la Russia –

Libri letti

Verona, 11 ottobre 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

Edito da Rizzoli e da me acquisito quando presso l'Editore milanese ero capufficio stampa e addetto alle relazioni pubbliche, il contenuto di questo libro è assai più vasto di quanto il titolo lasci credere.

Dedicato dall'autore alla memoria dei caduti della 1ª armata da lui comandata, ai combattenti superstiti, ed ai futuri soldati d'Italia, costituisce in terza edizione, dopo le prime due andate esaurite, un totale rifacimento dell'originale, non solo per gli ampliamenti e le precisazioni resi possibili dagli ulteriori documenti nel frattempo emersi, ma anche e soprattutto in sèguito all'uscita delle "Memorie" di Bernard Law Montgomery, già comandante dell'8ª armata inglese, nelle quali non solo sono espressi giudizi tutt'altro che lusinghieri sul valore delle truppe italiane, ma si giunge persino ad ignorarne la presenza nelle accanite battaglie che videro l'Italia estromessa dalle sue ultime presenze in terra d'Africa. Nel suo libro, il maresciallo britannico ha tentato di fare credere al pubblico ignaro che la sua armata in Tunisia non si trovò di fronte se non truppe tedesche al comando del maresciallo Rommel, attorno al quale gli inglesi stessi avevano creato una mitica atmosfera di quasi invincibilità.

Rommel invece aveva addirittura lasciato definitivamente l'Africa alcuni giorni prima che la grande battaglia finale avesse inizio, e la malafede dell'ex comandante inglese è comprovata dal fatto che lo stesso nostro maresciallo Messe, datosi prigioniero con la resa delle nostre truppe residue, lo fece presente al maresciallo britannico nel corso di una conversazione avuta in Sfax nel pomeriggio del 13 maggio 1943: gli inglesi avevano combattuto, non contro il mitico maresciallo germanico, bensì contro Giovanni Messe, comandante della 1ª armata italiana, che comprendeva sì truppe tedesche ed i valorosi veterani di Rommel, ma era per la maggior parte composta di soldati italiani ed era comandata da un generale italiano. Da questa falsità risulta chiaro che, di fronte al grosso pubblico, Montgomery, secondo le tendenze del suo carattere vanaglorioso, vuole apparire il vincitore dell'invincibile Rommel. A ciò s'aggiunga che nelle successive edizioni inglesi del suo libro, l'autore non ha mutato una parola delle sue primitive menzognere affermazioni. Non si tratta perciò di false o errate informazioni che avrebbero potuto trovare credito quando la guerra era in corso, ma del proposito ben chiaro di falsare la verità.

Proposito che appare confermato nelle "Memorie" del suo diretto superiore maresciallo Alexander, cui dedicheremo una prossima recensione, il quale non solo dimostra di sapere benissimo quali fossero i soldati e il comandante contro cui gli inglesi avevano combattuto in Tunisia, ma altresì li loda per efficienza e valore. L'Italia deve rendere giustizia ai suoi soldati – scrive il maresciallo Messe – facendo conoscere con fermezza e continuità la verità storica: innanzi tutto agli stessi italiani, che della storia recente della loro patria sanno pochissimo o niente. A tale proposito, il cronista ricorda come in un suo precedente articolo egli abbia riferito il caso d'un suo conoscente più o meno quarantenne, il quale, nel corso d'una visita all'esposizione ArtVerona, palesò d'ignorare che negli anni Quaranta del secolo scorso l'Italia aveva preso parte ad una guerra mondiale, e ricorda altresì l'inchiesta svolta a suo tempo dal settimanale "l'Europeo" presso un gruppo di giovani, secondo i quali Benito Mussolini era stato un famoso giornalista o un famoso calciatore.

Mentre il suo connazionale e superiore di grado Alexander ha contrastato le falsità del suo subordinato Montgomery, nessuna reazione si è verificata da parte di organi ufficiali italiani, «i quali pur esistono e dispongono di tutti i mezzi per agire eventualmente anche a fondo, dimostrando con tale passività che al nostro governo non interessa che il buon nome delle truppe italiane venga vilipeso e calpestato. Se tale è l'atteggiamento degli organi ufficiali, è vano sperare qualcosa dai partiti politici che oggi, nella carenza dell'autorità dello Stato, governano praticamente l'Italia e che non capiranno mai come l'onore militare sia infinitamente superiore alle beghe delle fazioni transeunti, poiché rispecchia l'onore di tutta la Nazione. Nell'ultima guerra, le forze armate italiane si sono sempre battute per l'Italia, e non hanno mai pensato di battersi per il fascismo: così come in Inghilterra l'esercito si batte per la Gran Bretagna e non per il partito laburista o per quello conservatore in quel momento al potere. E' stato detto, dopo la sconfitta, che la guerra non era sentita. E' una caratteristica, questa, delle guerre che si perdono. Quelle che si vincono erano sempre sentite. Chi vince ha sempre ragione, e chi perde ha la colpa di tutto, come notava Tacito ai suoi tempi».
"La mia armata in Tunisia", ovvero "Come finì la guerra in Africa", di Giovanni Messe, maresciallo d'Italia (304 pagine, con 23 cartine topografiche, e fuori testo due fotografie del 1943 e la riproduzione di un documento), prende avvio dalla situazione delle nostre forze armate subito dopo la prima guerra mondiale, e dalla sostituzione del generale Baistrocchi, che si opponeva al nostro intervento in Spagna, con Alberto Pariani quale sottosegretario di Stato e capo di stato maggiore dell'esercito, il quale adottò la divisione binaria e propugnò la guerra di rapido corso, in contemporanea con la conquista dell'Etiopia e la proclamazione dell'impero, cui seguono il Patto d'acciaio e lo scoppio della seconda guerra mondiale. Col nostro intervento nel conflitto, la guerra parallela palesa l'inefficienza del nostro apparato militare: mancano un piano di guerra ed il coordinamento tra le forze armate.

Dal luglio 1940 al febbraio '42 si hanno le prime cinque campagne libiche, tre in avanti e due all'indietro. La prima ci porta a Sollum ed a Sidi el Barrani, la terza vede l'assegnazione degli automezzi mai concessi a Graziani – costretto così a ripiegare – che ora si assegnano nella misura di cinquecento per ogni divisione, la quinta ed ultima ci trova in El Alamein a quattro passi da Alessandria cui non possiamo accedere ancora una volta per mancanza di rifornimenti. Dopo gli errori del primo anno di guerra e l'invio di truppe italiane in Russia – cui Ciano e Cavallero erano contrari – (accoppiato con quello degli SM.79 in Belgio allo scopo di bombardare Londra, obiettivo su cui i nostri aerei in realtà non giunsero mai, non essendo attrezzati per il volo cieco!, e con i fallimentari attacchi contro la Jugoslavia e contro la Grecia, ndc.), mancato un piano d'attacco a Malta (e una puntata dall'Eritrea nel Sudan anglo-egiziano verso Suez ed Alessandria, ndc.), dobbiamo soccombere alla difficoltà dei rifornimenti, mentre gli inglesi ne dispongono in larga misura. Il ripiegamento ci porta all'abbandono, dopo che dell'Africa orientale, non solo dell'Egitto ma anche della Cirenaica e della Tripolitania, già elevate al rango di regioni della madrepatria, e ci riduce in Tunisia, dove le truppe dell'Asse sono finalmente sbarcate mentre gli anglo-americani hanno occupato l'Algeria e il Marocco. A questo punto – siamo al capitolo V – trova giustificazione il titolo del libro, che va – col cap. XVIII – sino agli ultimi combattimenti e all'abbandono da parte nostra dell'ultimo lembo di terra africana su cui ancora tenevamo il piede, preludio all'invasione della madrepatria.
Il cronista ha l'abitudine, leggendo un libro, di evidenziare con la matita i passi più notevoli, eventualmente cui attingere in una recensione. Ebbene, in questo libro, pagine intere sono evidenziate, e quasi non v'è pagina dove qualche passo non sia stato sottosegnato od annotato. Devo forzatamente limitare le citazioni. «Conclusa la guerra etiopica, Baistrocchi avrebbe voluto lasciare nell'Africa orientale numerose grandi unità nazionali per difendere quelle terre in caso di crisi europea. Ma il Ministero delle colonie insistette per fare rimpatriare le nostre unità.» «Il generale Pariani ebbe una visione mediterranea della guerra che prima o poi l'Italia sarebbe stata chiamata a combattere, e affermò che la decisione del futuro conflitto contro la Francia e l'Inghilterra si sarebbe avuta in Africa. Egli giunse alla conclusione che avremmo dovuto tenerci in difensiva sulle Alpi, e invece occupare subito Malta per liberare il traffico tra l'Italia e l'Africa, assumendo poi l'offensiva su un fronte libico. Tuttavia tale programmazione non fu seguita da una effettiva preparazione, e tutto restò nel puro campo teorico. Nessuno provvide inoltre alla cooperazione con la marina e con l'aeronautica, che appariva indispensabile ed era compito specifico del Capo di stato maggiore generale» (il quale era il maresciallo Pietro Badoglio, n.d.c.).

«Corso ben diverso avrebbe assunto la nostra guerra mediterranea se l'Italia avesse fatto coincidere il suo intervento nel conflitto con un audace colpo di mano su Malta. In una lotta di continenti si imponeva assegnare una precisa funzione militare all'Impero, una alla Libia, una all'Egeo, insieme coordinate» ecc. «Allorché la Germania si accordò con la Russia per invadere la Polonia e provocò lo scoppio della guerra l'1 settembre 1939, l'Italia assunse una non belligeranza che la svincolava dagli obblighi dell'alleanza. Il Patto d'acciaio aveva avuto scopi eminentemente difensivi (discorso del ministro degli esteri Ciano alla Camera il 16 dicembre) e l'alleanza era stata concepita in funzione antisovietica: ora, l'accordo russo tedesco e l'attacco in comune contro la Polonia seppelliva l'Asse.» Da notare come al principio di dicembre Mussolini avesse ordinato allo S. M. dell'esercito di fortificare la frontiera con la Germania in modo da renderla inespugnabile per il maggio successivo. «Il successivo intervento italiano non dipese dunque da alcun patto, e il periodo della non belligeranza non era stato predisposto per dare tempo all'Italia di prepararsi militarmente. A parte il fatto che una situazione quale quella in cui si trovava l'Italia riguardo agli armamenti non poteva certo essere sanata in nove mesi, sta di fatto che in quel periodo non venne preso al riguardo alcun provvedimento.»
Al contrario, «quasi tutto il materiale bellico prodotto venne sistematicamente venduto all'estero: non solo pezzi controcarro, mitragliere, mortai, ma anche aeroplani e addirittura cacciatorpediniere andarono alla Francia, alla Jugoslavia» e a quei paesi contro i quali ci saremmo da lì a poco battuti. «La sostanziale impreparazione militare dell'Italia emerge dal fatto che nulla era stato concretato in questo campo benché da non breve tempo fosse stata istituita la carica di Capo di S. M. generale. Questo non breve tempo era durato quindici anni, durante i quali il maresciallo Badoglio non aveva fatto nulla di concreto nei riguardi del compito espressamente affidatogli, chiaramente stabilito dalla legge organica» (amm. Romeo Bernotti).

La nostra entrata in guerra voleva essere un'iniziativa poco meno che puramente formale. Il 4 gennaio 1940 Mussolini aveva scritto a Hitler: «L'Italia non può fare una guerra lunga. Il suo intervento deve avvenire nel momento più opportuno e decisivo.» Il 17 aprile, prevenendo di quarantott'ore gli inglesi, i tedeschi occupano tutti i porti e gli aeroporti della Norvegia. Il 20 maggio la Germania invade l'Olanda e il Belgio. Sconfitta la Francia, Hitler il 4 giugno consente alle truppe inglesi e a quelle francesi superstiti di mettersi in salvo a Dunkerque e soprassiede all'invasione dell'Inghilterra, nell'illusione che ciò porti ad un accordo di pace. La Francia s'arrende, ma la Gran Bretagna non aderisce alla proposta di pace formulata dal Führer (forse anche per la forma con cui è stata formulata, n.d.c.: «Io la pace la chiedo da vincitore», cito a memoria), e la guerra proseguirà per altri cinque anni, estendendosi dal continente europeo a quello asiatico con la partecipazione nord-americana.
«La situazione era per noi straordinariamente favorevole: Francia sconfitta, Inghilterra malconcia e preoccupata di difendersi nella sua isola, Russia che si fa i fatti suoi, e Stati Uniti impreparati per un intervento. Bastava coglierne il frutto, che era il dominio del Mediterraneo , bastava cioè che noi ci impadronissimo di Malta e di Alessandria» con due colpi di mano da tempo minuziosamente organizzati. A questo punto avremmo potuto dall'Eritrea, «con le grandi risorse e i mezzi stradali che esistevano nell'Africa orientale, puntando su Kartum», risalire ad occupare il canale di Suez, «liberando l'Egitto dagli inglesi sotto la cui occupazione gli egiziani da quasi sessant'anni fremevano». La Spagna non avrebbe più esitato ad intervenire impadronendosi di Gibilterra, e anche la Turchia si sarebbe decisa a schierarsi dalla nostra parte. «Ma la guerra era stata concepita come un intermezzo» alle trattative diplomatiche, progetto che si rivelerà fallimentare.

Praticamente, a ben saperlo leggere, il libro è tutto un atto d'accusa contro Mussolini, tacitamente imputato di non aver saputo prevedere gli avvenimenti e di aver sempre voluto fare di testa sua, anche contro il parere dell'autore, allora comandante del Csir con il grado di generale d'armata (l'Armir verrà poi affidata al generale Gariboldi), e contro quello del suo socio dissidente Hitler. Va detto però che taluni frequenti punti di vista, i quali si rivelarono poi disastrosamente fallimentari – mi riferisco agli ordini di resistere ad oltranza con divieto di ritirarsi – , furono comuni tanto al dittatore italiano quanto a quello germanico, ed anzi assai più frequenti presso quest'ultimo. Gli argomenti appaiono uno ad uno fondati: vanno però approfonditi con circospezione, tenuto conto che, dopo la caduta del fascismo, col voltafaccia dell'Italia nei confronti della Germania, l'autore divenne capo di S. M. generale dell'esercito del regno del sud, carica che conservò sino al termine della guerra c. d. di liberazione. D'altra parte, alla cronaca dei fatti non mancano talora commenti che appaiono retorici se non per partito preso.
Saltuariamente voglio stralciare ancora: «Nel Mediterraneo le unità inglesi in fuga dalla Grecia con i mezzi più impensabili e nel più grande disordine tra il 24 e il 28 aprile (1941) mentre l'aviazione tedesca dominava il cielo, avrebbero potuto facilmente essere distrutte dalla nostra flotta» che invece preferì starsene nei porti. «La squadra navale inglese di Alessandria, indisturbata dalle nostre forze navali, appoggiava con bombardamenti costieri le operazioni dell'8ª armata» durante la quarta campagna libica nel novembre 1941. Solo i mezzi d'assalto della cosiddetta Xª flottiglia mas contribuivano agli strenui combattimenti condotti dalle nostre truppe con quelle germaniche agli ordini di Rommel nell'intento di giungere ad Alessandria, violando la notte fra il 18 e il 19 dicembre il porto di quella città dove mandavano sul fondo le due navi da battaglia della flotta di Cunningham "Valiant" e "Queen Elizabeth", mentre i sommergibili dell'alleato colavano a picco la "Barham" e la portaerei "Ark royal". «I nostri piroscafi continuarono ad essere affondati spesso per totale assenza di scorta, mentre marina ed aeronautica si palleggiavano la responsabilità di tale carenza.» «Il 27 agosto (1942) erano stati affondati i piroscafi "Camperio", "Istria" e "Dielpi" , cui seguivano il giorno 30 la petroliera "Sant'Andrea", l'1 settembre le petroliere "Abruzzi" e "Picci Fassio", nella notte fra il 3 e il 4 il "Pandena", il "Bianchi" e il "Polluce", tutti carichi di carburante.» E la nostra flotta stava rintanata, n.d.c.

Si noti a questo proposito la lettera 14 marzo 1943 di Hitler a Mussolini, da cui stralcio: «Tutti questi problemi vengono risolti solo grazie alla scorta dei convogli. La loro soluzione, Duce, ha tale importanza che da essa dipende la sorte dei vostri possedimenti africani, il cui possesso costituisce condizione indispensabile per la conclusione vittoriosa di questa guerra. Perciò vi ho mandato il migliore ufficiale di marina che la flotta germanica abbia mai posseduto, il grande ammiraglio Doenitz, per sottoporvi proposte da esaminare nella necessità di ricorrere a qualsiasi mezzo per risolvere questo basilare problema». Ma le nostre grandi navi continuarono a fare bella mostra di sé nei porti, conservandosi sane e salve – per quanto l'aviazione nemica lo consentì – per andare infine a consegnarsi agli inglesi ed essere spartite fra i vincitori in conto riparazioni di guerra. Annoto anche, fuori dai nostri interessi nazionali, come l'autore prenda le difese del primo ministro francese Laval, che «cercò di destreggiarsi di fronte alle richieste di Hitler», ma che imputato di collaborazionismo, anziché la gratitudine del suo popolo si ebbe da un governo cieco e sciocco una scarica di piombo nella schiena: cui persino l'eroe nazionale Pétain poté sottrarsi solo in forza della propria veneranda età che includeva un passato glorioso.

Ancora molto vi sarebbe da dire sul contenuto di questo libro, che abbraccia interessi assai più vasti di quanto il titolo lasci credere: ma per ragionevoli ragioni di spazio devo prendere congedo dal lettore. Sul piano linguistico formale, va segnalato qualche errore o refuso fraseologico («gli ampliamenti e le precisazioni rese oggi possibili», «nel corso di alti studi che si tenne nel 1936», «gli avrebbe lasciata la necessaria libertà d'azione», «dopo avermi annunciata la sua personale decisione», «se l'avversario avesse intrapresa e condotta a termine un'azione in forze», «assieme al generale Mancinelli»), il continuo e costante impiego dell'avverbio «affatto» a significare per niente (significa del tutto), le iniziali minuscole attribuite a nomi propri («luna»). Su quello sostanziale, va rilevato che la Libia non era una «nostra colonia» (pag.101 e 102) . In appendice, una relazione ufficiale (5 aprile 1943) sulla battaglia di Mareth-El Hamma-el Guettar firmata dall'autore, ed una relazione (11 maggio 1943) del generale Giuseppe Mancinelli futuro capo della missione incaricata delle trattative di resa. Annoto che manca, e sarebbe utile, un indice dei nomi delle persone citate.

“La mia armata in Tunisia” di Giovanni Messe
 

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