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“Mare crudele” di Nicholas Monsarrat

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Sette anni di battaglia dell'Atlantico raccontati in modo prolisso e ripetitivo in un romanzo che mescola inscindibilmente per il lettore le vicende storiche e le invenzioni dell'autore, con considerazioni futili e banali, frammezzo ad errori tecnici di inaudita incompetenza, tradotti in un italiano zeppo di strafalcioni grammaticali e linguistici

Libri letti

Verona, 8 novembre 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

"Mare crudele" ("The cruel sea") è un libro dell'inglese Nicholas Monsarrat che ebbe una certa notorietà negli anni Cinquanta. Nella traduzione di Bruno Oddera venne pubblicato in Italia dalla casa editrice Valentino Bompiani, e l'esemplare di cui sono in possesso - lire 1000 all'epoca - è la quarta edizione, che uscì nel 1961.

Consta di ben 544 pagine stampate in caratteri assai minuti, e dalla lettura appare che il racconto, suddiviso in sette parti, una per ogni anno dal 1939 al 1945 – rispettivamente inizio e termine della seconda guerra mondiale – avrebbe potuto agevolmente essere contenuto al massimo in un quarto della consistenza di questo volume, ed anzi anche in meno. L'autore fu al comando di una piccola nave da guerra – una corvetta, un tipo di nave antisommergibili di basso costo e di veloce approntamento costruito – anche in Italia – durante la guerra – , e poi di una seconda dopo che la prima andò perduta, impegnate nella scorta ai convogli che percorrendo l'oceano Atlantico portavano rifornimenti dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, e quindi compivano il viaggio di ritorno, dal 1940, quando entrò in marina come ufficiale di complemento, al 1946, quando tornò alla vita civile, sopravvivendo per trentatré anni.

Dato per scontato che lo sfondo delle vicende sia tutto vero (vengono citati la "Courageous" e la"Royal Oak", la "Repulse" e la "Hood", la "Bismarck" - quest'ultima per altro costantemente col nome storpiato - , la "Scharnhorst", la "Gneisenau" e lo "Hipper", il piroscafo "Athenia", nonché un vecchio cacciatorpediniere inglese "Viperous" che non compare sugli Almanacchi navali e di cui non ho altrimenti notizia), non si capisce se altrettanto autentiche siano le vicende in sé: si può solo osservare che dai loro nomi, "Compass Rose" e "Saltash", le due navi-scorta non risulta siano mai esistite. La cronaca dei tanti viaggi descritti (cinque navi da guerra di guardia a quarantasei lenti piroscafi nel primo di essi, sedici giorni di navigazione) è desolantemente ripetitiva, e alle vicende sempre simili per non dire tutte eguali s'accompagnano considerazioni ovvie che occupano ogni volta pagine e pagine a non finire per poi ripetersi nel corso degli avvenimenti successivi, cioè delle ulteriori missioni, che vedono non solo la caccia agli U-boot in agguato, dapprima singolarmente e in seguito organizzati da Dönitz in branchi di lupi, ma anche le tempeste di mare che le piccole navi affrontano con fatica e cui l'autore dedica ogni volta descrizioni che più che lunghissime si possono definire interminabili, anch'esse somigliatesi l'una con l'altra, stancanti alla lettura e che avrebbero potuto con profitto condensarsi alla maniera del Reader's digest.

Le ripetizioni investono anche il dettaglio: «... il sottufficiale Tallow e il capo-macchinista Watts sorbivano un bicchiere (sic), erano lì dalle otto della sera e avevano già bevuto sette pinte di birra ciascuno. Non facevano che bere e stavano bevendo dalle otto di sera».

Come ammette l'editore italiano in risvolto di copertina, «dal procedimento è assente ogni intenzione e preoccupazione di ordine letterario», il che definisce efficacemente il valore del libro, al di là della cronaca di per sé come detto prolissa e alla lunga stancante sì che il lettore deve far violenza a se stesso per arrivare sino alla fine. Le parole a vuoto s'alternano con espressioni buttate giù a vanvera (si legga in proposito la pagina 537). E' sintomatico che non risulta da questo libro sia mai stato tratto un qualche film (per lo meno, non ne ho trovato notizia: qualche lettore più informato di me potrebbe smentimi).
I comandanti non parlano, ma sempre urlano, per lo più «con voce furibonda» (sono le parole che usa l'autore) anche quando non sono intenti a dare ordini: questo però nella prima parte del libro. Nella seconda invece, precisamente a partire dalla pagina 272, pure non parlano, ma grugniscono, costantemente e pressoché senza eccezioni, con l'aggiunta che non poche volte ghignano o sogghignano.

Per di più, sono perennemente ubriachi fradici (così li descrive l'autore). Terminata la caccia al sommergibile, terminata la tempesta di mare, terminata la scorta al convoglio, «prendono una bottiglie e un bicchiere e si ubriacano sino all'insensibilità» (parole del capitano Monsarrat). Nelle ore e nei giorni di riposo, «sorbono con compunzione whisky o sherry». Quando vanno al bar, non s'accontentano di una bevuta, ma terminato un bicchiere ne ordinano un altro. Siffatto ritratto di ufficiali di marina e responsabili di una nave e del suo equipaggio (centocinquanta uomini), oltre che della missione loro affidata, redatto da uno di loro, appare tutt'altro che edificante per la marina britannica.

Ma la prassi investe gli interi equipaggi: «Alle dieci e mezzo (sic) la gente riceveva una razione di rum, dopo di che l'attività proseguiva incessante sino alle sedici», ora della franchigia (senza aver pranzato?, n.d.c.). Non mancano le espressioni tronfie: «le ore di sonno perdute ammontavano a un totale fantastico», «il comandante Ericson ispirava fiducia, una meravigliosa fiducia. Sul finire della traversata l'equipaggio era giunto ad adorarlo», «le colline di Scozia comparvero all'orizzonte incitandoli a proseguire», «erano stati messi a così dura prova (dal mare grosso) che una liberazione pareva impossibile, assurda», «le stelle trapuntavano un'oscurità colma del balsamo della vittoria». Tutte le volte in cui Ericson è in licenza, in casa sua il lettore è costretto ad ascoltare «un silenzio assoluto tranne il debole ticchettio dei ferri di Grace», la moglie che fa la calza; «ma giacere con lei, anche nella passività del sonno, implicava una comunanza che irritava il suo istinto per il celibato». Qui occorrerebbe l'intervento di uno psichiatra. Innumerevoli sono le considerazioni ovvie, inutili, banali, quando non del tutto fuori luogo, e le divagazioni noiose e prolisse che fan venir voglia d'abbandonare la lettura.

Sul piano linguistico, la traduzione risente degli errori consueti e frequenti anche presso autori stimati: verbi con funzione di soggetto o di complemento oggetto preceduti dalla preposizione di («l'importante era di non darli a vedere», «aveva desiderato di trascorrere un pomeriggio») o usati in un tempo errato («Dio solo sapeva quali pericoli» invece che Dio solo sa), indicativo in luogo del congiuntivo («facevano del loro meglio per illudersi che si divertivano», pag.393), participio passato accordato col sostantivo che segue («allorché ebbero raggiunta la costa», pag.207), l'avverbio assieme corredato della preposizione a in luogo di con («assieme agli altri», pag.135 e 231 e 313; «assieme alla bimba», 209; «assieme agli abiti», 217; «assieme a Rose, al sottocapo e a un fuochista», 300; «assieme a Grace», 322; «assieme a Lockart e a Ferraby» e «assieme al comandante», 358), il pronome singolare per il plurale («Tallow scese ad offrirgli [ai naufraghi] la più generosa razione di rum», pag.141), soggetto al plurale e verbo al singolare («c'è un'infinità di navi che ha il diritto...», pag.227; «ombre della schiera di navi che sfilava a sottovento», 430), assenza di soggetto («La "Compass Rose" caricava provviste per cinque giorni, trascorsi i quali essi (?) venivano assoggettati alla dieta di salsicce in scatola», pag.114; «le più lunghe giornate arrecarono loro (?) un sollievo», pag.163; «quando Lockart saliva a dargli (?) il cambio», ivi); nomi propri con l'iniziale minuscola («luna», «sole») e comuni con la maiuscola («Hotel»); altri errori di grammatica («per iniziare un zig zag», pag.136), «si rilasciò» per si rilassò (pag.99, e ancora 185), «un momento in cui potersi rilasciare» (249), «se avessero potuto rilasciarsi» (265), «si rilasciò impercettibilmente» (381), «quell'atteggiamento rilasciato» (436).

L'avverbio «affatto» viene continuamente (poco meno che in ogni pagina) usato nell'errato significato per niente, e in un solo caso – è il caso di dire più unico che raro! – nel suo giusto significato del tutto; e l'aggettivo «spiacente» in luogo di dispiaciuto. Non mancano i termini usati a sproposito («dice che adora le feste»; «attorno a lui – l'avviso-scorta "Saltash" – v'erano più di quaranta navi-scorta»). Sto consultando i miei appunti ma vedo che i rilievi da farsi sarebbero innumerevoli: mi trovo appena ad un quinto del libro, ed è giocoforza soprassedere. Le navi «rullano» indefessamente nel corso di tutto il racconto (fin quasi a capovolgersi (!), pag.30), rubando il mestiere ai tamburi (in qualche raro caso «la nave rollava in modo abbominevole» - sic in luogo di abominevole - , pag.52, ma cinque righe appresso «la "Compass Rose" si era inclinata in un rullio di quaranta gradi»), e sarebbe troppo lungo elencare tutte le volte in cui le navi rullano. Sulle navi il materiale viene «assicurato» anziché rizzato (pag.41).

L'autore chiama «sottomarini» i sommergibili degli anni Quaranta quando ormai dal 1954, con il nucleare "Nautilus" statunitense, la distinzione è in atto; e «ciurma», che oggi è termine offensivo, l'equipaggio della corvetta. Ancora: «la nave si raddrizzava con un arco di ottanta gradi» (pag.52): si tratta di un angolo. «I cannoni brandeggiati in direzione di prora e di poppa» (pag.413): si dice per chiglia. Ma la cantonata più grossa, che rivela un'incompetenza inammissibile, è che la velocità venga data in nodi orari («i suoi quindici nodi orari», e sei righe dopo «quindici nodi orari la facevano somigliare», ancora in pag.52 e poi per tutto il libro: cito «a più di tre nodi orari» in pag.305, «una velocità di venticinque nodi orari» in 378, «alla velocità di venti nodi orari», 457; «girò loro attorno a venticinque nodi orari», 531/2). Non è concepibile che un capitano di marina non sappia che nodo significa miglio all'ora, e se ne deve dedurre che la bestialità sia imputabile al traduttore.

Nella stampa son presenti non pochi refusi («artigliere» invece che artiglierie, pag.12; «le gru profilantisi», pag.21; «quella che mi dà sui nervi è la sistemazione», pag.22; «abbrivio» in luogo di abbrivo, pag.74; «ma cene sarebbe voluto dell'altro», pag.141; «non lasciò traspirare neppure uno dei dubbi...» evidentemente per trasparire, pag.401; «inpadronite», 417). Fra la pagina 451 e la 452 c'è una falla nel testo: manca per lo meno un capoverso. Sul piano storico, si legge che «L'attacco (dei giapponesi a Pearl Harbor) aveva fatto sì che gli Stati uniti entrassero in guerra»: questo è un errore molto frequente presso gli storiografi da strapazzo. Fu invece il Giappone a dichiarare la guerra, ed è notorio (o dovrebbe esserlo) che, mentre la dichiarazione avrebbe dovuto aver luogo prima dell'attacco (fissato ed in effetti iniziato alle ore 8), accadde che, attardato dal traffico, il messo nipponico giunse all'ambasciata americana con un quarto d'ora di ritardo, e consegnò la dichiarazione di guerra alle 8,15.

In cambio di possedimenti come Bermuda e Antigua, la Gran Bretagna ebbe dagli Stati Uniti cinquanta vecchi cacciatorpediniere, non torpediniere (pag.507).

“Mare crudele” di Nicholas Monsarrat