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“Marrubbio” di Decio Lucano

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Colloqui con Vittorio G. Rossi

Libri ricevuti

Verona, 12 novembre 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

Questo libro era allegato a un fascicolo decembrino della rivista "Tecnologie trasporti mare", e voleva essere una strenna natalizia per i suoi lettori del direttore capitano Decio Lucano, già mio collega come collaboratore del quotidiano genovese "Il lavoro", e autore di sette libri prima di questo, fra cui "L'odissea del Foscolo" ("Trentino libero" 4 novembre 2017). "Marrubbio" - mare matto - , spiega l'autore, son dette in dialetto siciliano le fluttuazioni del livello del mare lungo la costa.

Similmente, fluttuano dalla storia alla filosofia, dalle superstizioni alle scienze, dalla gioventù alla vecchiaia, gli argomenti su cui il giovane giornalista Decio Lucano conversò con l' anziano collega Vittorio G. Rossi nel corso di incontri svoltisi dal 1963 sino alla morte dello scrittore, avvenuta in Santa Margherita ligure, dove era nato nel 1898, all'inizio del 1978. Tali dialoghi costituiscono il contenuto del volume ("Marrubbio", colloqui di Decio Lucano con Vittorio G. Rossi, edizioni L'automazione navale, Genova, ottobre 2006, 78 pagine, con nel testo quattro fotografie e la riproduzione di due autografi del famoso scrittore navale - che aveva la medesima grafia di Gabriele D'Annunzio e di Benito Mussolini - , fuori commercio).

Del volume, "Lega navale", rivista mensile della Lega navale italiana, non mi consentì che una breve segnalazione (numero doppio di marzo-aprile 2007), che voglio ora almeno un poco ampliare citando la constatazione del Rossi che nessuno ha scritto la storia dei dragamine italiani (come invece l'ammiraglio Rogge scrisse quella dei dragamine tedeschi, n.d.c.). «Dragare mine, dare la caccia ai sommergibili, scortare convogli, trasportare uomini e materiali sulle acque insidiate, sotto i cieli insidiati, i giovani d'oggi non sanno niente di queste cose, niente di quelli che le facevano e di che tempra erano: ed erano giovani come questi, avevano anche loro la voglia di vivere e di fare l'amore, ma avevano la morte addosso, non come ce l'abbiamo tutti, ma come l'ombra di loro stessi, che veniva dal mare e dal cielo e non li lasciava un istante. La storia dei nostri dragamine nessuno la sa», salvo solo quelli che l'hanno vissuta. E qui il Rossi racconta diffusamente l'episodio del "RD36", su cui era imbarcato il tenente di vascello Giuseppe Di Bartolo comandante d'una flottiglia di sette dragamine, che la notte del 20 gennaio 1943 si gettò contro due cacciatorpediniere – "Kelly" e "Jervis" (non Jiervis) – per dare tempo alle navi affidategli di buttarsi sotto costa.

Nel testo – e nel risvolto di copertina, – ripetutamente (ma non sempre) «sole» e «terra» con le iniziali minuscole, «c'é» con l'accento acuto ed «èglise» con quello grave, «insieme a» in luogo di insieme con, «affatto» come se significasse per niente, «San Remo» invece che Sanremo (più volte), e «andare per mare è stata sempre una necessità», oltre a varie frasi scorrette in pag.69. Forse refusi sono «Che cosa ci sia nel Sole e quanta energia viaggi, gli scienziati non sono ancora in grado di calcolarla» e «Della giuria faceva parte Durand de la Penne e io». Dall'elenco delle immagini - sei - manca l'ultima, che riproduce il pattugliatore G.3 Di Bartolo.

“Marrubbio” di Decio Lucano