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“Per un milione di morti” di Tameichi Hara

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Gli errori del Giappone che, nonostante gli errori degli Stati uniti, portarono alla sua sconfitta

Libri a perdere

Verona, 12 novembre 2017. - recensione di Sergio Stancanelli

Annotavo l'altro giorno, a proposito di "Le motosiluranti" ("Trentino libero" 4 novembre 2017) , come vi siano libri i quali, appena apertili – cosa che devi fare se vuoi leggerli, -- spargono le loro pagine a destra e a manca. Son quei volumi i quali, anziché esser costituiti da quinterni cuciti insieme, son fatti di pagine sciolte incollate all'interno del dorso.

Ne ho fra le mani un altro esemplare, delle edizioni Longanesi & C. di Milano questa volta: è "Per un milione di morti" in terza ristampa della seconda edizione (pagine 326, con dieci cartine nel testo), «i super pocket» della collana Pocket «i tascabili con oltre cinquecentomila copie», la quale a Pontremoli, in occasione del premio Bancarella 1971, ebbe la targa d'argento, non ne conosco la motivazione, forse perché una volta letti sono destinati al cestino, tutti sfasciati come son ridotti non potendosi proporre ad altri lettori, il che incrementa la tiratura.

Tre in copertina figurano gli autori: Tameichi Hara, Fred Saito e Roger Pineau: ma alla lettura, del testo risulta autore soltanto il primo, ufficiale della Marina nipponica e coprotagonista della vicenda narrata, ch'è la storia dettagliata, motivata e commentata della guerra 1941-1945 nel Pacifico fra Giappone e Stati uniti. La traduzione, dall'originale in inglese "Japanese destroyer", è di Ugo Carrega. La presentazione, ampia e non immune da refusi e da un errore di grammatica, è firmata Mario Monti, direttore se non erro della Casa editrice. L'autore comincia col narrare la propria vita in un'autobiografia che parte dalla nascita, il 16 ottobre 1900 in Takamatsu (isola Shikoku), e procede attraverso l'infanzia e la giovinezza informandoci dei suoi passatempi e dei suoi studi in maniera dettagliata ma che tuttavia si lascia leggere senza annoiare perché condotta con agevolezza e spirito. Finirà ufficiale di Marina, dapprima in sottordine, poi comandante di vari cacciatorpediniere, infine capitano di vascello a capo d'una squadriglia di caccia.

Il capitano Tameichi Hara, protagonista egli stesso di eventi narrati nel libro, spiega in maniera interessante per chi s'interessi della materia i fatti della seconda guerra mondiale nel Pacifico, con le grandi battaglie aeronavali tra il Giappone e gli Stati uniti, e riporta letteralmente gli episodi di contorno, gli scambi di messaggi e le conversazioni svoltesi durante i combattimenti, attingendo al proprio diario, ai propri ricordi, alle altrui testimonianze ed ai documenti ufficiali. Spiega fra l'altro, per la prima volta a quanto mi consta, le ragioni di avvenimenti che sul momento lasciarono meravigliati i capi di stato maggiore americani: come i giapponesi potessero in tutto segreto ritirare le loro truppe da Guadalcanal, perché la battaglia di Santa Cruz non finì con una grande vittoria del Giappone, e che cosa significasse il radar per le tattiche del suo Paese. E' notevole, nel lungo e dettagliatissimo racconto – che potrebbe essere ampiamente ridotto senza danno per l'informazione eliminando tutti i particolari ininfluenti («si toccò la punta del naso e dopo essersi raschiato la gola per schiarire la voce, rispose») e le ripetizioni («avevamo combustibile sufficiente per il solo viaggio di andata», pag.15 e precedenti, «eravamo poveri, i miei fratelli lavoravano già», pag.18 e prec., «il mio spirito rispondeva al richiamo ancestrale della mia regione», pag.19 e ivi, l'iniziare le frasi con la parola «Bene», quattro volte nelle pagine 136 e 137), -- la pressoché costante riprovazione per le decisioni dell'ammiraglio Yamamoto, che secondo l'autore non ne fa una giusta.

Dal testo si apprende che durante la guerra i cacciatorpediniere giapponesi affondati furono ben 129. E' menzionata (pag.37) una battaglia di Pearl Harbor mai avvenuta (s'allude evidentemente all'attacco dell'8 dicembre 1941). Fra le varie battaglie navali descritte nel libro, particolare risalto assume quella di Midway, che vide l'impero del Sol levante subire l'irreparabile perdita di quattro portaerei, e la supremazia nell'andamento della guerra passare dal Giappone agli Stati uniti. Inventore d'una nuova tecnica per il lancio dei siluri che rivoluzionò il metodo precedente e che gli vale il riconoscimento di massimo esperto nel settore, l'autore – che trova il tempo per sposarsi e generare due bambine – scrive che gli uomini del suo Paese non seppero riconoscere il grande sviluppo dell'elettronica e la superiorità aerea in campo americano, due fattori che decisero le sorti della guerra.
Al traduttore vanno addebitati rari errori di grammatica («non ho mai rimpianto di aver scelta la carriera della marina da guerra», «un preliminare bombardamento avrebbe salvata la sua vita»), l'uso dell'avverbio «affatto» come se significasse per niente (significa del tutto), i soliti nomi propri scritti minuscoli («sole», «luna»), il chiamar «bombe» i proiettili di cannone (pag.134), mentre non cade mai nell'altrimenti frequentissimo sbaglio di accompagnare l'avverbio «insieme» con la preposizione «a» in luogo di «con»: ma un errore gravissimo, certamente non imputabile all'autore, uomo di mare, è l'indicare le velocità in «nodi all'ora». Nodo è il miglio all'ora, e pertanto di deve parlare di nodi oppure di miglia all'ora. Qualche refuso («Le navi nemiche deviarono improvvisamente verso ovest. Perché avevamo modificato la rotta?», pag.84).

“Per un milione di morti” di Tameichi Hara