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“Battaglie vinte e perdute: 1939-1941” di H. W. Baldwin

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La campagna di Polonia, la battaglia d'Inghilterra, l'invasione di Creta

Verona, 6 giugno 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Questo libro della serie "Battaglie vinte e perdute" della quale è autore il new yorkese Hanson W. Baldwin è relativo agli anni dal 1939 al '41 e narra, in tre parti distinte, la campagna di Polonia (1 settembre-6 ottobre 1939), la battaglia d'Inghilterra (luglio-settembre 1940) e l'invasione di Creta (20-31 maggio 1941).

Dopo una pagina dedicata a presentare l'autore e la serie (la quale prevede altri due volumi), i tre argomenti si estendono ciascuno rispettivamente per 47 pagine più 5 di note, 41 pagine + 8 di note, e 89 + 9 di note. Va lamentato che le note siano pubblicate alla fine di ciascuno dei tre capitoli costringendo il lettore ad un continuo avanti e indietro di pagine, oltre tutto con richiami numerici poco meno che microscopici. La prima parte è dotata di una cartina nel testo, la seconda di due, la terza di tre, tutte opera di John Tremblay. La traduzione è di Vittorio Ghinelli, e il volume (216 pagine, rilegato, prezzo non indicato ma lire 1000) è edito da Mondadori.

Risfogliando il libro dopo averlo letto, scopro di non avervi apposto annotazioni atte ad una recensione. Ho solo evidenziato nel primo capitolo la citazione dei generali Karl Gerd von Runstedt e Heinz Guderian, miei prediletti, ed un passo relativo ai combattimenti in Varsavia: «Molti credenti persero la vita mentre recitavano le loro preghiere: una granata colpì in pieno la cattedrale durante una messa», assai significativo per chi sa leggere.

Che Francia e Gran Bretagna, dopo avere il 3 settembre dichiarato guerra alla Germania, siano rimaste indifferenti di fronte all'intervento della Russia, è ben noto: «Improvvisamente, il 17 settembre, come un fulmine a ciel sereno ingenti forze dell'Armata rossa piombarono sulla Polonia da est. Fu il colpo di grazia per una nazione già in agonia». Sul piano linguistico ho notato errori d'ortografia («luna», «sole», comuni anche alle due parti successive; nella terza per contro ci si imbatte in «Hotel»), l'impiego dell'avverbio «affatto» come se significasse per niente (significa del tutto, e per assumere significato opposto dev'esser fatto precedere dal complementare niente) e del termine «bombardamento» in luogo di cannoneggiamento, nonché un refuso: «Il saliente di Poznan era presidiata soltanto da deboli unità...», pag.32.

Dal secondo capitolo voglio sottolineare «... una mania del bombardiere, alimentata negli anni postbellici dalle lungimiranti intuizioni di Giulio Douhet, il profeta italiano della potenza aerea». Con l'evacuazione di Dunkerque «solo 22 dei 700 carri armati inviati [dalla Gran Bretagna] in Francia ritornarono indietro. Anche la Royal navy ne era uscita malconcia: più della metà dei cacciatorpediniere operanti nelle acque territoriali era stata messa [per erano stati messi] fuori combattimento: 15 affondati e 42 danneggiati nel giro di due mesi». A proposito dell'operazione Leone marino (il ventilato sbarco tedesco in Inghilterra) si legge: «Se subito dopo la conclusione della battaglia di Francia i tedeschi avessero tentato l'invasione, le loro probabilità di successo sarebbe state molto elevate». «Gli ammiragli tedeschi nutrivano un profondo rispetto per la flotta inglese. Ma i fattori decisivi furono l'indecisione di Hitler, il quale pensava che la Gran Bretagna si sarebbe piegata a un accordo di pace, e lo scarso entusiasmo dimostrato dalla Marina». «Questo fatale errore ha una semplicissima spiegazione: Hitler guardava con un occhio puntato verso est». Io non credo che la ragione sia stata questa, ma piuttosto che Hitler sperava in un accordo, e nello stesso tempo temeva una disfatta. Vorrei anche annotare come l'accordo di Monaco (risalente al 1938), che «sinonimo di appeasement aveva rappresentato per la Raf e per le [altre] forze armate inglesi una vera benedizione» (pag.68), era stato opera di Benito Mussolini. Un errore di grammatica: «Una pesante coltre di nubi tiene lontane le grandi formazioni» (pag.84).

Dalla terza parte estraggo: «Ultimata la conquista della Francia ma solo iniziata la battaglia d'Inghilterra, il generale Alfred Jodl, capo di S. M. operativo dell'OKW, disse che Hitler aveva deciso di sbarazzare il mondo una volta per tutte del pericolo del bolscevismo mediante un attacco contro la Russia sovietica da intraprendere quanto prima possibile, indicativamente nel maggio 1941». Di fatto, «dall'agosto 1940 Hitler si concentrò con il massimo impegno sulla preparazione di una campagna che egli considerava uno scontro fra due opposte ideologie». «Il 26 marzo [1941] alcuni veloci motoscafi d'assalto italiani penetrarono nella baia di Suda e misero fuori combattimento l'incrociatore "York"» (pag.27). Il grande incrociatore, che non poté più essere ricuperato (nota in pag.206), non fu messo fuori combattimento da una bomba (ivi) bensì dall'assaltatore della Decima mas Luigi Faggioni, un cui autografo a me dedicato ho già pubblicato su questa testata (Trentino libero, 8 febbraio 2015); il relitto venne poi ancora ripetutamente bombardato dalla Luftwaffe per distruggerne le batterie antiaeree.

Cito che l'VIII e l'XI Fliegerkorps erano comandati dai generali Wolfram Freiherr von Richthofen e Kurt Student. Fra i combattenti si trovava il famoso pugile Max Schmeling. Ancora da segnalare – con amarezza - «La rapidità era il fattore chiave: si doveva correre il rischio. Ma la squadra italiana aveva rifiutato di prendere il mare» (154/5). «Quando la battaglia di Creta si concluse, alla squadra inglese del Mediterraneo restavano solo 2 corazzate, 2 incrociatori e 13 cacciatorpediniere: quella italiana invece disponeva ancora di 4 corazzate e non meno di 11 incrociatori, ma nei giorni della battaglia se ne era rimasta al sicuro nelle sue basi» (187). Refuso in «... le prime ore del mattino trascorse in una relativa quiete» (per trascorsero, pag.156). In pag.160 si legge: «... non solo bombardieri in picchiata, ma anche Ju-87 e Ju-88». Gli Junker- 87 erano bombardieri in picchiata (i famosi Stukas). Le navi italiane "Lupo" e "Sagittario" (pag.161, comandante Giuseppe Cigala Fulgosi) erano torpediniere, non cacciatorpediniere. Viene evidenziata la presunzione di Winston Churchill, il quale, «lontano dal teatro della battaglia», impartisce ordini inadeguati alla situazione (pag.176), e così pure «l'interferenza nei dettagli» del comando di Archibald Percival Wavell che «era diventata intollerabile» (196). Un errore di grammatica: «il generale Freyberg fu evacuato assieme ad alcuni dei suoi comandanti di brigata» (185).

In conclusione, «Quella di Creta fu una battaglia atipica, infatti mai più i tedeschi ricorsero all'impiego massiccio di truppe aviotrasportate, e mai più un'isola sarebbe stata conquistata dal cielo». «Dopo Creta, fu chiaro che la possibilità di non esporre le truppe aviotrasportate al pericolo di subire perdite estremamente sanguinose dipendeva da due fattori fondamentali: rapido congiungimento delle teste di sbarco e tempestivo intervento di forze corazzate». «Nei cielo di Creta come dell'Egeo fu la supremazia aerea ad assicurare la vittoria ai tedeschi, e fu l'inferiorità aerea a condannare gli inglesi». «Creta confermò che le unità navali di superficie non possono operare senza copertura aerea se non al prezzo di perdite intollerabili». «Per gli inglesi la perdita dell'isola non mutò sostanzialmente la situazione nel Mediterraneo; per i tedeschi la sua conquista non comportò alcun vantaggio strategico» ai fini dell'esito della seconda guerra mondiale. «Anzi, dall'analisi della disfatta subita dalla Gran Bretagna in Creta, come prima in Grecia, si ricava la constatazione che quelle campagne ritardarono le azioni principali della Germania al punto da determinarne la sconfitta».

Ed infine, un commento sulla mancata occupazione di Malta da parte italiana. «Tutti si espressero per la conquista di Malta quale unico modo per garantire la sicurezza delle rotte marittime per il Nord Africa». «Ma la scelta [di Hitler] cadde su Creta». «Furono proprio gli aerei, la navi e i sottomarini di base a Manta a far sì che la bilancia pendesse dalla parte degli inglesi; fu perché Malta era in mano inglese che l'Africa settentrionale vide Rommel non già trionfante sul delta del Nilo e sulle sponde di Suez, bensì» impossibilitato a proseguire e costretto «ad una ritirata destinata a concludersi solo in Tunisia» con l'abbandono definitivo da parte dell'Asse del continente africano.

“Battaglie vinte e perdute: 1939-1941” di H. W. Baldwin