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“La difesa di Giarabub” del colonnello Salvatore Castagna

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Il nome dell'oasi nella Cirenaica il cui presidio italiano assediato resistette oltre dieci mesi agli assalti delle forze corazzate britanniche, è uno dei più gloriosi sortiti dalla seconda guerra mondiale, ma la noncuranza odierna per una storia patria eroica che costò la vita a la meglio gioventù dell'epoca l'ha collocata nell'oblio

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Verona, 11 giugno 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Giarabub fu un mito, un fatto sacro, un episodio glorioso davanti al quale era d'imperio mettersi sull'attenti o in ginocchio. Oggi, ho constatato, è una parola senza significato.

Col nome dell'oasi che racchiudeva i suoi difensori, era venerabile il nome del comandante, colonnello Salvatore Castagna. Una delle più belle "canzoni del tempo di guerra" gli era dedicata, "La sagra di Giarabub", di Mario Ruccione se non vado errato: che alternava a parole toccanti («... e chi parla a noi vicino? cammelliere, non sei tu? in ginocchio, pellegrino, sono i morti di Giarabub») altre non altrettanto elevate («Colonnello, non voglio pane, dammi piombo pe'l mio moschetto, c'è la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà»), ma che faceva vibrare, ed ancor oggi mi commuove, per ciò che evocava e per l'intensità della musica.

L'ha scritto proprio Salvatore Castagna, questo libro che ho nelle mani, e non mi dispiace che i miei lettori non possano vedere l'emozione che mi prende nel leggere in copertina il nome di colui che fu il comandante del presidio e che personalmente ne narra le vicende per tenerne vivo il ricordo in chi le visse per rammentarle a chi l'abbia dimenticate e per farle note a chi troppo giovane o disinteressato di storia patrianon ne sappia nulla.

Giarabub (el -Jaghbkb in arabo) è il nome di un oasi nel sud della Cirenaica (Libia settentrionale), circa 260 chilometri dal mare e una trentina dal confine egiziano, sul fondo d'un bacino ampio quasi 700 chilometri quadrati, luogo sacro per i senussi in quanto la locale moschea ospita la tomba di un santone che si era proclamato Mahdi e vi si era stabilito nel 1856. Nel 1926 fu occupata dall'Italia, e nel primo e secondo anno della seconda guerra mondiale il suo nome divenne noto in tutto il mondo a sèguito della resistenza che per oltre dieci mesi, dal 10 giugno 1940 quando subì il primo bombardamento al 21 marzo 1941 quando ai superstiti rimasti senza provviste altro non rimase che arrendersi, il presidio italiano che vi aveva sede oppose agli assalti di preponderanti forze corazzate nemiche, contro le quali «non avevo armi anticarro (pag.62) né un cannone né una mitragliera (pag.61) e dovevo fare assegnamento solo sul coraggio e sull'astuzia».

Preceduto da una premessa, dalla descrizione geografica e storica dell'oasi, e dalla descrizione dell'organizzazione di difesa predisposta, la narrazione dell'assedio è suddivisa in tre parti, e preceduta da un primo periodo sino alla vigilia della nostra entrata nel conflitto dedicato alla preparazione alla guerra: dal 10 giugno al 27 settembre 1940, primi mesi dell'assedio; dal 28 settembre al 9 dicembre stesso anno, ricostituzione dei presidï scaglionati lungo il reticolato fatto predisporre dal maresciallo Graziani attorno all'oasi e attività prevalentemente aerea da ambo le parti; dal 10 dicembre 1940 al 21 marzo '41 grande offensiva nemica che portò alla caduta della posizione. Scrive il comandante nel suo "La difesa di Giarabub" (ed. Longanesi, 224 pagine, con sei cartine e schizzi nel testo, e con una fotografia f. t. - i soldati australiani seppelliscono gli italiani morti nell'ultimo giorno di difesa dell'oasi - , lire 1300) dedicato alle mamme e alle vedove dei caduti: «Anche la stampa nemica ha riconosciuto il valore dei difensori di Giarabub, cavallerescamente ammettendo l'infruttuosità di tanti attacchi intesi a sopraffare la resistenza italiana. Di fronte a un nemico preponderante e ben nutrito, largamente provvisto di viveri e di munizioni, stavano pochi italiani affamati, scarsi di munizioni logorati dai mesi di assedio e, come i colleghi libici, armati solo di moschetti (pag.59). Tuttavia quei pochi uomini lottarono sino all'estremo delle possibilità». «I pochi uomini ch'erano ancora incolumi continuarono a lottare, finché il nemico penetrò dappertutto, catturando i superstiti. Allora fui catturato anch'io (pag.191). La bandiera che da dieci mesi sventolava sulla torre venne ammainata e bruciata».

Del nostro valore fanno fede gli attestati britannici riportati in appendice. «Questa oasi era stata saldamente mantenuta da un battaglione di truppe italiane e libiche. Inutilmente alcune compagnie di australiani avevano più volte tentato di conquistare la cittadella. Le posizioni italiane furono vanamente investite per più di quindici settimane» (documenti britannici allegati in appendice). Non sarà intenzionale, ma sta di fatto che, per tutta una buona prima metà del libro, l'autore menziona le capacità ed il valore di ufficiali e sottufficiali senza mai farne i nomi, lasciando emergere l'ipotesi che voglia evitare di avere concorrenti. Successivamente invece non evita di nominarli uno ad uno, come se se ne fosse reso conto e ci avesse ripensato. Relativamente agli anni dopo la fine della guerra, quando il colonnello Castagna e gli altri superstiti furono rientrati in Italia dalla prigionia trovandovi la libertà largita dalla liberazione, si legge: «... molte furono le espressioni di affetto delle popolazioni per gli ex-difensori di Giarabub. Malgrado i divieti sentii cantare la canzone di Giarabub. Alle bande che suonavano gli inni nazionali fu chiesto di intonarla».

Sul piano letterario il testo italiano è corretto, salvo un errore di grammatica («... aerei che avrebbero distrutta la malsicura ridotta», pag.43), l'ortografia di nomi propri scritti minuscoli («sole») e il refuso «parte delle famiglie aveva lasciato l'oasi» (pag.32). Qualche discordanza nei tempi dei verbi («... gli aerei avevano lanciato molte bombe ma una sola colpì», pag.85, e con l'occasione osservo che le bombe vengono sganciate, non «lanciate», a meno che si tratti di bombe a mano). «Osservatorï» plurale di osservatorio (pag.47) vuole la doppia - i - , altrimenti è il plurale di osservatore. Ricorre più volte il termine «zauia» che, apprendo dallo Zingarelli, è moschea turca dotata di scuola e con diritto di asilo, mentre irreperito risulta il t rmine «gare» (pag.33). Mi piace menzionare che nel libro è citato il colonnello D'Avanzo, comandante del II raggruppamento libico, padre di un mio collega concorrente con me nel 1948 all'Accademia navale di Livorno, e poi mio amico.

“La difesa di Giarabub” del colonnello Salvatore Castagna