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“Storia della seconda guerra mondiale” Rizzoli-Purnell vol.I

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Dagli antefatti alla prima offensiva di Rommel in Africa settentrionale (marzo-aprile '41)

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Verona, 4 agosto 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Di come questi sei volumi formato atlante e pesantissimi siano finiti nella mia biblioteca, non ho memoria. In origine si trattò probabilmente di fascicoli settimanali, da rilegarsi al termine della raccolta. Pubblicati in Bristol (England) nel 1966 da Purnell & sons, e in traduzione italiana l'anno appresso da Rizzoli di Milano che li stampò nei suoi stabilimenti di via Civitavecchia 102 (ora via Angelo Rizzoli), costituiscono una "Storia della seconda guerra mondiale" diretta nell'edizione originale inglese da sir Basil Liddell Hart e Barrie Pitt, e nell'edizione italiana da Angelo Solmi con la consulenza del generale Giuseppe Mancinelli.

La traduzione dei testi è stata effettuata da Antonio Ghinelli, Eleonora Heger e Lydia Magliano, le fotografie (innumerevoli) – per la maggior parte in nero – e i bozzetti sono di otto autori tutti britannici - quelle non tratte dall'archivio Rizzoli - , mentre le carte sono opera di Aldo Frailich, Ferruccio Piras e Gastone Ravajoli. In questa prima puntata mi occuperò del volume I, "Dagli antefatti alla prima offensiva di Rommel (marzo-aprile 1941)", i cui testi sono stati scritti da quarantatrè autori, tutti inglesi salvo sei tedeschi, due francesi, due sovietici, uno polacco, uno belga, uno olandese, uno norvegese, uno statunitense ed uno sudafricano. Fra i tedeschi, figura – del tutto illegittimamente ed arbitrariamente – il feldmaresciallo Erwin Rommel, morto suicida – come tutti sanno – per ordine di Hitler nel 1944, del quale sono state utilizzate alcune lettere scritte alla moglie. Nell'edizione italiana si aggiungono dieci collaboratori italiani, fra i quali il Mancinelli, l'ammiraglio Giuseppe Fioravanzo e il generale di squadra aerea Giuseppe Santoro, oltre al pilota Franco Pagliano che cito perché dopo l'8 settembre aderì alla Repubblica sociale.

Nell'ambito del periodo storico annunciato dal sottotitolo, il grande e grosso volume contiene 61 articoli riuniti in 39 parti - ciascuno dotato di più fotografie in nero e di cartine a colori (oltre a due grandi carte a doppia pagina apribili: "Conquiste dell'Asse 1939-1942", e "Controffensiva alleata 1942-1945") - , il cui solo indice occupa due intere pagine, sì che è praticamente impossibile darne dettagliatamente conto. Mi limito ad annotare che il primo capitolo ("Il Reich brutale") della prima parte ("Germania 1919-1939") – che propriamente prende avvio dal 1918 – , inizia con un'affermazione di parte, contraddittoria e falsa: «Nel 1918... l'esercito russo aveva aiutato una giunta rivoluzionaria ad impadronirsi del potere con diserzioni in massa – votando con i piedi, come disse Lenin – . » Se l'esercito russo avesse aiutato una giunta rivoluzionaria, ne sarebbe sortito un governo comunista: ne uscì invece la genesi del nazismo, sì che Lenin parlò di «votanti con in piedi», e la giunta non «si impadronì del potere», ma vi pervenne del tutto legittimamente in forza del risultato delle elezioni. Il fatto che l'autore del primo articolo racconti balle e falsifichi la storia, non compromette certo l'intero volume: ma non può non lasciare perplessi i lettori circa la sua obiettività.

Segue immediatamente, sulla stessa riga, «C'erano stati ammutinamenti su larga scala tra i francesi e gli italiani; gli austriaci si erano disgregati, soltanto gli inglesi e gli americani combatterono compatti e disciplinati sino alla fine. L'esercito tedesco fu il solo a rimanere fedele a una causa che era diventata assurda» ecc. Tutto falso. L'esercito tedesco fu il solo, insieme con quello russo, ad attuare la rivoluzione comunista. Nessun ammutinamento vi fu in Italia, per lo meno «su larga scala». Nella pagina successiva le fandonie non sono minori. «Hitler credeva di poter contare sull'aiuto dell'esercito qualora avesse tentato un colpo di Stato come quello che aveva fatto Mussolini l'anno prima». Nessun colpo di Stato in Italia: il partito fascista aveva vinto le elezioni, e Mussolini era stato legittimamente nominato capo del governo dal Re. Il partito nazista, la cui «marcia su Monaco» era costata la vita a sedici affiliati uccisi dalla polizia, era «un partito di manigoldi guidato da un filibustiere, Hitler». A questo punto, la grande e grossa opera Rizzoli-Purnell è, mi pare, sufficientemente e definitivamente squalificata, sì che trascuro il sèguito del lungo (17 pagine) capitolo, limitandomi a riportare che «"Mein Kampf" è scritto in una prosa roboante ed è una illeggibile arringa che pochi si preoccuparono di leggere». E' superfluo commentare.

Il primo capitolo della seconda parte (quarto dell'opera), "Dalla controversia italo-etiopica alla guerra civile spagnola", vanta numerose belle fotografie d'epoca, fra cui una relativa alla rivincita di Adua: ma se ne fa notare una a tutta pagina in cui si vede chiaramente cosa sia un'amba – del tutto ignorata dalla didascalia - , in amarico – lo dico con parole mie – una montagna isolata con la sommità pianeggiante. A proposito dell'assedio del Alcazár, l'autore – questa volta un italiano – si guarda bene dal ricordare l'assassinio del figlio del colonnello José Moscardó da parte delle belve comuniste. Nel capitolo successivo, "Dall'Asse al Patto d'acciaio", è impressionante la fotografia a tutta pagina d'una piazza strapiena di centinaia di migliaia di persone convenute per ascoltare un discorso del Führer. Tra le foto che illustrano "Il clima dell'appeasement" (sarebbe autarchico dire acquietamento), segnalo la didascalia di quella a colori "Gli abitanti di Salisburgo salutano l'ingresso delle truppe tedesche nella loro città. L'Anschluss fu accettato di buon grado dagli austriaci." L'Anschluss venne accolto, non di buon grado, bensì con incontenibile entusiasmo.

Dopo Monaco, abbiamo il Patto d'acciaio, e quindi quello russo-tedesco, dove il «voltafaccia» dell'Unione sovietica aveva lo scopo di salvaguardare la pace. Ma nulla riuscì ad evitare il Blitzkrieg (che comunque non è la Blizkrieg - come viene chiamata nel volume - essendo di genere maschile ambedue i sostantivi, «Blitz», lampo, e «Krieg», guerra). E' stupenda, in questa pagina, la foto della cavalleria polacca a perdita d'occhio, su cui la didascalia tenta di ironizzare. La campagna di Polonia vede le prime fotografie degli Stukas, che con le loro ali angolate coinvolsero l'attenzione di tutto il mondo (io me ne costruii un modellino in cartone).

Lo stesso 3 settembre 1939, giorno della dichiarazione di guerra alla Germania da parte di Francia, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda, il sommergibile "U 30" silura il piroscafo passeggeri "Athenia"; il 14 ottobre l'"U 47" di Günther Prien (non menzionato) entra in Scapa Flow ed affonda la "Royal Oak"; le corazzate tascabili scorazzano nell'Atlantico settentrionale e meridionale e nell'Indiano, ma la "Admiral Graf Spee" – che ha affondato nove navi inglesi senza provocare la perdita di alcuna vita umana – è costretta ad entrare nel porto di Montevideo, e il 17 dicembre, nonostante sia in perfetta efficienza, anziché affrontare le preponderanti ma gravemente danneggiate navi britanniche che la attendono, il comandante Langsdorff – che si suiciderà la notte seguente in Buenos Aires – preferisce autoaffondarla. Emozionali le numerose fotografie che illustrano la vicenda (cui son dedicate ben trentuno pagine), ma nessun accenno all'apparecchiatura radar che si vede chiaramente sulla sommità della torre mentre la bella unità arde e si sfascia. Ricordo che quella mattina, arrivando a scuola alle 8.30, avevo udito la notizia dell'autoaffondamento dal giornale radio delle ore 8.

Seguono l'invasione di Danimarca e Norvegia (9 aprile 1940), «due paesi che non avevano fatto nulla che giustificasse l'aggressione». Qui la malafede della direzione redazionale è di tutta evidenza: Hitler se ne impossessò non perché avessero fatto qualcosa, ma per accerchiare la Gran Bretagna. La Germania vi perde l'incrociatore "Bücher" e tutti i dieci cacciatorpediniere impegnanti nell'azione; del 16 aprile è l'incidente alla nave appoggio "Altmark". Il 10 maggio vengono invasi Belgio e Olanda. Una fotografia riporta – così dice la didascalia – «Truppe paracadutate germaniche si preparano, appena a terra, ad entrare in azione». Non si tratta di paracadutisti tedeschi bensì di truppe belghe antiparacadutisti. Errori di grammatica in una didascalia del capitolo "L'invasione dell'Olanda e del Belgio"(«insieme ad altri due») e di ortografia in una successiva di pag.447 («sole»). Ampio spazio ovviamente per la campagna di Francia, esaurita in undici giorni (16-26 maggio). Il cacciatorpediniere distrutto di cui alla foto a colori che occupa due intere pagine, è il "Bourrasque". Il corpo di spedizione britannico poté lasciare Dunkerque pressoché al completo non tanto per merito dell'ammiraglio Ramsay che ne organizzò lo sgombero quanto per volere di Hitler che sperava in tal modo di ingraziarsi Churchill al fine d'un accordo di pace.

A redattori italiani sono affidati "La parte avuta da Galeazzo Ciano in politica estera fino alla dichiarazione di guerra dell'Italia (giugno 1936-giugno 1940)" - ivi è menzionato il finanziere Vincenzo Fagioli, che cito perché veronese - , e "La preparazione dell'Italia fascista alla guerra". In tale occasione va lamentato come il viraggio delle fotografie in marrone risulti sgradevolmente sciocco, e le didascalie in nero su fondo marrone scuro siano praticamente illeggibili. Alla capitolazione della Francia segue il vile attacco della Gran Bretagna alla squadra navale di Vichy (drammatiche fotografie in pag.358), mentre la flotta rimasta in Toulon si autoaffonda quando i tedeschi tentano di impadronirsene. Un capitolo è dedicato a "La battaglia d'Inghilterra", i bombardamenti aerei con cui la Germania prevedeva di indebolirne la resistenza prima dell'invasione, ed uno all'"Operazione Leone marino", il progetto di sbarco in Inghilterra che Hitler non realizzò quando la sua riuscita sarebbe stata probabilmente sicura.

Con "Il mio Blitz personale" in caratteri cubitali non si ripete l'errore di grammatica stampato in occasione della campagna di Polonia. Seguono in Romania l'esilio di Carol II, cui succede Michele; in Grecia la figuraccia che vi fanno gli italiani (fotografato il ponte di Perati, reso celebre dalla bella canzone degli alpini della Julia) – il cronista ricorda che lui e il suo papà cercavano di seguirne le vicende sulla cartina, operazione resa difficile dai nomi greci (Kalibàki si confondeva con Kalabàki) – . Bella ed emozionale in pag.439 la foto d'un SM.79, il gobbo maledetto, in volo su Malta e non sulla Grecia, mentre le altre due foto ritraggono, intenti a sganciare bombe, dei Me.110 tedeschi e non bombardieri italiani. Si avvia a conclusione il 1° volume di questa "Storia" con "La guerra sui mari", illustrato, oltre che con i consueti disegni, diagrammi e cartina, con numerose foto di U-Boot (in una, pag.447, il comandante e un ufficiale sono nella torretta, non «sul ponte»), tra i quali identificabili l'"U-17" e l'"U- 27". Grandi foto di un grosso convoglio in navigazione, e di un bel piroscafo che affonda, nonché della portaerei "Couregeous" mandata a picco dall'"U 29", della "Scheer" che spara una bordata, di navi vittime della corazzata. "Jervis Bay", già nave mercantile, era un incrociatore ausiliario. Un elzeviro con due foto è dedicato alla cronaca dello scontro di punta Stilo, 9 luglio 1941, dove l'intervento dell'aviazione italiana, che per errore sganciò le bombe sulla squadra navale italiana, vien confuso con quello dell'11 febbraio 1941 diretto contro le navi inglesi che avevano cannoneggiato Genova.

Una rassegna dei vari tipi di bombardieri britannici, ed una dei vari carri armati ed autoblindo inglesi e italiani nelle prime operazioni in Africa settentrionale, dove occupammo Sollum e ci spingemmo sino a Sidi el Barrani, con le foto del generale Bergonzoli e del maresciallo Graziani, precedono Il collasso italiano in Somalia, dove dopo avere occupato quella britannica perdemmo anche la nostra, e la Guerra navale nel Mediterraneo, con la battaglia di capo Teulada, tra le cui foto figura quella del "San Giorgio" in fiamme nella rada di Tobruch.

Il volume si chiude con La battaglia di capo Matapan, che a parte la reazione dei nostri cacciatorpediniere non fu una battaglia bensì un'esecuzione (i nostri incrociatori non ebbero il tempo di sparare nemmeno un colpo). La foto su doppia pagina della "Vittorio Veneto" (non «una delle più potenti unità della Marina italiana» bensì la più potente in assoluto assieme con la gemella "Littorio") la rapresenta mentre spara una bordata a capo Teulada. Il volume si chiude con l'interevento di Rommel e dell'AfricaKorps in Libia.

“Storia della seconda guerra mondiale”  Rizzoli-Purnell vol.I

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