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“Facce di bronzo” di Indro Montanelli

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41 incontri con personaggi noti e meno noti – I partigiani? tanto bravi nel far esplodere bombe quanto pronti a pagarne il prezzo con la pelle altrui – Viviamo in un'Italia che si compiace soltanto delle proprie magagne e delle proprie disfatte – Il processo di Norimberga: la vendetta di gente meschina – Pugnalata alla schiena del Giappone quella della Russia non meno che quella dell'Italia alla Francia – Come e perché nacquero i pretini di Nino Caffè

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Verona, 6 ottobre 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Questo libro, il cui acquisto risale al maggio 1965 nella libreria degli Studi in Genova, è il quinto se non vado errato in cui Indro Montanelli traccia il ritratto di persone che ha conosciuto. Le persone, se ho contato bene, questa volta sono quarantuno, alcune più o meno note, altre incognite al cronista; i ritratti vogliono essere, se non spiritosi, di gradevole lettura, e non di rado effettivamente risultano piacevoli e azzeccati. Fra i nomi noti cito, oltre a Tito e Kruscev, Peyrefitte e Nasser, i nostri Gronchi, Fanfani, Vanoni, Pella, Campilli per quanto concerne i politici, e Riccardo Bacchelli, Nino Caffè, Antonio Baldini, Guelfo Civinini – fra tutti i testi, forse il più bello – e Arthur Rubinstein nel campo della cultura.

Communtàr-as-sciaetàn (comandante Diavolo), alias Ahmed Abdallah Al Redai, già Amedeo Guillet, non è nome noto, o per lo meno non lo era a me: ma comincio da lui perché nel suo ritratto, dov'è citata «la penultima carica di cavalleria nella storia militare europea prima di quella del "Savoia" in Russia che fu l'ultima», l'autore coglie l'occasione per gratificare «molti partigiani di nostra conoscenza tanto bravi a far esplodere bombe quanto pronti a pagarne il prezzo con la pelle altrui». Il riferimento al criminale e vile attentato di via Rasella, che fu causa della crudele ma legale rappresaglia delle Ardeatine, è di tutta evidenza.

Andando per ordine, il primo nome è quello di Giovanni Gronchi, e subito nelle prime righe del testo dedicatogli vengo assalito dal verbo «estatare», trascorrere l'estate, in villeggiatura evidentemente, termine che non dubito inventato dall'autore. E invece no, eccolo che figura sullo Zingarelli, un'occasione dunque per me – e per molti che leggeranno – d'allargare la conoscenza della nostra lingua. Ma non è tutto, ché poco dopo abbiamo «tender penere»: oddio, che son codeste? ahi, questa volta lo stimato Nicola non m'aiuta. O gli è un refuso, o son trappole – arguisco dal testo – per pigliar «tordi e fringuelli di passaggio su ogni ramo e frasca della pineta».

All'ex presidente della nostra Repubblica segue Alessandro Papàgos, nel cui testo, dopo un «avevano fatto argine con disperati a corpo a corpo alle ondate nemiche», dove una preposizione «a» è di troppo, compare per la prima volta il regionale e superfluo aggettivo «punto» preceduto da negazione («E non avevano punto riconosciuto in loro i soldati della leggenda che li dipingeva imbelli»), il quale mi perseguiterà in quasi tutte le biografie che seguono, talora anche due volte nello stesso testo, tre volte in quelli del professore Fasiani e dell'onorevole Campilli, quattro per il maresciallo Messe (dov'è volto anche al femminile: «Guardando senza punta benevolenza».

All'incontro con Spyro[niko] Markezinis - dove si legge d'«una di quelle coroncine da rosario che i greci si portano dietro anche al caffè», affermazione ch'io contesto poi che i greci, così come i turchi ed altri qualsiasi, la portano davanti, o tutt'al più in mano, per cui io direi che se la portano appresso, non dietro - , segue quello con una Memmi Corcos diventata marchesa Strozzi per matrimonio, cara ma vecchia e sola senza una lira: «se muore, che ce ne importa... che ci sta a fare nel mondo?». Chi sia vecchio e solo non può che convenirne, tanto più che l'autore le fa dire «Il poeta povero e sfortunato potresti anch'essere te... No, te no... sei tutto cervello, te ». «Una donna che parla questo linguaggio non fa nessuna meraviglia che s'immagini la cistifellea come una covata di canini pechinesi», conclude Indro Montanelli.

Tito e Kruscev stanno assieme, portando a quarantadue il numero degl'intervistati, ad un ricevimento offerto dal primo, non è detto dove, in Beograd immagino. L'autore vi si reca ospite su l'automobile dell'ambasciatore Guidotti, osserva i volti della gente per le strade, «e non vi scoprii traccia di quel rancore e livore e invidia che costituiscono il concime della democrazia». Abbiamo poi un lungo e divertente incontro con Amintore Fanfani, che si dimostra simpatico e spiritoso. Dalla politica alla cultura con Riccardo Bacchelli, ma qui l'autore confonde la «terra», terriccio da semina, con la Terra pianeta, scrive «macchina da scrivere» confondendola con una lettera o con un articolo giornalistico, e dice che da molti mesi non lo vedeva ma «un processo ci ha riunito a Torino». Ha il merito di farmi conoscere lo scrittore Eduard von Keyserling, «che, poveraccio, morì di fame».

Giorgio Levi della Vida gli dà occasione di esibire l'espressione «allegrire i denti», di cui non mi capacito, e che però mi ricorda i frequenti congedi con cui Luigi Capuana chiudeva le sue fiabe nel libro della mia mamma che lessi fanciullo e di cui fui privato col furto della biblioteca mia e di mia moglie in Trieste: «e vissero felici e contenti / e a noi ci si allignano i denti». Ivi – così come nei futuri Campilli e Santin ed Augusto poeta del piccolissimo – si constata come l'autore creda che l'avverbio «affatto» significhi per niente (tutt'al contrario, significa del tutto, e per assumere significato opposto dev'esser preceduto dal complementare niente). Ben parimenti s'adatta ad altrui situazioni quanto dice il grande esperto di storia e lingue orientali: «Comincio un lavoro, lo lascio; ne inizio un altro, lascio anche quello. Così le mie giornate se ne vanno, vuote e inutili. Quando faccio il bilancio, mi pare di aver sbagliato tutta la mia vita e di non aver realizzato nulla di quel che mi proponevo». Ed alla fine, la dichiarazione che ne testimonia il livello intellettuale: «In religione, sono rimasto fedele a quella dell'incredulità». Mi ricorda quanto disse davanti alla cattedrale di san Pietro il rag. Vittorio Campodonico – al cui figlio Mario davo ripetizioni, e che pochi giorni or sono, ormai vecchietto, con la moglie da Genova è venuto a trovarmi – , direttore dell'Esattoria delle imposte di Rivarolo (Genova) dove venticinquenne lavoravo e che mi aveva condotto con sé attraverso l'Italia nelle ferie estive: «Monumento alla credulità umana».

Ante Pavelic, figlio d'un capomastro, già poglavnik nei primi anni Quaranta di un regno che aspettava invano il suo re, vissuto nell'infanzia fra la calcina, è ridotto a fare il muratore nella sua Croazia che non gli riservò la sorte dei suoi colleghi e maestri Benito Mussolini, assassinato, e Adolf Hitler, suicida. Nello scritto a lui dedicato, l'autore incespica in un bell'errore di grammatica: «Pavelic, di tutto questo se ne ricordava benissimo», ed in quello d'ortografia «sole», ch'è nome proprio, scritto minuscolo: errore molto frequente presso tanti e nel quale il Montanelli ricadrà in Communtàr-as-Sciaetàn, nell'ultimo di Adua che chiude la raccolta, e – tre volte – nel precedente poeta del piccolissimo, mentre in McCormick scriverà con l'iniziale minuscola «terra», il nostro pianeta. Abbiamo anche «Di fuori è cominciato a piovere», espressione che volentieri farebbe a meno del Di. Mentre Pavelic fa il muratore, Milan Stojadinovic, capo della comunità serba in Argentina, fa l'uomo d'affari e dirige il migliore giornale economico del Paese.

Linda Darnell è, voglio dire era, attrice famosa, e Montanelli non la loda tanto per le sue interpretazioni quanto per i «seni dirompenti e ribelli alle parsimoniose misure d'ordinanza prescritte da Hollywood». Seno è vocabolo collettivo per le due ghiandole di cui le donne son dotate. Dell'espressione, che si sviluppa per dodici righe sino a «Quant'è bbona!... », c'è da credere sia particolarmente soddisfatto il Montanelli, che – comprensibilmente momentaneamente distratto, – terminato di scriverla la ripete tale e quale. A questo sdilinquimento esteriore fa sèguito un apprezzamento molto serio, quello per Giovanni Messe. Il maresciallo d'Italia, reduce dalle ritirate in Russia e in Tunisia, vien appropriatamente ritratto «nell'Italia neorealista in cui si vive, che si compiace soltanto delle proprie magagne e delle proprie disfatte». Ivi – a proposito di cosa, non ha importanza – si legge: «Non che fossero cose gravi, segreti atomici o altro». Se non erano neanche altro, vuol dire che non esistevano.

In Peyrefitte, Roger, «la prima cosa che fece fu di correre» è frase in cui il soggetto correre non necessita della preposizione di. Trascuro l'inappropriatezza del pronome relativo nell'espressione «il giorno che entrò in casa Cecchi... », presente anche in altre biografie della raccolta. Sempre sul binario dei discorsi serii ci incontriamo con Gamal Abdel Nasser, il successore di Nerguib, e poi con un non meglio identificato Vertès, che «abbandonò l'Ungheria sùbito dopo la prima guerra mondiale e non vi rientrò che nel '38 con passaporto francese». Il professore Giovanni Maria Fasiani è un grande chirurgo, e dopo di lui si torna ai pregi delle interpreti cinematografiche con Gloria Swanson, le cui risposte alle domande che le vengon poste mi ricorda la mia amica Fernanda, venuta ancor due volte in questi giorni a trovarmi, che conobbi cinque anni addietro quando di anni ne aveva 51, e della quale mi son sorpreso a constatare quant'è carina. Mi trovavo in un locale del Comune di Verona in attesa d'essere ricevuto da un assessore. C'era anche una signora in attesa, e si prese a scambiar qualche parola. – Lei è sposata? – le chiesi a un certo momento. – Sì, mi rispose, ma è come se non lo fossi perché son cinque anni che mio marito non mi tocca – . – Signora, avanzai con tatto e discrezione, se posso esserle utile... – . – Oh sì, grazie – mi rispose.

Per Montanelli, l'attrice – certo distrattamente e senza intenzione alcuna di somigliarla a una cosa – è più volte «essa» (e tali saran pure, più avanti, la moglie di Arthur Rubinstein, la contessa Serristori, e una «vecchiarda americana» di passaggio nell'incontro con Odoardo Spadaro), ed ora la madre di Ezio Vanoni, un politico ed economista che l'autore dipinge quale salice piangente, ma che tali invece lui rese quarantacinque milioni di italiani. Lo segue un onorevole che stimo, Giuseppe Pella, che quando fu capo del Governo, alle intimidazioni tedesche non rispose calandosi le braghe bensì mandando l'esercito al Brennero. Lui non lo sa, voglio dire non lo seppe mai, ma al suo segretario particolare, comm. dott. Prospero Barbagallo, io, rimasto orfano, dovetti a fine 1951 il trovare impiego presso la Cassa di risparmio di Genova. E' una cronaca spassosa che potrei anche un giorno raccontare. In quella montanelliana che riguarda Pella, devo dire che l'uomo politico inavvertitamente ma decisamente passa in secondo piano a favore d'«un signore sulla cinquantina, piuttosto magro e meschinello, vestito con povertà e decoro, che portava all'occhiello i distintivi di ufficiale in congedo, mutilato, medaglia di bronzo e croce di guerra», con le scarpe «sciagattate», il che evidentemente è un refuso per sciaguattate.

Di Pietro Campilli ricordo che, imputato di malversazione, erano gli ultimi anni Quaranta, in un varietà teatrale comici e subrette, su un'orecchiabile aria operettistica cantavano «C'è Campilli / pilli pilli pilli / che comprende / prende prende prende... ». Montanelli invece ne trae occasione per dirci che la musica wagneriana è «astrusa». De gustibus, come diceva quello cui piaceva farsi inchiodare i piedi. Monsignore Antonio Santìn è, voglio dire era, il vescovo di Trieste (prim'ancora ch'io v'andassi ad abitare), e dice: «Non basta che quel che si dice sia vero, bisogna anche che non sia malaccorto: e quasi sempre ciò che è vero lo è».

L'incontro successivo è con Gianni Franciolini, cui si devono – se i fratelli Morandini sono nel giusto – dodici film, fra i quali il Montanelli ricorda "Villa Borghese" e "Le signorine dello zero quattro". Del Communtàr-as-Sciaetàn già mi sono occupato in più occasioni, ma devo aggiungere che nel suo pezzo ci si imbatte in «zeriba», siepe – credo – a riparo di case e accampamenti, in Africa, e in «burgutta», che – irreperita sullo Zingarelli – è comunque cosa da mangiare o meglio da masticare. Va annotato anche che «i colpi di Sole e di calore» si buscano, non «si busca». Chi segue è il pianista Rubinstein, Arthur, su cui non c'è alcunché di nuovo da dire (voglio sfogarmi col ricordare che su una rivista musicale, tempo addietro, il critico lo confuse con Anton: e a proposito, qualche amico mi ha più volte chiesto e sollecitato a raccontare la storia dei critici musicali del quotidiano "L'arena" di Verona, che scrivono –voglio dire scrivevano - «lo spartito del direttore» e «la samba», e chissà che un giorno o l'altro io non lo faccia).
Dopo Serafino De Marchis, avvocato e già compagno di carcere dell'autore, abbiamo la contessa Hortense Serristori, pur lei arrestata dai questurini della repubblica di Salò. Nino Caffè, i cui quadri di paesaggi stentavano a vendersi, ebbe dal suo mercante l'idea «d'uno zimbello da applicarvi sopra perché facesse da uncino all'occhio della gente». Furono i pretini, e la gente iniziò ad acquistarli, «senza punto rendersi conto della pittura vera» che vi stava sotto. E' Nino stesso a raccontarlo, e questo mi ricorda l'origine dei concetti spaziali del Fontana e dei sacchi bel Burri, che su riviste d'arte a suo tempo raccontai.

Necchi, Vittorio, è sempre stato non più che un concorrente, perché la mia mamma aveva una Singer, che quando lei morì non trovai di meglio che vendere, cosciente che non l'avrei mai adoperata. E in merito, mi va di riferire le contraddizioni dei medici, ché quello di base (ora così quello della mutua si distingue dagli altri, per quanto questi non siano quelli dell'altezza) – che è una donna – mi raccomanda, per la mia salute, di bere – acqua, s'intende – quanta più mi sia possibile, mentre quello di borgo Roma, qui in Verona, che una volta al mese vi sovrintende, mi dice che se voglio campare ancora a lungo devo bere quanto meno possibile. L'idea del fabbricante italiano di macchine per cucire (che son per cucire, mentre da cucire potrà essere una camicia o un fazzoletto) è che «quando un uomo ha sete deve bere, perché l'acqua non fa mai male (anche a ingurgitarla sùbito dopo la sutura d'una laparotomia», e questo non credo sia vero, come non è vero che ci stia bene bevuta dopo aver mangiato la frutta).
Si torna alla letteratura con Vitaliano Brancati, con cui chi racconta ebbe - dice - uno screzio, sul quale per altro mantiene il più rigoroso riserbo; si torna alla musica, se pur leggera, col già ricordato Spadaro; e si approda al colonnello McCormick (Montanelli non sempre menziona i nomi di battesimo dei suoi personaggi), direttore del "Tribune" di Chicago, che, dice, crede lo avesse preso in simpatia – così come il cronista prende in simpatia lui, – perché «ci eravamo trovati d'accordo nei giudizi sul processo di Norimberga», una vendetta degna di gente meschina. Le loro – e nostre – identità di vedute vanno oltre con «E quando la Russia, sulla fine del conflitto, attaccò il già vinto Giappone», non si vede quale differenza possa opporsi fra la dichiarazione di guerra di Stalin a Tokio e quella di Mussolini alla Francia dopo la caduta di Parigi. Nel ritratto del giornalista americano, l'autore trova modo di citare, fra altri, «il poeta Jack London», idolo del cronista per il suo romanzo "Martin Eden".

L'incontro successivo è con Mohammed Abd-el-Krim Khataby, l'eroe del Riff, che Achille Beltrame «pensò a presentarci sulle copertine della "Domenica del Corriere"». Gli errori di grammatica del giornalista e scrittore mio illustre collega, certamente commessi per distrazione, sono assai rari: ma devo ammettere che qui ce n'è un altro: « - I francesi hanno continuato a commettere molti errori in Marocco? - . – No, non molti. Ne hanno commessi due soli... - ». Ci si avvia verso gli ultimi con il caricaturista Pepo Novello, il cui testo che lo riguarda non possiede la felice riuscita di altri; con lo scrittore Raffaele Calzini, dove leggo «me ne accorsi un giorno che mi veniva raccontando... », frase nella quale – come già in Peyrefitte – il pronome relativo «che» prende abusivamente il posto di in cui; e con Peppino De Filippo, che non ho bisogno di spiegare chi fosse.

Nel testo dedicato alla pianista Luisa Baccara si ha indizio che gli incontri raccolti in questo libro risalgono al 1954. Ricorderò che, nata in Venezia nel 1894 ('92 secondo altra fonte) e vissuta fino al 1985, si formò nel Conservatorio di Milano, fu concertista assai nota in Italia e all'estero, lodata dal maestro Arturo Toscanini, e convisse con Gabriele D'Annunzio nel Vittoriale dal 1920 al '28. Presente nella piccola Enciclopedia Garzanti, non figura invece nel grande Dizionario Utet. Il suo nome comparve sul "Secolo d'Italia" del 6 febbraio 2000 nella notizia che qui di sèguito stralcio: «Gardone Riviera (Brescia). I particolari degli anni trascorsi al Vittoriale da Gabriele D'Annunzio saranno presto svelati. Sono state aperte infatti le lettere del poeta all'amante Luisa Baccara, donate dalla pianista alla fondazione del Vittoriale, che custodisce la casa-museo del vate in Gardone. La loro lettura permetterà di conoscere fin nei minimi dettagli la vita quotidiana del Comandante fra il 1919 e il '38, anno della sua morte. I sigilli al baule che conteneva l'importante corrispondenza sono stati tolti personalmente dalla professoressa Annamaria Andreoli, presidente della Fondazione, a quindici anni esatti dalla morte dell'amante del poeta, avvenuta in Venezia il 29 gennaio 1985, come espressamente disposto nel testamento della pianista».

Abbiamo ancora lo scrittore e giornalista Antonio Baldini, il calciatore Gren non meglio identificato, e poi Guelfo Civinini, che «a settanta e più anni aveva preso moglie e ne aveva avuto una bambina» ma che «era povero in canna sebbene ricco non lo sia mai stato». «Già si vedeva al primo ballo con la figliola sottobraccio. Che a quell'epoca sarebbe stato novantenne era pensiero che non lo sfiorava nemmeno. Nella vita ci si trovava bene: è morto senza rancori né invidia per nessuno, senza una parola di lagnanza per le strettezze in cui s'è dibattuto gli ultimi dieci anni. Ha avuto soltanto, c'è da credere, il rammarico di non potere scrivere un articolo sul suo ultimo viaggio». «La sua penna fu una delle più caste, chiare e pulite, ricche d'ombre e venature, che la terza pagina abbia avuto». «Così dunque si deve finir noi, senza che nelle collezioni dei giornali per cui si è lavorato qualche brandello di prosa possa esser sottratto all'oblio». E' uno degli incontri più belli di tutto il libro. C'è anche qui qualche errore: un soggetto preceduto dalla preposizione di : «neanche a lei doveva far piacere di portarcelo via»; una sgrammaticatura: «egli si era costruita un'eleganza a modo suo»; e soprattutto « - Te, lo so come finisci!... - », ma la frase è attribuita a terzi, precisamente – ed incredibilmente – al direttore di liceo Chiarini, Paolo credo.

C'è ancora un Augusto, poeta del piccolissimo, il quale «affronta un arancio spremuto», che c'è da credere fosse in realtà una arancia , e finalmente l'ultimo di Adua, al secolo Giulio Nardini, colonnello medico, col quale Indro Montanelli prende congedo da noi, ed io dai lettori. Era un giovane tenente quando in Addis Abeba gli diedero da curare l'imperatore Menelicche, negus neghesti, ma gli toccò anche fare il pediatra a beneficio d'un bimbo gracilino che, da grande, tutti avrebbero conosciuto come Hailè Sellassiè. Qui s'ha una «bistecca con l'osso», che dunque l'era una costata, o braciola; ma si chiude trionfalmente con Wagner, ché il colonnello ama la sua musica e per questo ha dato nome Elsa alla sua primogenita. «Io vorrei sapere – dice, e – perdio – aggiunge, – come fanno i tedeschi, con questa musica che hanno, a perdere poi le guerre». Il volume è dotato di un indice dei nomi – o meglio, solo dei cognomi – delle persone, tanto quelle intervistate quanto quelle citate nelle interviste; però incompleto: mancano ad esempio Vanoni e la Darnell.

“Facce di bronzo” di Indro Montanelli