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“Poesie di guerra e di mare” di Herman Melville (Mondadori)

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Una produzione scabra, aspra e rugosa che la critica competente giudica preziosa, energica e levigata

Libri ricevuti

Verona, 10 ottobre 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Inviatomi per recensione dall' editore Mondadori di Milano, questo volumetto (130 pagine, 5500 lire) che fa parte della sua serie Oscar, contiene 27 poesie dello scrittore e poeta nordamericano, tratte dalle raccolte "Battle-pieces and aspects of the war" del 1866 e "John Marr and other sailors" del 1888, scelte e tradotte da Roberto Mussapi, pubblicate negli originali inglesi con le versioni italiani di fronte.

Dell'opera in versi del Melville (New York 1819-1891) Antonio Porta, in una lunga introduzione, scrive: «Il suo notturno splendore ci coglie di sorpresa , come la scoperta di una pietra preziosa che si credeva perduta o che non fosse mai esistita. Invece è qui fra le nostre mani, levigata e insieme carica di energie comunicative.» Il traduttore, a sua volta, in una sua nota, rileva «come nei versi del Melville troviamo grandi poesie e risultati eccellenti, che testimoniano la natura non certo occasionale della sua produzione poetica.»

Secondo Jacinto Prado Coelho (Dizionario letterario Bompiani, 1957), a proposito del volume in versi "Poesie di battaglia" apparso nel 1866, ispirato dalle meditazioni dell'autore sulla guerra civile, «solo di recente è stato possibile discernere sotto la scabrosità della prosodia la loro aspra forza poetica.» Il prof. Benvenuto Cellini (stessa opera) dedica alle medesime poesie quasi un'intera colonna, elencandole e riassumendone il contenuto senza commentarle, salvo definire la raccolta «una specie di diario poetico della più grande guerra combattuta sul continente americano.» Su l'Enciclopedia di Repubblica (2003) Ruggero Bianchi scrive solo che "Brani di battaglie e immagini di guerra" «s'ispira alla guerra civile» mentre «"John Marr e altri marinai" rievoca figure e momenti delle sue esperienze giovanili di marinaio giramondo» e parla di «alienazione indotta dallo sviluppo della società civile. Le narratives marinare vengono lette [dagli studiosi dei giorni nostri] non più come realistiche cronache di mare, ma come tappe iniziali di un percorso che si sviluppa con nitida coerenza su temi di grosso impegno estetico, filosofico e religioso, il conflitto tra natura e cultura, il senso dell'esistenza, l'ipotesi di una possibile malvagità (o comunque indifferenza) di un Dio sostanzialmente arbitrario, l'inconoscibilità del reale», e via discorrendo.

Anonimo è l'autore della voce Melville, Herman, su l'enciclopedia Universo dell'istituto De Agostini, il quale dell'opera poetica dello scrittore non si occupa salvo solo per dircene i titoli, ma osando, primo fra cotanto senno, definire astruso "Clarel", un poema del 1876. E' difficile, a fronte di tali competenti testimonianze, per lo più non solo positive ma anche laudative, osare d'esporre un parere dubbioso. L'alienazione parmi il concetto più centrato, e astruso il giudizio più appropriato, salvo quando i versi altro non sono che narrazione, estranea a valori poetici. Ma forse, ed anzi probabilmente, son io che non capisco, e quelle poesie che mi paion parole affastellate senza senso, opera d'un burlone che dei suoi lettori si prende gioco, o forse d'uno squilibrato che i lettori han preso sul serio, quando come ho detto non d'un narratore che ogni po' di parole va a capo, son pregne e dense di cronaca narrativa e di commento significativo, ch'io non son capace di apprezzare restando condannato al biasimo ed alla compassione.

“Poesie di guerra e di mare” di Herman Melville (Mondadori)