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“Cristoforo Colombo” di Salvador de Madariaga

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Libri letti

Verona, 31 ottobre 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

La lettrice del Tg 4, il 4 giugno 2003, ci informava: - Cristoforo Colombo venne sepolto a Hispaniola, ma poi le ossa tornarono in patria, a Siviglia - . In Genova, dove io sono nato, c'è la casa natale di Cristoforo Colombo. La circostanza mi spinse all'acquisto e alla lettura del grosso volume dedicato da Salvador de Madariaga alla biografia del navigatore (dall'Oglio editore, Milano, collana storica, traduzione dall'inglese di Cesarina Angeletti, II edizione, 508 pagine, rilegato, euro 15. I «medaglioni e fregi ad opera del pittore Mino Buttafava di Milano» denunciati dall'editore non risultano se non son quelli sul dorso della copertina; il testo è corredato invece di nove illustrazioni, e fuori testo si trovano diciannove tavole di fotografie, ritratti e riproduzioni di documenti).

Secondo lo scrittore e uomo politico spagnolo quest'uomo era sì di origine genovese, però di qualche località della provincia. «Non vi è alcuna informazione attendibile e verace circa la località nella quale nacque, se si eccettua che egli si faceva chiamare Cristòbal Columbo de Terra-rubia. Una storia portoghese scritta da Juan de Barros con titolo "Asia" annota solo che era di origine genovese». Nel 1499 un Seranega scrisse pure su Colombo anch'egli definendolo genovese, e così pure il vescovo Giustiniani che pubblicò nel 1516 il libro "Salterio poliglotta" dove scrive chiaramente che Colombo era genovese.

Ma secondo altre fonti sarebbe invece stato spagnolo. «Le lettere al banco di san Giorgio e a Nicolò Olderigo sono scritte in spagnuolo. Sembra naturale che scrivendo al Banco genovese (che il suo cuore è a Genova) [e all'ambasciatore di Genova in Castiglia], avrebbe dovuto usare la lingua del paese del cuore. Inoltre è in spagnuolo la corrispondenza tra Colón e padre Gorricio [suo braccio destro], sia le lettere dell'uno che le risposte dell'altro. Il monaco era italiano, ma scriveva a Colón in spagnuolo! Infine, Colón scrive in spagnuolo non solo al figlio Diego ma anche al fratello Bartolomé.» C'è di più: egli è solito annotare con i propri commenti i libri che legge, e tali annotazioni sono in spagnolo, anche se il libro è scritto in altra lingua: come l'Historia rerum ubique gestarum di papa Pio II (Enea Silvio Piccolòmini).

Un altro problema irrisolto è quello delle sue generalità originali, e il Madariaga se ne occupa ampiamente. Strutturato in sei parti e trenta capitoli, il libro narra tutto ciò che si sa intorno alla vita dello scopritore del continente America, con una ricchezza di notizie – spesso contraddittorie – che rende impossibile tentare di riassumerlo. Citerò il giudizio sull'uomo: «Colón, che certamente fu uno degli uomini più astuti che siano mai esistiti, fu anche uno dei più sinceri. Sincero per natura, astuto per necessità.» L'autore gli fa udire una voce che dice «Che hai fatto della tua giovinezza?»: ma l'espressione è di Alfred de Musset, quattrocent'anni dopo. E segnalo che la località Cugureo che vien menzionata va identificata con l'attuale Cogoleto. Maniacale è l'impiego da parte dell'autore dell'attributo «polverosi» o «polverosissimi» ogni qual volta cita documenti antichi.

Insistita è la tesi che neanche lui sapesse cosa voleva scoprire. Forse la via per le Indie? C'è chi crede che stesse ansiosamente cercando di trovare oro e gemme. La traduzione, che denuncia un impegno veramente eccezionale, è condotta in un italiano irreprensibile, se si eccettua qualche errore di grammatica («la nave di Colón insieme a una galeazza», pag.51; «spiegazione da accettare insieme all' immagine», 55; «ci sarà certamente un paio d'occhi», 90) e l'impiego dell'avverbio «affatto» come se significasse per niente (significa del tutto ), oltre ai consueti nomi propri costantemente ed ossessivamente scritti minuscoli («sole», «terra», «luna»).

Il volume è dotato di dodici pagine di note alla seconda edizione e di sessantatrè pagine di note ai capitoli, apposte in coda al testo, ciò che costringe ad un continuo avanti e indietro nella lettura, e di cinque pagine di bibliografia, oltre - sempre in coda - ad istruzioni per la lettura corretta dei nomi spagnoli (pag.434) e a ringraziamenti rivolti dall'autore a chi gli ha dato aiuti e consigli. Manca invece, e sarebbe indispensabile, un dizionario dei nomi propri, tanto di persone quanto di località (nelle sole prime ventisette righe del capitolo I se ne annoverano rispettivamente otto ed otto). Mi piace segnalare che, come al cronista, a Colombo piaceva il gioco degli scacchi.

“Cristoforo Colombo” di Salvador de Madariaga