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City Lights, clinamen

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Trento, 28 aprile 2014. – di Massimo Sannelli

Questa serie di Fabio Giovinazzo rompe un'abitudine: fotografare la città per quello che è, rappresentarla come abbondanza e volume, ambiente e paesaggio. In questo caso la città sarebbe Genova. Ma nessuno può immaginare che dietro queste luci esista una città, e che la città sia Genova. Non solo. Non è immaginabile neanche la dimensione domestica – due volte domestica – dell'esperimento.

Perché la città è Genova, e Giovinazzo ci vive da sempre; e perché il punto di vista registico e fotografico è posto nel luogo più semplice: la casa. Tutto questo è irriconoscibile, come nel primo film di Giovinazzo, Kinek ìrod ezt? Ora, la consuetudine con l'autore scioglie il dubbio sull'origine pratica dei «vivi spari di luce» e della «scintillazione di lumi»: l'origine è sempre la città-porta, Ianua, l'aperta. I «vivi spari di luce», la «scintillazione di lumi», e «Genova di luce ed aria», sono termini della Litania di Giorgio Caproni, genovese per amor de lonh: una cosa, o un linguaggio, da tenere presente.

Genova è irriconoscibile, e non è nemmeno deformata o parodiata. È riassunta e riapparsa in City lights, dove la città è inapparente, e le luci sono la sua «scintillazione» o i «vivi spari» cromatici. Quindi Giovinazzo non sta compiendo un'operazione rappresentativa, e non è fedele al solito patto urbano, che è il riconoscimento di «Genova mercantile, / industriale, civile». Niente descrizione, e il risultato arriva proprio da questa rinuncia a fare testo.

Genova è irriconoscibile e i volumi urbani sono scomparsi. I volumi sono affondati nel nero, e la vitalità consiste solo in gesti informali. È ancora importante che la città fotografata sia Genova? Sì e no. Genova è il luogo domestico, è chiaro: è il più vicino e comodo, in questo periodo della vita di Giovinazzo. Non sono foto dell'assetto urbano, che è integralmente scomparso. Significano proprio l'effetto-«scintillazione», ma mostrato in se stesso. E non c'è docenza, come non c'è rappresentazione; c'è una riapparizione poetica, non verbale e non didascalica, quindi non mediata, cioè un atto che trasforma i volumi in curve e segmenti accesi. Tutto questo avviene da una distanza.

Genova è una città di fotografi, e anche una città molto fotografata: come «Genova verticale». O come «Genova mercantile, industriale». O come la città di «Intestini. Caruggi». La Litania di Caproni ci inchioda a queste rappresentazioni del nome barbaro di Genova; e anche i suoi fotografi non escono dalla fedeltà alle opzioni: lo slancio architettonico, l'industria, il vicolo. E così Genova eccita la prosa nobile e politica di Giorgio Bergami, ad esempio: cronache fotografiche di fatti e di individui; oppure un film come La bocca del lupo di Pietro Marcello. Le cose non sono più come sono. Non sono codificate realisticamente, ma dopo un'alchìmia tecnica personale e segreta. Ecco il punto: le cose che sono non fanno più testo. Indicano solo la loro «scintillazione» nel pieno nero, ma neanche questa scintillazione è codificata realisticamente. Giovinazzo si è dato una tecnica che non riproduce gli«spari di luce», ma li rifà, nuovi. E così il tremolio notturno, all'interno dell'alchìmia operativa, è fuori dalla storia. Anche il film Kinek ìrod ezt?, teoricamente o virtualmente dedicato a Sanguineti, non ha nessuna apparizione riconoscibile del suo oggetto: non è né una didascalia né un necrologio. Sanguineti è assente: è assente dalla vita, ed è estraneo anche al piano di realtà del film. Così l'occhio su Genova può occuparsi di altro.

Ci possono essere due punti di riferimento immediati, o due rapporti culturali. Uno è legato alla stessa apparenza delle scintille genovesi, l'altro risponde al livello segreto e performativo della realtà. Il primo è questo: le immagini di Giovinazzo si avvicinano alla musica. Il loro autore – ascoltatore di musica, ma non musicista – pensa ad un rapporto col suono, quindi all'effetto diffuso nell'aria. Aggiungerei solo una cosa: la scintillazione grafica è anche una partitura inconscia, in dialogo – ad esempio – con l'Atlas eclipticalis e gli Etudes Australes di Cage, basati sulle carte del cielo, o con le curve di Fontana Mix.

Il secondo punto di riferimento è un altro ritorno al percorso intuitivo della poesia, cioè della mente musicale. È l'idea di Epicuro e di Lucrezio: la parénklisis, il clinamen, la declinazione degli atomi, la loro collisione. Poiché esiste questo movimento, esistono i corpi, e quindi le situazioni, esteriori e interiori. Prendiamo Lucrezio sul serio: allora le scintille in azione, i segni tremolanti, gli agglomerati impalpabili che erano palazzi, elettricità, automobili, sono anche la rappresentazione metastorica di un sistema reale. Il concetto di Lucrezio è questo, in pratica: uno vede il mondo e non vede la declinazione degli atomi, eppure in questo modello filosofico la declinazione è reale come il cemento; in realtà, senza declinazione e senza collisione di atomi non ci sarebbe nemmeno il cemento.

Giovinazzo ha trovato un modo per rappresentare qualcosa che non è cronaca né didascalia quotidiana. Sta tra la musica e il clinamen, tra City Lights e la liberazione dai vincoli urbani. Non ha dovuto evocare atomi e notazioni, come sarebbe accaduto in una mediazione pittorica o verbale – come al solito. Non ha evocato, ma convocato le cose che sono; e ne ha mostrato un lato invisibile e imprevisto, come se avesse fotografato il clinamen stesso. E così non ha mostrato cubi e masse, né l'umanità. (Dal catalogo della mostra, Biblioteca di Albenga, con il patrocinio dello CSAO, Lavis).

City Lights, clinamen

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