Cavalcanti, Pasolini, due frammenti

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Trento, 29 giugno 2014. – di Massimo Sannelli

Quando nasce il progetto della Comedìa Dante non è più un poeta. Non si esprime più in poesie sciolte, in scambi amicali: i simboli del non-lavoro, in tutti i sensi. Accade l'esilio, che è la base pratica della Comedìa: senza esilio non c'è Comedìa. E la morte di Guido Cavalcanti deve essere stata un'altra base: non pratica, ma vitale. Forse amorosa, anche. Forse un'amputazione insopportabile; Guido deve rimanere come l'arto mancante. Sono cose importanti: dove tu scrivi per un amico presente e vivo – anche se è il Mentore, il Chirone, ecc. – tu non stai facendo una Comedìa: cioè non lavori al tuo Mondo, per il Mondo (e per il pubblico). Sei forse, grossolanamente, civile, se vuoi, ma sei solo un civis fiorentino. Devi spaccarti in due, perdere la terra, iniziare a lavorare e sapere come è duro calle; e poi ammettilo: perdere Guido è peggio che perdere Beatrice. Beatrice era già una cristofora a Fiorenza, non era certo Florentina natione et moribus; ma Guido no: era il precursore reale, e probabilmente ha imposto amore e disamore, contatto e modi di vivere, e stile. Senza Guido, sei solo, ed è una benedizione. A questo punto devi capire: chi sei?, sei un poeta fiorentino o sei il «legislatore di religione», secondo l'estasi di Foscolo? Sei il legislatore, ovviamente autoproclamato. Ti difendi da solo e Guido è morto (meglio per te). Forse Guido è stato il tuo unico, vero, amore, in senso terreno. Bene: perdi anche Fiorenza e perdi tutto. E te ne fai una ragione e arrivi alla Comedìa.

Non potevo non partire da Pasolini: nessun corpo italiano è stato più gettato del suo nella lotta. Sia chiaro: nessun corpo di letterato. Mariarca Terracciano e Bobby Sands hanno gettato molto di più, e non certo per realizzare artefatti. Mishima ha gettato se stesso più di Pasolini, e per ragioni più limpide. Diciamo che ci sono gradazioni del Bushidō, e Pasolini sta – tra gli umanisti – ad un livello superiore. E poi Sanguineti: sapeva tutto e si poteva attingere. Aveva un signorile senso del limite: conosceva automaticamente, perché li forgiava al momento, i limiti dell'interpretazione. Mi ha dato molto e io ho preso tutto; ma anche lui era un umanista – che cercava di arginare la professione con le attestazioni squallide, con la dichiarazione del sesso, come ogni italiano maschio – e questo è un limite. (da un'intervista di Elisabetta Brizio, che ringrazio: aprile 2013, su «Bibliomanie»).

Cavalcanti, Pasolini, due frammenti