Tre schegge dantesche

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Trento, 12 febbraio 2015. – di Massimo Sannelli

Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi. "Ecco un dio più forte di me, che viene e mi dominerà". Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps. "Me infelice, d'ora in poi sarò impedito più volte". Ego dominus tuus. Questa è grossa: "Io sono il tuo signore".

La prima carta della Vita nova non è tenera con la salute. La prima perdita è il cedimento al più forte, come se Amore fosse un nemico [e se non è il nemico, è il diverso]; la seconda è essere impediti, come se Amore fosse paralisi [ma non è afasia, e provare è patire, ma patire per dire]; la terza perdita è nel rigore: la signoria esiste, il signore non sono io, e la signoria deve essere dichiarata.

Certo, questo amore asessuato è peggio di uno stupro: in primo luogo, non è né puro né sano. E va bene, perché tutto questo è anche mio: nel senso che l'ho voluto, e non sono il solo a farmelo piacere. Io stesso ho voluto la supremazia del Dominatore, e tanto basta. Dall'esterno il nuovo viene e così "inizia la vita nuova", ma rinnovarsi è violento, perché devo soffrire il "dio più forte di me". Dopo i suoni imposti allo spirito impedito, la vecchia apatia bastarda, o infantile, diventa il suono migliore.

Oppure tutto è retorica. Allora Dante simula e cita. Perché no? Forse Dante è solo un vecchio porco italiano, piange e fotte, ma finge di essere Geremia, abusato da Dio. Il capitolo 20 di Geremia è un pezzo forte: suona in Teorema di Pasolini e in Segno di contraddizione, il libro degli esercizi spirituali di Wojtiŀa. Karol, l'attore giovane, lo fece risuonare in Paolo, il vecchio mistico, con un po' di sublime durezza.

Il libro è il mezzo, ma non conta molto, in sé. Conta l'immagine personale che si accredita: un posseduto-santo, un divoratore-divorato, quindi un profeta. Il nuovo uomo conosce il dominio del Dio più forte, e peggio per lui: ne uscirà diviso in 9 pezzi, poi chiamerà beatitudine la rottura.
Ha imparato il mestiere e lo realizza, fuori di sé.

Si è lasciato toccare da uno più forte. E ora? Chiamerà "il mio lavoro" e "la mia vita" il risultato della rottura. Diventerà papa poetico, poi santo, sempre poetico. Sarà un ottimo autore, un uomo molto impegnato. Ci costringerà a sognare il suo sogno, come fanno i dittatori.

Tre schegge dantesche