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Coltrane e applicarsi

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Trento, 7 ottobre 2014. – di Massimo Sannelli

John Coltrane suona Crescent in Offering, dal vivo. Quale scrittura italiana assomiglia a questa versione di Crescent? Nota: sono passati 48 anni. Risposta: poco o niente, per ora. Perché? Per un limite dell'ambiente e della lingua, oltre che per l'età media della popolazione.

Bene: romperemo l'ambiente, ma non la lingua, se no si resta nudi; e con delicatezza, per rispetto all'età media della popolazione; allora creeremo una situazione diversa, e ammetteremo che la scrittura non basta più a se stessa. Scrivere è solo un'arte applicata. Allora bisogna applicarsi: ma si fa fisicamente.

Il visivo vuole essere visibile, altrimenti è finito.

Per essere Narciso, Narciso dorme anche per terra: non si dà limiti (e il freddo è sempre il freddo, come la fame, quando c'era).

E: insegno in una scuola di cinema.
E: viaggio molto, da sempre.
E: ho scritto monologhi, traduzioni, saggi e articoli, anche poesie; e prose.

Nessun libro può esaurire tutto. Ma adesso c'è il campo dello spettacolo: qui tutte le tendenze, le passioni, le competenze – tutto quanto – possono essere utilizzate, e utilizzate contemporaneamente. Oggi è un punto molto importante per me: sapere che la forma scritta, la forma-libro, non è più definitiva. Quindi non c'è più la rabbia, e questo è fantastico. Dico davvero: ora la mia scrittura – soprattutto la cosiddetta poesia – è un'arte applicata: è un substrato tecnico, per fare cose non scritte.

Coltrane e applicarsi
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