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In memoria d’un sant’uomo

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Bontà divina ed onestà di delegati in questa valle di ladri. Ricordo d'un prete esemplare

Verona, 13 luglio 2017. - di Sergio Stancanelli

Sotto il titolo "Parabola del Pisanello e di un Povero Prete" (trascrivo rispettosamente tutte le P maiuscole), il giornale "L'arena ha dedicato nove colonne con foto a monsignor Giovanni Cappelletti, arciprete di sant'Anastasia educato dalle suore Orsoline e sotto la guida dello zio don Umberto, morto di leucemia (anche i preti muoiono) nell'ospedale del Sacro cuore di Negràr il 23 settembre 1993.

E' un religioso che anche noi vogliamo celebrare, ora ch'egli ci guarda, se non proprio da lassù, probabilmente nell'attesa di pervenirvi, una volta scontate le sue spettanze che, con le varie indulgenze, secondo giustizia ed obiettività divine potrebbero ammontare ad alcune migliaia di secoli, ma che tenuto conto delle attenuanti generiche (s'appropriava delle idee altrui, ma a beneficio della sua parrocchia), beneficeranno di appropriati sconti: come gli umani fanno a fine stagione con i saldi. M'avvedo della celebrazione con ritardo, perché non leggo più il quotidiano di Verona da quando non mi viene più inviato quale ex collaboratore (per trent'anni, quasi un ergastolo) della testata.

Una ventina d'anni prima era venuto da me il professore Fausto Rinaldi, pittore e scultore oltre che docente in quel di Nogarole Rocca, con un'idea: organizzare in Verona una Biennale d'arte sacra. Avevo uno studio professionale specializzato nell'organizzazione di mostre – anche se per lo più personali – e di concorsi, sì che sembravo la persona giusta: ma, si sa, il diavolo non fa i coperchi. Il bando non ci voleva molto a scriverlo: senza alcuna competenza specifica avevo redatto il Manuale del venditore per l'editore Angelo Rizzoli, ed il bando del premio ecologico Prora per la Canon italiana. Il più era trovare una sede. Pensai a san Giorgeto, chiesetta adiacente la basilica santa Anastasia, da anni chiusa e dimenticata. Andai, col Rinaldi, dal tenutario della basilica, cui pertineva la dipendenza, a prospettare l'idea. Ma sì, perché no: il prete prese le chiavi e venne ad aprire il sacello. Le pareti son tutte affreschi, anche se butterate per la calce al tempo delle peste. Non vi pianteremo certo dei chiodi, dissi: metteremo dei supporti sui quali esporremo i quadri. Detto fatto, la cosa si farà. Ma rimanda che ti rimando, occorre il permesso del Vescovo, e quello della Curia, e poi del santo Sinodo, e prima d'allora non si può partire. Tranquilli, ai permessi pensa tutto lui.

Finché una mattina mi telefona l'amico Fausto: - Sei uscito di casa? – mi chiede. – I muri della città son tappezzati di manifesti per la "Biennale d'arte sacra". Sede: l'ex chiesetta san Giorgeto - . E bravo il pio tonacato don Giovanni Cappelletti, che Dio l'abbia in gloria: il concorso-mostra se l'era fatto per conto suo. E continuò a farlo i biennii seguenti. A noi non mandò neanche l'invito alle inaugurazioni.

In memoria d’un sant’uomo