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"America di altri tempi" IV

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Altre diciannove delle 138 incisioni esposte in mostra.

Libri ricevuti

Verona, 9 agosto 2018. - di Sergio Stancanelli

(continua da "Trentino libero" 3 agosto 2018)

47. "Follie dei tempi", 1850 circa. Litografia di anonimo. Società antiquaria americana. «La varietà di entusiasmi improvvisi e di passioni che tenevano in fermento l'America di un secolo fa si prestava assai efficacemente alla caricatura. In questa litografia vengono volte in ridicolo la passione del tempo per le corse al trotto – sia sulle piste degli ippodromi che sulle strade di campagna - , i numerosi incidenti ferroviari provocati dallo scarso rispetto per il proverbio chi va piano va sano, l'improvvisa popolarità della birra a sèguito di una massiccia immigrazione di tedeschi, il movimento di temperanza, le dilaganti e sfrenate speculazioni fondiarie, la mania per i preparati medicinali, le sgargianti uniformi della poco militaresca milizia, i conferenzieri europei di passaggio che si scandalizzavano della democrazia, il movimento anti-schiavista, l'esodo dei mormoni verso la loro utopia nel West, la demagogia dei politicanti, ed ancor altri aspetti della vita americana. Più o meno in quell'epoca, il più saggio degli americani, Ralph Waldo Emerson, così scriveva alla storico inglese Carlyle: - Qua siamo tutti un po' esaltati dei nostri innumerevoli progetti di riforme sociali: non c'è persona in grado di leggere e scrivere che non abbia nel taschino del panciotto lo statuto di una nuova comunità. »

48 e 49. "Arrivi" e "Partenze", 1854. Litografie di T. H. Maguire & M. e N. Hanhart da J. Nicol. State street trust company di Boston, Massachusetts. «La grande emigrazione dall'Europa all'America iniziò, sùbito intensa, fra il 1830 e il '40, e crebbe di volume col passare del tempo. Goethe ed Hegel furono nel folto gruppo di europei illustri che con il loro giudizio favorevole sull'America contribuirono a incoraggiare quell'esodo gigantesco, quella invasione pacifica innanzi alla quale paiono ben poco cosa numericamente i goti e i vandali che calarono sull'Europa meridionale insediandosi nei territori dell'impero romano. Una aliquota relativamente modesta di quei milioni d'emigranti si tratteneva nel Nuovo mondo il tempo strettamente necessario per migliorare la propria situazione economica, e ritornava poi in patria per godersi la prosperità acquistata. »

50. "Il grande match Peytona-Fashion", 13 maggio 1845. Litografia di Currier & Iuves da C. Severin. Galleria d'arte dell'università Yale. «Eccezion fatta per i territori e le epoche in cui l'influenza puritana fu più forte, le corse dei cavalli sono state sempre popolarissime in America. Il giorno del confronto fra Peytona, del nord, e Fashion, del sud – non mancava un certo spirito regionalista - , le strade che portavano all'ippodromo erano così affollate che parecchia gente non riuscì ad arrivare in tempo per assistervi. Molti, pur essendosi muniti del biglietto, non trovarono posto sul treno: furibondi, demolirono la stazione ferroviaria e rovesciarono le vetture sui binari. Per la cronaca, vinse Peytona, aggiudicandosi il premio di 20.000 dollari. »

51. "I pattinatori", West Roxbury (Massachusetts), 1859. Litografia di J. H. Bufford. Biblioteca del Congresso. «Negli Stati settentrionali dell'America il pattinaggio su ghiaccio aveva sempre avuto i suoi entusiasti, ma verso la metà dell'Ottocento la sua popolarità divenne immensa. Ogni laghetto ghiacciato appena accessibile attirava vere e proprie folle; si costruirono piste di ghiaccio artificiale e si organizzarono treni turistici per trasportare i cittadini pattinatori in zone anche distanti, dove il ghiaccio era solido e c'era posto per tutti. Un secolo fa, lo spettacolo di tanta gente dei ceti più diversi, la quale praticava uno sport all'aperto per pura passione, costituiva un avvenimento. Durante la fase precedente del pionerismo, ben scarse erano le occasioni di divertirsi, salvo quelle motivate da una attività produttiva, come quando un gruppo di persone si radunavano per costruire una casa o cogliere le messi, e ne facevano una festa. Il convincimento che il lavoro duro ed incessante fosse una necessità assoluta per la sopravvivenza dell'individuo e della comunità, durò a lungo, anche dopo la scomparsa delle condizioni che l'avevano motivato. L'idea che il divertimento potesse di per se stesso essere non solo un bene, ma anche una necessità, cominciò a farsi strada in America verso la metà del secolo XIX. »

52. "Corse al trotto", 1890. Litografia di Currier & Ives. Biblioteca del Congresso. «L'ancor sentito retaggio puritano che induceva molti americani a disapprovare le corse di cavalli, non si estendeva alle corse al trotto: anche in più coscienziosi, per i quali qualsiasi diporto doveva tendere a un fine utile, trovavano giustificazione nel fatto che migliorando la qualità dei trottatori, si perfezionava genericamente la razza dei cavalli da tiro e da equipaggio. In virtù di questo ragionamento, le corse al trotto divennero caratteristica permanente di quasi tutte le esposizioni d'agricoltura: ambiente questo in cui l'austera mentalità della gente di campagna non avrebbe tollerato alcuna forma di svago ozioso o comunque non produttivo. Ma vi erano molte persone che godevano di questo sport tipicamente americano quale fine a se stesso. Le corse al trotto riguadagnarono così una grande popolarità, ed i nomi dei trottatori più veloci, così come quelli dei vincitori delle corse più importanti, erano noti e citati in tutti gli strati della società. »

53. "Scena d'inverno nella Nuova Inghilterra", 1861. Litografia di Currier & Ives da Geotge H. Durril. Galleria d'arte dell'università Yale. «Per cinquant'anni, intorno alla metà del secolo XIX, la ditta Currier & Ives di New York pubblicò una serie di più che settemila scene illustrate della vita nazionale che sono una vera e propria cronaca grafica d'ogni aspetto della vita americana. Le sue stampe ottennero una tale popolarità, ed ancor oggi sono tenute in tante considerazione, che col nome dell'editrice viene spesso citato quel periodo dell'evoluzione americana che essa ha così esaurientemente illustrato. Si tratta in generale di rappresentazioni in tono familiare della vita in America, spesso ridondanti di sentimentalismo, ma pur prodotte con l'intendimento di offrire uno specchio della cronaca d'ogni giorno ad un pubblico vastissimo di gente qualunque. Qui abbiamo una scena caratteristica del tempo – meno di un secolo addietro – in cui l'America era innanzi tutto un paese agricolo, richiamato dalle strofe di John Greenleaf Whittier, il poeta della natura. »

54. "La spannocchiatura del mais", 1861. Litografia di Currier & Ives da Eastman Johnson. Galleriad'arte dell'università Yale. «La piacevole tendenza a trasformare i lavori all'epoca del raccolto – quando c'era molto da fare, e da fare presto – in un'occasione di divertimento, divenne ben presto una tradizione della vita rurale americana. Il lavoro di spannocchiatura del granturco veniva alleggertito invitando i vicini a dare una mano, e la giornata si chiudeva con un'allegra cena, giochi e danze campestri. I primi coloni appresero dagli indiani ad utilizzare il mais, e se ne trovarono bene: fu il mais, che cresce più rapidamente del frumento, abbisogna di meno cure e dà rese maggiori, a salvare dalla fame i colonizzatori del Massachusetts.»

55. "Momento critico", 1854. Litografia del francese Soulange-Tessier dall'originale di William Sidney Mount. Collezione Melville del museo Suffolk di Stony Point. «Anche quando la situazione gli consentiva qualche distrazione, lo yankee tipico dell'America nord-orientale preferiva darsi almeno un'apparenza di attività. Il naturale dinamismo dello yankee, come osservava divertito in viaggiatore inglese, lo spingeva a lavorare di coltello su un pezzo di legno quando non aveva da occuparsi diversamente. Quando lo yankee discute un affare, dà energicamente di coltello al fine di colmare le pause della trattativa e guadagnare tempo per la risposta. L'attiva concentrazione sul legno ed il lavorare col coltello, servono per celare all'altro contraente il proprio lavorio mentale. Il coltello puntato era indizio dello stato di tensione che accompagna i momenti critici. »

56. "Si raccoglie lo zucchero d'acero", 1856. Litografia di N. Currier da A. F. Tait. Galleria d'arte dell'università Yale. «Sino ad una settantina d'anni addietro la linfa concentrata di certe qualità d'acero che crescono nell'America nord-orientale offriva una materia prima importante per la preparazione dei dolcificanti. Al principio della primavera, quando la neve copre ancora la terra, si organizzavano piccole spedizioni che si addentravano nei boschi per trarre la linfa dagli alberi e farla bollire. Come per tanti altri aspetti della vita rurale dell'America di quegli anni, anche questi lavori si trasformavano in motivo di festa. »

57. "Un campeggio di amici", 1856. Litografia di Currier & Ives. Gallerie Kennedy di New York. «Cent'anni or sono, quando le risorse naturali del continente americano sembravano ancora illimitate, il filosofo e naturalista Henry Thoreau ammoniva i suoi compatrioti a conservare quali erano almeno una parte delle regioni ancora allo stato naturale, prima che il cammino della civiltà le trasformasse del tutto, prima cioè che essi perdessero quello che non avevano ancora appreso ad apprezzare. La ricerca della natura vergine come fine a se stesso rappresentò una novità per un popolo i cui avi per costruire case e città avevano dovuto disperatamente lottare contro quella stessa natura. »

58. "Caccia all'anitra selvatica", 1854. Litografia di Currier & Ives. Galleria d'arte dell'università Yale. «L'America dei vecchi tempi era un vero paradiso per i cacciatori. In una terra vasta, dai climi e dalle condizioni naturali diversi, in un continente per lunghi anni assai scarsamente popolato, il cacciatore non aveva molto da camminare per trovare selvaggina di stagione, o talvolta per divenire lui selvaggina di animali da preda. Ancora un secolo fa, la caccia era praticata in America per la necessità di procurarsi viveri e non per diporto. Per molte generazioni di americani le vaste solitudini selvose rappresentarono un nemico da vincere, e solo quando questa dura lotta venne a cessare, le foreste ed i prati divennero luoghi di quiete e di ristoro in cui evadere dalla civiltà. »

59. "Scena di caccia", 1863. Litografia di Currier & Ives dall'originale di A. F. Tait. Galleria d'arte dell'università Yale. «Per un lungo periodo iniziale della storia d'America, il fucile rappresentò un mezzo di vita indispensabile per molta parte della popolazione: per i primi coloni ed i pionieri, buona guardia e buona mira erano condizioni essenziali per sopravvivere. Si dice che le generazioni successive, che usavano il fucile solo per lo sport della caccia, abbiano ereditato dagli avi abilità e precisione nell'usarlo. »

60. "Daniel Boone", 1819. Incisione a tratto di J. C. Lewis da Chester Harding. Civico museo d'arte di Saint Louis. «Daniel Boone rimane l'eterno simbolo del boscaiolo dell'America dei pionieri: era ancora in vita quando le sue gesta leggendarie avevano già trovato un pubblico internazionale. Era l'uomo naturale, immune dalle corruzioni della civiltà, che viveva saggiamente e in letizia nelle grandi foreste americane, realizzando un romantico sogno dell'epoca. Una storia assai romanzata delle sue avventure, opera di un suo contemporaneo, fu tradotta in numerose lingue verso la fine del '700: ma è impossibile sceverare nella narrazione il vero dall'inventato. Ne parlò anche Byron nel suo "Don Giovanni" come del boscaiolo del Kentucky... ovunque il più felice dei mortali. »

61. "Le cascate del Niagara", 1844. Acquatinta di Robert Havell. Galleria d'arte dell'università Yale. «Le cascate del Niagara, la grande cateratta ai confini tra Stati uniti e Canada, sono forse l'aspetto della natura americana che più ha attirato l'attenzione degli artisti. Le cascate non superano in media i cinquanta metri d'altezza, ma si estendono per più di un chilometro, con, nelle vicinanze della sponda americana, un'isoletta che le divide in due parti. Robert Havell, abile artista noto per le incisioni con cui illustrò l'opera di Audubon "Uccelli d'America", ritrasse le cascate in questa acquatinta pochi anni dopo essere immigrato in America. Esse non erano ancora divenute l'importante centro di attrazione turistica che sono oggi, ed evidentemente le loro acque non erano ancora state imbrigliate per produrre energia elettrica. Oggi, tanto la zona circostante quanto i vari impianti idroelettrici che ne sfruttano l'energia sono oggetto di accordi amichevoli tra i due Paesi. »

62. "Si bruciano in una radura i tronchi abbattuti", 1840 circa. Acquatinta di William J. Bennet da George Harvey. Galleria d'arte dell'università Yale. «Ai primi coloni, l'America apparve come una buia, sterminata foresta. Gli emigranti che si spingevano verso occidente traversandola per giorni e giorni, si trovavano chiusi per ogni dove da alberi altissimi che nascondevano il cielo. Ricavare una radura nel fitto bosco affinché il Sole potesse giungere al campicello di granturco, e costruirvi una capanna di tronchi d'albero, erano necessità assolute per poter dare inizio alla vita sulla frontiera della civiltà. Il sistema più semplice per allargare la radura consisteva nell'abbattere gli alberi incidendo profondi solchi alla loro base, per poi bruciare il tronco. Era indubbiamente uno spreco, ma vi erano molte foreste e molto lavoro da fare, e chi vi si fosse opposto non sarebbe stato che una voce nel deserto. »

63. "La colonia militare francese nel Texas", 1817. Acquatinta di Yarenrag. Società storica di Chicago. «Tra la fine del '700 e i primi dell'800 moltissimi francesi fuggirono i disordini della rivoluzione e le incertezze della loro patria cercando rifugio nel Nuovo mondo. Per qualche tempo, Luigi Filippo duca di Orléans – il futuro Re cittadino – tenne corte in Philadelphia, per alcuni anni capitale degli Stati uniti, e in questa città risedettero anche il Talleyrand, il famoso gastronomo Brillat Savarin ed altri celebri emigrés. Più tardi un altro gruppo di esuli francesi, questa volta antibonapartisti pieni di speranze, fondarono nel lontano Texas – allora territorio messicano – una colonia organizzata in stile militare. Ma il pionierismo era un'attività specializzata, e la disciplina militare non costituiva stimolo a conquistare la natura selvaggia: le privazioni di quel tipo di esistenza ben presto convinsero i coloni a rinunciare al loro progetto. »

64. "Osceola", 1838. Litografia di George Catlin. Biblioteca del Congresso. «Osceola non era figlio di capi, ma divenne il capo degli indiani della Florida per il suo coraggio e per le sue gesta. Per anni con la sua guerriglia tra le paludi di quella zona subtropicale tenne in scacco l'esercito degli Stati uniti che tentava di dare attuazione con le armi ad un trattato concluso con altri capi indigeni. Osceola fu veramente un indiano purosangue e selvaggio che si guadagnò il rispetto non solo del suo popolo ma anche degli americani bianchi. »

65. "Picchio a becco d'avorio", 1827 - 38. Acquatinta di Robert Havell dall'originale di John James Audubon. Gallerie Kennedy di New York. « "Gli uccelli d'America" di Jean-Jacques Audubon, opera in quattro volumi comprendente 435 grandi acquetinte colorate a mano, costituisce una delle più cospicue ed attraenti documentazioni della fauna americana di più d'un secolo fa. Le tavole, uniche e veramente eccezionali, riproducono 1065 volatili colti dal vero nel loro ambiente naturale: campi, boschi, paludi. In questa incisione son riprodotti picchi a becco d'avorio, piumati boscaioli delle profonde solitudini della foresta. Questi uccelli robusti, appartenenti a una specie che si va poco a poco estinguendo, per cercare cibo e per fare il nido sono muniti di un lucente scalpello d'avorio come becco, con cui scavano profonde cavità nei tronchi. Il francese Audubon, autodidatta come pittore e come naturalista, aveva girovagato nel Nuovo mondo con la stessa libertà degli uccelli che con interesse e passione ritraeva. Ma non possedeva la tecnica raffinata che occorreva per soddisfare la sua ambizione di pubblicarli, né disponeva del capitale necessario: trovò l'una e l'altro all'estero, e i suoi schizzi furono riprodotti in bellissime incisioni a colori dall'inglese Robert Havell, che riuscì a raccogliere il denaro necessario. Dopo aver completato l'opera, l'incisore emigrò in America, dove incise numerosi paesaggi della terra che lo ospitava. »

4 – continua

(testi di Marshall B. Davidson estratti da Sergio Stancanelli)

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