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“America d’altri tempi” VII

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Altre diciassette delle 138 incisioni catalogate

Libri ricevuti

Verona, 1 settembre 2018. - di Sergio Stancanelli

(continua da "Trentino libero" 27 agosto 2018)

102. "Veduta di Sutter'a Mill nella valle di Culloma in California", 1849-50 circa. Litografia di Sarony & Major. Mr. Robert B. Honeymann, San Juan Capistrano, California. «Il 24 gennaio 1848 nella piccola valle di Culloma fra i monti della California furono scoperte ingenti quantità d'oro, e negli anni successivi folle di genti accorsero da ogni parte del mondo in quella zona lontana e selvaggia. L'intera colonia francese delle isole Marchesi partì in massa alla ricerca dell'oro, migliaia di cinesi attraversarono il Pacifico per partecipare agli scavi, centinaia di migliaia di americani dell'est e di europei presero parte a quella gigantesca caccia al tesoro, in Australia le strade erano tappezzate di manifesti che rendevano nota la scoperta.

La popolazione della California, da poco tempo divenuta territorio nordamericano a sèguito del trattato col Messico, subì un incremento di dimensioni eccezionali. Finì che poco alla volta l'allevamento del bestiame, l'agricoltura e più tardi l'industria si sostituirono come attività principale allo sfruttamento delle miniere ormai esauste. Successivamente la bellezza del paesaggio mutevole ed il clima mite richiamarono in California moltissimi turisti, che vi presero residenza: in questi ultimi quindici anni la popolazione dello Stato è più che raddoppiata. »

103. "San Francisco in California", 1851 circa. Litografia di M. e N. Hanhart da uno schizzo di F. S. Marryat. Galleria d'arte dell'università Yale. «Nel 1848 la scoperta dell'oro in California trasformò San Francisco, il piccolo villaggio e porto sul Pacifico più prossimo ai terreni auriferi, in una metropoli. La sua rada divenne meta di genti d'ogni parte del mondo, attratte dal miraggio di una facile ricchezza. Nella litografia la città appare come era quando la febbre dell'oro era ancora altissima: è fedelmente riprodotto quel sapore esotico che da allora è sempre stato una caratteristica della città. In quei giorni lontani si contavano nella baia non meno di quattro o cinquecento navi alla volta: molte, abbandonate dagli equipaggi attratti dalle miniere d'oro, non lasciarono più il porto; alcune furono trascinate a terra per servire da abitazioni e magazzini. Non tutte le città americane hanno una storia così pittoresca e quasi leggendaria come San Francisco: terminata la corsa all'oro, essa rimase la metropoli cosmopolita del vasto e sempre più prospero Far West. »

104. "Cercatore d'oro sulla strada della California", 1849 circa. Litografia di N. Currier. Gallerie Kennedy, New York. «Nel 1848 la scoperta dell'oro in California trascinò in una delle più grandi avventure dell'epoca centinaia di migliaia di uomini d'ogni parte del mondo. La corsa ai terreni auriferi assunse l'aspetto concitato d'una crociata che attirava genti d'ogni ceto e d'ogni paese piene di speranza. Pochi dei cercatori erano minatori esperti , né sentivano il bisogno d'esserlo: ma dopo avere faticato duramente sotto il Sole cocente e negli inverni rigidi delle montagne della California, molti di loro giunsero alla decisione di rinunciarvi. »

105. "Azionisti dell'Anonima California ", 1849 circa. Litografia di Honoré Daumier. Mr. Robert B. Honeyman, San Juan Capistrano, California. «Quando nel 1849 si seppe che in California erano state trovate miniere d'oro, in tutto il mondo sorsero società finanziarie con lo scopo di favorire le speculazioni sui terreni auriferi. I numerosissimi cercatori d'oro francesi venivano generalmente chiamati keskydis, trascrizione fonetica approssimativa dell'interrogativo gallico Qu'est-ce qu'il dit? che spesso si udiva. Fra le molte rappresentazioni satiriche di questi aspetti singolari della febbre dell'oro fatte dai caricaturisti, la stampa riproduce quella del celebre Daumier. »

106. "L'ufficio postale di San Francisco all'epoca della febbre dell'oro", 1849?. Litografia di William Endicott & aiuti da H. F. Cox. Biblioteca del Congresso. «All'epoca della febbre dell'oro in California, San Francisco fu invasa da una fiumana eterogenea di gente proveniente da ogni angolo della Terra: americani dell'est, francesi, inglesi, tedeschi, giapponesi, cinesi, messicani, peruviani, e via dicendo. Erano persone di tutti i ceti, agricoltori e avvocati, braccianti e medici, operai e impiegati, pastori d'anime e benestanti. I più non avevano mai pensato di allontanarsi da casa e, come un esercito al campo, attendevano ansiosamente notizie dal mondo che si erano lasciato alle spalle: per evitare disordini e violenze nei giorni in cui arrivava la posta, venivano fatti allineare in lunghe file davanti all'ufficio postale

107. "Sacramento in California", 1849. Litografia di William Endicott da G. V. Cooper. Biblioteca del Congresso. «Sacramento fu fondata nella primavera del 1849 a monte di San Francisco, lungo il fiume omonimo, cioè nell'approdo fluviale più vicino ai giacimenti auriferi. In meno di un anno era diventata una cittadina attivissima con grandi alberghi, un teatro e numerosi locali di divertimento. I battelli fluviali, a vela ed a vapore, arrivavano da San Francisco in continuazione, e i cercatori d'oro proseguivano il viaggio in diligenza. Il battello che si vede in questa stampa fu il primo a coprire in un giorno la distanza fra le due città. Ai cercatori ogni minuto perduto sembrava una fortuna gettata via. »

108. "Cercatori d'oro in California: i risultati di un giorno di lavoro", 1850 circa. Litografia di Charles Nahl. Mr. Robert B. Honeyman, San Juan Capistrano, California. «Alcuni fra coloro che arrivarono per primi sui terreni auriferi riuscirono a crearsi una ricchezza dalle miniere o dai fiumi: i più fortunati arrivarono a mettere insieme sino a cinquemila dollari in un giorno. Nei primi sei anni della febbre dell'oro la produzione americana d'oro aumentò di settantatrè volte. Ma dopo che la prima ondata di cercatori ebbe spazzato i giacimenti superficiali, divenne più difficile procurarsi con l'oro californiano la ricchezza, e poi addirittura tanto da sostentasi. E la fatica fisica fece ritornare alla loro vita normale molti che non erano tagliati per un lavoro così duro. »

109. "Carovana attraverso la pianura. La Montagne rocciose", 1866. Litografia di Currier & Ives da F. F. Palmer. Galleria d'arte dell'università Yale. «Questa stampa costituisce in certo senso un omaggio agli innumerevoli pionieri che attraversarono il continente americano verso il lontano Ovest. Fu un esodo epico di individui singoli, di famiglie, di gruppi che nelle zone selvagge a migliaia di chilometri verso occidente cercavano nuove case ed un migliore avvenire. Prima che la ferrovia congiungesse le due coste dell'America, i mezzi di trasporto erano i più diversi. Non tutti i pionieri potevano disporre di carri coperti trainati da coppie di buoi: chi, per avviarsi verso un paese nuovo dove stabilire una nuova dimora, usava muli, chi spingeva carretti a mano, chi si limitava a camminare. Fu la marcia memorabile di un popolo attraverso le distese selvagge ed interminabili che separavano gli avamposti della civiltà dalla meta. »

110. "La società dei legni di posta della California", 1853. Litografia di Britton & aiuti. Mr. Robert B. Honeyman, San Juan Capistrano, California. «Ancora per parecchio tempo dopo che le ferrovie si erano estese su tutta la parte orientale degli Stati uniti, i trasporti e le comunicazioni col Far West continuarono ad essere assicurati dalle diligenze. Un servizio con partenze giornaliere tra il Missouri e la costa del Pacifico attraverso pianure selvagge, deserti e montagne, su un percorso di oltre tremila chilometri, rappresentò per anni il collegamento principale tra l'est ed il lontano occidente. »

111. "I primi americani sbarcano a Corehama in Giappone", 14 luglio 1853. Litografia di Sarony & aiuti da W. Heine. Gallerie Kennedy, New York. «Sino ad un secolo fa varie nazioni europee avevano tentato ripetutamente di allacciare rapporti commerciali con il Giappone. Il Portogallo ci riuscì per breve tempo, e l'Olanda ottenne il permesso di inviare a Nagasaki una nave all'anno, ma nulla di più. Negli Stati uniti la marcia verso ovest della gente che verso il 1840 giunse sulla costa del Pacifico, rappresentò per i paesi europei un nuovo incitamento a cercare di stabilire relazioni diplomatiche e commerciali col Giappone. Nel 1853 il commodoro Matthew C. Perry sbarcò a Corehama latore di un messaggio del Presidente degli Stati uniti per l'Imperatore. L'anno successivo fu firmato un trattato che costituì un solido fondamento per l'orientamento nipponico verso la civiltà dell'occidente, e al tempo stesso suscitò in America grande interesse per il Giappone. L'interesse del pubblico americano per la vita e la cultura giapp0nese è tuttora vivissimo: la più recente dimostrazione ne è stata data dall'entusiasmo popolare che ha accompagnato nel corso del suo itinerare attraverso l'America la più grande mostra d'arte giapponese mai allestita al mondo. »

112. "Blackhawk nel Colorado", 1862. Litografia di Charles Shober da J. E. Dillingham. Biblioteca del Congresso. «Nel 1858, quando ancora non si era quietata l'eccitazione in tutto il mondo per la scoperta dell'oro in California, giunse notizia di altre ricche scoperte sulla Montagne rocciose. E di nuovo le piste nelle selvagge praterie pullularono di cercatori, sia americani che di altri paesi. Come d'incanto, all'arrivo di genti giunte da ogni parte del mondo per scavare nelle montagne in cerca del prezioso metallo, sorsero villaggi come Blackhawk nel Colorado, a 2500 metri di altitudine. Alcuni di questi aggregamenti così rapidamente cresciuti su terreni auriferi od argentiferi, si svilupparono in vere e proprie città, che sopravvissero anche dopo la fine delle speranze di rapidi arricchimenti. Altri scomparvero con la partenza dei minatori nello spazio di meno d'una generazione. E di queste città morte se ne vedono ancora, con le case abbandonate come vuote dimore di vecchie speranze. »

113. "Virginia city nel Nevada", 1861. Litografia di C. C. Kuchel da Grafton T. Brown. Biblioteca del Congresso. «Virginia city crebbe rapidamente nei pressi della famose miniere d'argento del Comstock Lode, sulle montagne a trecento chilometri da San Francisco. A quasi milleseicento metri di altitudine, la nuova piccola città del Nevada fu al centro dell'attenzione internazionale per una ventina d'anni mentre dalle sue miniere uscivano ricchezze immense. Forse non esistette altra regione così completamente e continuativamente legata alle attività minerarie come questa piccola zona dell'ovest. La maggior parte dei benefici tuttavia finivano nelle tasche degli azionisti, che risiedevano in altre parte degli Stati uniti o in Europa. Qualche anno dopo che fu eseguita questa stampa, Virginia city aveva raggiunto una popolazione di circa 11.ooo abitanti; aveva un teatro dell'opera, vari circoli, ristoranti di lusso, e ben tre giornali quotidiani. Poi il prezzo dell'argento scese, ed ebbe inizio la decadenza della città. Oggi essa è più che altro in centro turistico, con una popolazione stabile modesta. »

114. "Lo sfruttamento dei giacimenti del Comstock", 1876. Litografia dei fratelli Le Count da T. L. Dawes. Biblioteca del Congresso. «Uno dei più ricchi giacimenti d'argento della storia d'America fu scoperto nel 1859 sul Comstock Lode, nel Nevada, a oriente della catena della Sierra madre. Ma l'estrazione del minerale dalla roccia imponeva uno sforzo organizzato e l'uso di macchinario dispendioso: i singoli cercatoti, del tipo di quelli che erano accorsi in California dieci anni prima, dovettero cedere il passo a grosse compagnie con tecnici specializzati. E l'arrivo della grande industria segnò l'inizio di una nuova era nello sviluppo economico dell'ovest americano. La grande profondità a cui si trovava il filone argentifero comportava gravi pericoli di cedimenti e frane nelle perforazioni, sino a che un minatore tedesco, per sostituire il materiale roccioso man mano che veniva estratto, non ideò il sistema cellulare visibile nella stampa. »

115. "Il baseball, sport nazionale", 1866. Litografia di Currier & Ives. Galleria d'arte dell'università Yale. «L'eccitazione con cui negli Stati uniti si attende l'apertura della stagione di baseball va sotto il nome pazzia di primavera. Nato come elegante diporto non diversamente dal tennis, dal golf e da altri giochi del genere, il baseball fu rapidamente adottato da un pubblico di massa. Divenne veramente popolare una novantina di anni or sono, e da allora è stato ed è rimasto lo sport nazionale americano. Numerosissime sono le squadre di professionisti che si esibiscono in tutto il Paese negli stadi affollati dalla primavera all'autunno. Ma i giocatori regolarmente retribuiti non sono che una esigua minoranza nei confronti degli entusiasti dilettanti di ogni ceto ed età che giocano esclusivamente per passione. Qualche tempo fa, l'inizio della costruzione di un importante edificio venne ritardata di diversi giorni per consentire a due squadre di ragazzi di disputare su quel terreno una partita che era in programma da tempo. »

116. "Prigionieri unionisti a Salisbury nella Carolina del nord", 1863. Litografia di Sarony, Major e Knapp da Otto Boetticher. Biblioteca del Congresso. «Questa stampa mostra un incontro di baseball in un campo di prigionia sudista durante la guerra civile. L'originale fu disegnato da un testimone oculare. Il baseball era ancora uno sport giovane, e può sembrare paradossale che un conflitto il quale quasi spezzò l'unità nazionale americana, abbia contribuito a farne lo sport nazionale. Infatti, come si vede, i prigionieri nordisti insegnano il gioco ai loro guardiani sudisti. Poco dopo la cessazione delle ostilità, il baseball veniva giocato al nord come al sud, all'est come all'ovest, con lo stesso acceso entusiasmo. »

117. "La festa del ringraziamento in un campo nordista durante la guerra civile", 1863. Xilografia di Winslow Homer. Galleria d'arte Corcoran. «La guerra civile americana fu la prima guerra ad essere combattuta da eserciti di cittadini: nel 1860 il soldato che avrebbe combattuto in guerra non era che un civile in una società civile. Come negli Stati uniti avverrà nel 1917 e nel 1941, si dovette creare intere armate, equipaggiarle, addestrarle, portarle al fuoco. La maggior parte degli ufficiali non avevano altra esperienza che quella di pace, al comando di piccoli distaccamenti. Alla fine del conflitto, nel 1865, il soldato che era sopravvissuto (più di seicentomila furono i morti) ritornava alla pacifica vita civile in una pacifica società. »

118. "Scene della guerra civile: carriaggi nordisti in Virginia durante la battaglia dei sette giorni", 1862. Litografia di J. H. Bufford da John Bacholder. Biblioteca del Congresso. «La battaglia dei sette giorni fu il primo grande scontro della guerra civile: qui si vede un esercito nordista, l'armata del Potomac, forte di più che 90.000 uomini con numerosa artiglieria, mentre manovra con successo contro preponderanti forze sudiste. Le forze contrapposte nel corso di quella lotta intestina rappresentavano il più forte apparato militare messo in campo sino allora. Forse nessun'altra guerra ha destato tanta attenzione: storici dilettanti e professionisti americani e stranieri hanno scritto volumi sulle cause del conflitto, lo svolgimento delle campagne militari e le conseguenze della guerra. Biografi e romanzieri ne hanno tratto ampia messe per intere biblioteche. Su tutti i campi di battaglia venne eretto un monumento, e quasi ogni città d'America ha la sua stele in onore dei caduti. »

7 – continua

Testi di Marshall B. Davidson estratti e revisionati da Sergio Stancanelli

“America d’altri tempi” VII