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Risposte alle domande di Peter Brook (parte 2)

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Trento, 18 gennaio 2015. – di Massimo Sannelli

La recitazione è differente dal normale comportamento?

Ho notato i corsivi, Maestro. Lei voleva mettermi di nuovo in difficoltà. Questo discorso sulla recitazione non si alza dal livello teorico. La recitazione è sempre la recitazione di qualcosa e – nel caso del teatro rappresentativo – è la rappresentazione di un ruolo. Franco Graziosi che interpreta Cotrone (in costumi di scena, in una scenografia, con altri attori, sotto la regia di Strehler) non è Corrado d'Elia che interpreta gli scritti di Strehler (vestito normalmente, da solo, senza scenografia, senza regista all'infuori di d'Elia). Eppure Franco Graziosi e Corrado d'Elia recitano. Il verbo è lo stesso, recitare, ma il fatto è diverso.

La recitazione che fa di Graziosi un Cotrone non è la recitazione che fa di d'Elia uno Strehler. La recitazione di Graziosi è "differente dal normale comportamento"; e – sempre in casa di Strehler – la Ilse di Andrea Jonasson non ha nulla – ma proprio nulla – del "normale comportamento": sia per come la parte è voluta da Pirandello sia per come la interpreta Jonasson. Voglio dire che la recitazione o si mostra nella casistica – e noi giudicheremo la casistica – o è un'astrazione.

Qual'è la differenza tra un attore e un non attore?

Nessuna: sono umani. Ma l'attore è un professionista, il non attore fa un'altra professione. A certi livelli, l'attore – Artaud, Bene – si dissocia dall'umanità. Naturalmente è un modo di dire, come è un modo di dire l'immortalità di Gino De Dominicis.
Eppure.
Eppure le esigenze umane sono superabili. C'è chi pensa di poterlo fare, e nel momento stesso in cui lo sa, deve "cessare di saperlo" (come Martin Eden quando passa a miglior vita), salire al Mistico, tacere, muto e morto, stop, fine.
Di un attore io dico solo: funziona? Va bene. Dà più svantaggi che svantaggi? Perfetto. E poi mi chiedo sempre: quali sono le condizioni? Queste o quelle. Bene. In queste condizioni io chiamo Alvaro Vitali, in quelle chiamerò un altro. A Ninetto Davoli, ad Alvaro Vitali, a Pierluigi Zerbinati, io chiedo solo ciò che possono fare. Mi accontento dei loro limiti e ci faccio il meglio che posso. Possono trasumanare e superare i loro limiti, sotto una regìa carismatica, ma è un sorpasso illusorio: i limiti sono superabili all'interno di una gabbia precisa di possibilità. A me va bene così.

Come può un attore, senza alcuna formazione psicologica, comprendere in modo diretto il funzionamento della psiche umana?

Maestro, lei mi mette di nuovo in difficoltà. Prima di tutto, e davvero in principio: non è necessario avere una "formazione psicologica". In ogni caso, chi è privo di questa formazione, ha comunque una psiche. Metalinguisticamente, autocriticamente, ogni volta che il non-psicologo si interroga su se stesso, fa della psico-logia, cioè un discorso su se stesso, a se stesso. Non vedo il problema.
Io non posso assentarmi dal particolare (e dal particulare, sempre). Va bene? Mi faccia pure un'altra domanda. Mi impegno, vede.

Risposte alle domande di Peter Brook (parte 2)

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