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Risposte alle domande di Peter Brook (parte 3)

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Trento, 20 gennaio 2015. – di Massimo Sannelli

La localizzazione precisa di questa facoltà (l'intuito) può essere utile ai non attori nei loro differenti ambiti d'esercizio?
Lei non mi dà tregua, Maestro. Come faccio a risponderLe, se non so nulla della "natura fisiologica", ecc.? [...] Quasi tutta la vita è recitata, imponendo una certezza fittizia al mondo e al modo dell'incertezza. I riti fanno parte di questa imposizione di certezza.

Lo studio rigoroso dei meccanismi della recitazione può illuminare le zone sconosciute dello spirito umano?
Personalmente, non mi interessa il conoscere, ma il fare, che è fare cose, e nel campo dello showbiz è fare film e drammi, nel mio caso. Vivo in un empirismo disperatamente operativo e fiabesco, e per questo sogno di operare e cerco di operare secondo il sogno. Come dice? Ha ragione: non mi sfugge il valore politico – profondamente dittatoriale, in vivo, in me – di questa alchìmia. Non mi riferisco ai soli riti da palco, ci mancherebbe altro. Intrecciare i capelli di una donna – una sola, e solo lei – è un rito. Ma chi fa i riti deve abituarsi all'idea di poter perdere, e considerare che i riti possono essere inutili.
Ora ho un dubbio epistemomologico: quanto allo studio, non è meglio imparare a fare le cose, invece di osservarle in vitro in vista della loro riproducibilità tecnica? E poi: conosce le pagine del Libretto verde di Gheddafi sull'arte e sullo sport? Che cosa ne pensa? Quello che ne penso io potrebbe impressionarLa. Taccio. Andiamo avanti, La prego.

Gli approcci alla recitazione teatrale nelle società tradizionali – che utilizzano tecniche assolutamente sconosciute all'interprete professionista occidentale – possono portare una materia concreta a una ricerca di questo tipo?

Certo che sì. A Trivandrum il teatro non ha niente a che vedere con il "normale comportamento", come lo chiama Lei. Meglio farne tesoro. Un griot del Mali non esprime un "normale comportamento", ma fa parte della vita sociale. Il griot svolge un ruolo tradizionale, come un notaio-storico-poeta.
L'attore occidentale non è così. È un professionista, ma non svolge più un ruolo tradizionale. Di qui una certa ambiguità e una certa disperazione: facciamo qualcosa che non sembra più magia, né tradizione, ma solo una generica Cultura, o la "broda di estetismo". Abolito il ruolo magico e tradizionale, resta la professione: ma non dà da mangiare a tutti. E uno, un attore, si trova ad avere le stesse urgenze di un cittadino, nello stesso momento in cui sa – oscuramente, ma lo sa – di essere un alieno. Detto fatto, diventerà un alienato, fallito due volte.

Nel mondo culto e colto, noi esistiamo, come teatranti, registi, sceneggiatori, attori, perché siamo professionisti e perché siamo coerenti con una cultura oligarchica. Ma il griot è di tutti, finché dura il suo mondo.
Noi non siamo il griot. Siamo ambigui, retorici, disperati, citazionisti, e innamorati di una conoscenza che non basta mai. Siamo così affamati di senso da non godere un secondo insensato: ai bordi delle strade Dioniso è morto, nelle auto prese a rate Dioniso è morto, nei miti dell'estate Dioniso è morto.

Risposte alle domande di Peter Brook (parte 3)

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