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Fabio Giovinazzo a Palazzo Rosso, Genova

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Immagine FABIO GIOVINAZZOTrento, 26 marzo 2015. - di Massimo Sannelli

Fabio Giovinazzo è un artista della città: in primo luogo Genova, ma anche Torino, Milano e Roma, per ora. Quindi lo spazio della sua ricerca è un ambiente più costruito che naturale. Oggi questa mostra ne dà conto, con una mossa poetica che deve essere considerata bene, e con una rinuncia da interpretare. Teniamo per ultima la rinuncia e guardiamo quello che c'è. La mostra coinvolge due grandi serie, legate all'azione umana, e una serie ridotta, completamente naturale. Diciamo che l'umano e il non umano si confrontano, senza troppa durezza: si tratta solo di elementi diversi, in una convivenza parallela, ma separati.

Stiamo alle due serie umane, prima di tutto. Vediamo le luci della città (city lights), ma in un'elaborazione inconsueta, che le trasforma in grafismi informali, colorati o neutri: in principio tutti i segni in caduta libera erano luci accese, fotografate in diverse città, ma ora sono atomi estetici, che si raggrumano, cadendo e spostandosi, nel loro clinamen. La seconda serie mostra qualche architettura più o meno recente, dal Duomo di Milano ai grattacieli, in giro per l'Italia. Anche qui l'elaborazione grafica stravolge i dati troppo facili: i profili delle costruzioni si trasformano, la figura regolare diventa un mosaico nervoso, i colori cambiano. Le architetture perdono la prima identità.

La terza serie è rappresentata da pochissime opere, in un bianco e nero assoluto. Si tratta di alberi, nei dintorni di Genova. A questo punto bisogna capire una cosa: le immagini naturali non sono il trait d'union tra le luci della città e le architetture; ma non sono nemmeno una ferita aperta nella congruenza urbana della mostra. La fitologia urbana non ostenta un ecologismo alla buona, da un lato; dall'altro, la realtà urbana non è lì per gridare, come il Sade di Peter Weiss (e poi di Peter Brook), "Odio la natura, la voglio sopraffare, la voglio vincere con le sue armi".

Nulla è più lontano da Giovinazzo dell'ideologismo, per o contro la natura. Qui c'è un creativo, che non teme il realismo, perché il realismo coincide con la sua mente, di fatto. Bisogna spremere la città, ecco: perché è una buona occasione per esprimersi. Per esprimere se stessi, da artisti, non per esprimere lei, la città, come agenti della buona cronaca.
Ora arriviamo alla rinuncia, che è un nodo forte. Per scelta, questa mostra non contiene il lavoro di Giovinazzo come ritrattista. La rappresentazione del corpo sarebbe stata una quarta possibilità, ma qui non ci sono corpi e volti fotografati, a parte i corpi vegetali.

Qui gli unici corpi siete voi, a tre dimensioni, come visitatori e osservatori. E così le ipotesi sono due: o per Giovinazzo i corpi sono pari alle luci del clinamen, ai tronchi e alle guglie del Duomo (e quindi non appaiono, perché sono già compresi); oppure sono un fatto irriducibile, perché sono quello che sono. Io credo che la seconda possibilità sia la più vera, e anche la più feconda: lasciare che i corpi vengano alle opere, ma fuori dalle opere.

Se è così – se i corpi e i volti fotografati non possono mescolarsi alle architetture e alle luci, e neanche agli alberi, ora – dobbiamo estrarne un principio duro: l'uomo non coincide con i suoi ambienti, anche se li abita e li modifica. E non solo: se gli ambienti antropizzati e le luci dell'ambiente non contengono l'uomo – a parte l'uomo che scatta la fotografia, ma che è in controcampo, per forza di cose – questi ambienti e queste luci sono elementi scenici: puro materiale utilizzabile. Non dimenticate che queste sono le fotografie di un regista.

Gli ambienti sono gli esoscheletri della mente che lavora e fotografa. È possibile. Allora Giovinazzo, quando rappresenta le luci della città e la città, dà l'icona della propria mente? È possibile. Ma i corpi sono soggetti, e sono anche vivi, come altre menti, e non sono riducibili al solo schema intellettuale di un artista. I corpi sono un'altra serie, che ora non si mescola alle luci e alle guglie, ma nemmeno ai tronchi. I corpi fotografati appariranno dopo, in una condizione adatta alla loro unicità.

Fabio Giovinazzo a Palazzo Rosso, Genova
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