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"Rivolta dei richiedenti asilo": mi sento umiliato, offeso e anche imbarazzato

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Trento, 20 marzo 2017. - di Claudio Cia*

Egregio Direttore, ho seguito con un certo disappunto quanto accaduto mercoledì presso la residenza Fersina. Gente che dice di fuggire da guerra, fame e patimenti vari che si mette a manifestare, o meglio a compiere atti di inaudita violenza come privare qualcuno della propria libertà. Sequestrare qualcuno per pretendere camerette singole, servizio ristorante di miglior classe, più libertà e, immancabile, più soldi.

Personalmente mi sono sentito umiliato e offeso e anche imbarazzato di fronte a tutti quelli che sono qui in questo paese, immigrati o da sempre e che si rompono la schiena per arrivare a fine mese, mantenendo una classe politica vorace che impone gente come questi "manifestanti".

Mi sono sentito sfruttato da chi sull'accoglienza ci campa, vuoi per ideologia o per mero opportunismo economico. Non accetto che gente che neanche dovrebbe essere ancora qui – l' 85%, nonostante l'italica invenzione della protezione sussidiaria per motivi umanitari, dovrebbe tornare a casa perché non bisognosa di aiuto - si possa permettere atteggiamenti di questo tipo verso la comunità a cui sono imposti e che si prodiga per aiutarli, nonostante tutto.

Non accetto di sentire da persone che avrebbero dovuto conoscere l'inferno, pretese da viziatissimi figli di papà. Ho un'età che mi permette di aver conosciuto chi tra i nostri vecchi la guerra e la fame le conobbero per davvero e avevano uno spirito verso la vita ben diverso.

Il cibo era comunque sacro, così come lo era la libertà del prossimo, cose che i nostri ospiti imposti dalle ideologie ignorano beatamente. Questa gente non sa neppure apprezzare i privilegi che vengono loro concessi. Hanno tutto a titolo gratuito, possono muoversi come più gli pare e non gli viene chiesto nulla, neppure di sapere chi siano stati nel paese di provenienza, eppure sembra che non abbiano diritti a sufficienza, quando dovrebbero essere grati per l'opportunità che hanno di riprendere a vivere, sfamati e al sicuro, in una società che si prodiga per aiutarli a realizzarsi come persone, se solo lo volessero.

Qualcuno probabilmente ricorda ancora la naja, vissuta spesso nelle stesse caserme adibite a residenza dei clandestini, ed era vita ben più dura, ma non era certamente così drammatica, pur con camerate da 20 o 30 persone e limitazioni personali ben più restrittive: cibo veramente scadente, obbligo di mantenere da sé il decoro degli ambienti e pochissimi soldi. Tra l'altro un anno imposto, non scelto.

E questi si lamentano e pretendono diritti, pur non avendo neppure il diritto di restare, assecondati da una certa politica incapace persino di controllare numeri, come i nostri in Trentino, tutto sommato ancora gestibili. O forse non sono chi ci viene raccontato siano e diventano difficili da gestire semplicemente perché pericolosi, visti anche gli atteggiamenti.

Mi viene da pensare che la nostra classe politica, incapace di guardare la realtà, a furia di riempirsi la bocca di slogan abbia dimenticato che i diritti che tanto van di moda oggi, altro non sono che l'altra faccia del dovere, senza il quale diventano biechi privilegi che non possono più essere tollerati.

* consigliere provinciale-regionale