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Correggio e l’immortalità dell’anima

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Trento, 7 ottobre 2013. – di Massimo Sannelli

«Ma che cosa ci trovano, in Tondelli?». Dio mio. È un giorno di dicembre a Correggio, sul grande Corso del funerale di Radiofreccia. Parla una signora ben vestita. È stata una professoressa di Tondelli, trentacinque anni prima. Fa molto freddo e io prendo nota. Penso che anche Dio ha il suo esercito, arìn bucìn. Ho appena comprato un libro di filastrocche emiliane, e penso: anche Dio combatte. Ho bevuto il buon vino (ne berrò ancora), e penso: se Dio deve combattere, è perché la vita è dura anche per lui; se no, non sarebbe vivo, giusto?; certo, Dio potrebbe essere un'idea, ma a nessun vivente piacerebbe essere un'astrazione; e il vivente vuole cibo, e se ha un po' di cuore vuole anche una parola, un bacio, le solite cose; e i sette arcangeli sono «sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore»; e Dio è soldato e gli angeli sono al punto di partenza, col ginocchio a terra, tesi come archi. Non stanno fermi neanche loro.

«Ma che cosa ci trovano...», non mi interessa e non ascolto più, penso che Dio combatte e quindi può vincere. Certo, può anche perdere. E il problema non è esistere, ma tenersi in vita, perché vivere è la continuità. Cristo si è turbato davanti al cadavere di Lazzaro. Perché? Perché si interrompeva la continuità di Lazzaro. E nemmeno Cristo si è consolato pensando che l'anima è lassù. L'astrazione offende chi ama, sempre. Chi non si accontenta, gode. E non parlate di «amore universale» e altre boiate a chi ha avuto vita dura. La Volpe del Piccolo Principe parla bene: «Io sarò per te unica al mondo. E tu sarai per me unico al mondo». E che cosa faremo, senza la Volpe? Pensare che l'«amico di cui il tuo cuore si rallegrava» sia una spoglia putrida – parole di Enkidu nell'epopea di Gilgamesh – turba anche Cristo.

In principio c'è stata una scelta, prima del mondo. Non c'era altro che il Monologo: io, Dio, io, proprio Io, sto imparando a conoscerMi, e se voglio la vita, devo accettare che tutto muoia; e potrei essere un Dio astratto, ma non sarò mai cosciente di me..., ecc. Mentre meditava così, il Santo Benedetto sentiva già di non sentire più; e invece voleva tutto, anche la Volvo, per andare a Berlino come Tondelli. Il Santo Benedetto ebbe paura della noia e dell'incoscienza, della mancanza di whisky e del sonno senza pause; allora agì. Iniziò la vita nuova – cioè iniziò qualcosa –, e iniziò anche l'«amico di cui il tuo cuore si rallegra». Iniziò la fantasia terribile delle cose, in mezzo alle cose. L'evidenza della morte e l'idea inspiegabile dell'eterno. Iniziò la presenza, la garanzia sicura della vita. E la caparra di un dolore che verrà. E l'origine di ogni «gentil parlare», o anche non gentile, non importa. A chi parli, se no? Parli da solo come un frigorifero? Sì, come no. Chi non si accontenta, gode. E poi: Amore mio miissimo di me – si griderà un giorno, copiando l'Ambleto di Testori – e perché tu mi manchi?

Non c'è risposta. Arìn bucìn, in cielo e in terra il Santo combatte e Cristo si turba. Intanto, a Piacenza, la nonna dice: non fare il poeta, bambino. Non fare il poeta, non voglio sentirti dire le cose che non ci sono: sii concreto, bambino. A Correggio sento «Ma che cosa ci trovano...»: ha parlato la professoressa di Tondelli e di Rosanna (anche lei è morta, forse a Berlino, e prima degli altri), e rivedo Enos e Viller, perché a Correggio i nomi sono questi. Sono concreto, sono molto concreto. Ho odiato la professoressa, più concreto di così. E la sera manderò un messaggio a chi so io, e poi mi devasterò, nelle mie contingenze. Dio pesta duro come un uomo, per esistere; e accetta di essere pestato, come un uomo; così come accetta la Croce. Nel frattempo, sceglie di essere – o di sembrare – anche «mangione e beone», come un uomo.

Questo delirio teologico può fermarsi qui: poco dignitosamente, è la parafrasi nervosa di un libro da leggere (La sconfitta di Dio, di Sergio Quinzio) e di frasi del Grande Codice, la Bibbia. Non solo, e non basta: è la parafrasi nervosa di cose che accadono ieri, oggi e sempre. Il laboratorio è la vita: finché c'è gente, resta aperto.

Correggio e l’immortalità dell’anima
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