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Dopo 100 anni c'è l'assalto al revisionismo

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Monselice, 12 gennaio 2018. - di Adalberto de' Bartolomeis

Ai tempi del ventennio fascista l'interpretazione veniva monopolizzata dall'Agenzia Stefani; oggi l'informazione sta diventando un'immensa prateria dove tutti scrivono, di tutto e anche di più, solo che al di più il limite sconfina nel romanzo e perciò nel "romantico" non veritiero.

Comunque di libri e di autori in libreria sono davvero tanti e quando fa comodo ci si trova d'accordo sulla cosiddetta memoria condivisa: solo sui libri però, non ancora però in un confronto più aperto, pubblico. Su quello che osservo stanno diventando vere cataste di libri, in tutte interessanti, ma che catturano l'attenzione per la ricercatezza, già avvincente, dai soli titoli e ciò che emerge di condiviso sono le rievocazioni di Caporetto e come andò a finire quella prima guerra mondiale.

Nel salotto buono dell'informazione pubblica, Porta Porta, Rai Storia, autorevoli politici e scrittori, opinionisti, storici, all'unanimità, stanno tutti dicendo che Caporetto è stata sì una grave sconfitta, ma che da quel disastro l'Italia si riprese con le sue migliori energie perché è andata verso la conclusione vittoriosa di una guerra. Nella retorica di un tempo spesso si diceva che "solo chi cade può risorgere" e di per sè sembra pure una frase lapalissiana.

Certo, non posso negare che senz'altro sarà stato pure vero, se nel cadere quel milite non veniva sopraffatto da raggiunta morte, ma ora tutti scoprono che i soldati italiani dopo Caporetto avevano ritrovato orgoglio e dignità, anche se i generali su cui pesava l'onta di una sconfitta molti non erano all'altezza del loro compito. La letteratura su Caporetto su questa parte di storia è sterminata e continua ad arricchirsi proprio ora, nell'anno del centenario della Grande Guerra. Leggere libri di storia, non quelli di storia romanzata che oggi vanno tanto di moda, a volte è faticoso, a volte noioso, di rado divertente.

È un po' come salire su una montagna, si suda, si fa fatica, sembra che non si possa mai arrivare alla cima e difatti capita che il libro lo si chiuda facendogli fare un tonfo perché non si arriva nemmeno alla metà. Naturalmente, in questa impresa non tutti siamo "alpinisti", così come non tutti possono pretendere di essere storici, ma ciascuno può darsi che possa ugualmente scalare la sua montagna, piccola o grande che sia, traendone la stessa soddisfazione per un giudizio, per una riflessione.

Chi invece non vuole fare fatica ricorre alla verità già confezionata e nel mondo dell'informazione ce n'è per tutti i gusti. D'altronde, oggi, tutto si può pure condensare in un tweet, anche se ora i 140 caratteri sono stati da poco raddoppiati. I tweet si leggono in pochi secondi e se i messaggi risultato ben confezionati diventano subito verità per chi li riceve, soprattutto se il mittente è persona di fama. Vero o no?

Nè si può dire diversamente del modo in cui viene divulgata la storia attraverso i media: anche qui prevalgono titoli a sensazione e giudizi tanto più inappellabili quanto più risulta famoso chi li pronuncia. Io ritengo che occuparsi di storia lo si debba fare con il rispetto del vero alpinista, che si avvicina alla montagna solitario e con lo scrupolo di chi ambisce a fare una corretta informazione, obiettiva. È con questo spirito che non è necessario porre in evidenza eventi noti a tutti, magari riportando firme prestigiose di chi ha preceduto cimentandosi nelle ardue scalate, perché raccontare la storia, non solo quella di Caporetto e facilmente, condivisibile, è un compito difficile, proprio perché la storia di domani sono spesso le verità che imbarazzano e queste non saranno, forse, mai condivisibili.

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