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Liberismo e globalizzazione

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Lettera Numero: 711

Verona, 12 febbraio 2018. - di Gaetano Morgante

Il liberismo, alla base della globalizzazione, ha in Milton Friedman, economista della scuola di Chicago, uno dei principali esponenti. Come somma aritmetica tra perdite e guadagni, creerebbe maggiore ricchezza rispetto al protezionismo.

Ma se ciò è vero a livello planetario, è altrettanto vero che in determinate aree produce una forte perdita di ricchezza perché, senza dazi, mette in concorrenza diretta paesi in via di sviluppo con paesi sviluppati, lavoratori a bassissimo salario con lavoratori ad alto salario. E' ovvio che le multinazionali fra un operaio che costa 150 euro al mese o uno che ne costa 3.000 sceglierà il primo. Di qui la delocalizzazione produttiva per aumentare i margini di guadagno.

A chi conviene il liberismo? Conviene a tutti quegli attori economici in grado di poter sfruttare la manodopera a basso costo dei paesi in via di sviluppo, come Cina e India, o in grado di poter vendere in tali paesi i loro prodotti. Oltre che a quelle imprese esistenti in paesi, come Cina e India, che producono beni vendibili nei paesi occidentali.

A chi non conviene il liberismo? A tutti quei soggetti economici che esistono e producono beni e servizi all'interno dei paesi occidentali e per i paesi occidentali, i quali vedono di giorno in giorno calare il loro fatturato per effetto di una concorrenza insostenibile. Dal 1998 ad oggi sono fallite milioni di imprese per effetto della globalizzazione, lasciando a casa milioni di lavoratori e mettendo in crisi tutti i settori ad esse collegati (bancario, servizi, professioni, edilizia). L'errore che si fa nell'affrontare la crisi di un'azienda è pensare che il suo fallimento porti danno solo ai suoi operai e ai proprietari mentre il danno è generalizzato a tutti i settori collegati direttamente o indirettamente all'azienda fallita.

La fase attuale del liberismo fu avviata con la firma apposta nel 1998 da Prodi, quale commissario europeo, per l'ingresso di Cina e India nel WTO (World Trade Organisation). E' importante capire che la globalizzazione è frutto di una pianificazione economica, politica e finanziaria studiata nei dettagli partita dall'inizio degli anni 90. Le multinazionali, col finto pretesto di re-distribuire in modo più equo la ricchezza attraverso la globalizzazione hanno creato le premesse politiche per raccogliere il consenso della sinistra, orfana del comunismo, che ha così abbracciato il mondialismo. Il liberismo ha creato solo le condizioni per accrescere la ricchezza delle multinazionali, entità economiche prive di territorialità, con un immenso potere finanziario in grado di condizionare i governi e il futuro dei popoli a spese sia dei paesi in via di sviluppo che dei paesi occidentali, rubando risorse sia agli uni che agli altri.

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