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Processi in televisione

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Ala (Vallagarina-Trentino), 23 luglio 2019. - di Claudio Riccadonna

Smettiamola con questi processi mediatici! Spettacolizzare una tragedia attraverso lunghe dirette televisive per assecondare logiche di marketing,nella spietata battaglia quotidiana tra le varie reti pubbliche e private per l'incremento dell'auditel, dello share di alto gradimento.

Negli anni Duemila, dal delitto di Cogne a quello di Avetrana, dall'omicidio del piccolo Tommy a quello della giovanissima Yara, solo per citare i "più gettonati" da una stampa, talvolta esasperatamente "curiosa". Anche nei giorni scorsi il caso di Roberta Ragusa (nella foto) e della parallela sentenza della corte di Cassazione hanno "scatenato" un'attenzione mediatica e un interesse "sociale" eccessivi.

La condanna definitiva del marito è stata seguita in tempo reale da milioni di telespettatori, con una platea di "esperti" presenti nello studio televisivo, divisa tra innocentisti e colpevolisti. Una commistione tra informazione, che spetta legittimamente al dovere di cronaca, e insano intrattenimento, enfatizzata anche non di rado dall'atteggiamento di alcuni giornalisti-conduttori, che finiscono loro stessi, forse inconsapevolmente, per essere travolti da un ingranaggio superiore e subire, di conseguenza, la forza di attrazione di quanto stanno
raccontando.

Ecco allora, come è capitato qualche sera fa, l'invito a tenere fisse le telecamere accese sul residence dal quale, subito dopo la lettura della sentenza, sarebbe dovuto uscire il condannato in via definitiva, poi accompagnato dai carabinieri presso il carcere di Livorno; l'enfatizzazione sonora e audio delle urla disperate provenienti dall'abitazione, forse della nuova compagna o dei figli, rimasti ora orfani di entrambi i genitori:, la presenza dell'inviata, con l'inquadratura fissa, presso la casa dei genitori del Logli, che assistono il tutto "distrutti" e senza parole, come fa notare, direi io con ovvietà, la stessa giornalista.

"L'inseguimento" insistente di alcuni parenti in fuga, che non vogliono apparire di fronte alle telecamere, con l'incalzante pressione del reporter che cerca,
freneticamente, di carpire e offrire qualche nuovo scoop. Il tutto, però, non è una fiction o un telefilm poliziesco, ma è realtà.

Speculare sulla sofferenza immane di chi c'è ancora, su una tragedia privata, divenuta pubblica e tristemente famosa grazie proprio ai mezzi di informazione, non rappresenta, probabilmente, una forma di giornalismo lesivo della dignità umana? Non è un valicare i limiti consentiti dalle convenienze morali e sociali, una mancanza di rispetto dell'atavico
sentire/sensibilità comune? Dove è finito lo stesso buon senso?

Come fatto notare da qualche esperto della comunicazione, questi reiterati eventi di cronaca nera vengono spesso poi seguiti da quello che è lo spregevole turismo dell'orrore, una "moda" diffusasi negli ultimi anni e che prevede un notevole afflusso di persone,che porta frequentemente a visitare quei luoghi macabri in cui si sono consumati terribili delitti, magari con alcuni che si fanno "immortalare" in fotografie, con il triste "scenario" alle spalle.

Mah... la coscienza di ciascuno dovrebbe quantomeno interrogarsi!

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