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Il primato del flusso dei migranti a chi va?

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Monselice, 12 ottobre 2019. - di Adalberto de' Bartolomeis

Ci sono migranti e migranti. Qui non parliamo di uccelli, o di altri animali a quattro zampe che sappiamo che si spostano da sempre, alternandosi da zone calde a quelle fredde. Sono anche e soprattutto le persone che lo fanno.

Il fenomeno demografico è noto dall'alba dell'uomo. Gli spostamenti avvengono per motivi di necessità, se vogliamo giustificare un problema diffuso ed apunto, altrettanto antico.

Esistono diverse motivazioni per cui lo fanno e la casistica potrebbe essere inquadrata in due livelli di ascensori sociali: nei primi c'è la richiesta di necessità per sopravvivere: quindi trovare un lavoro, con priorità di un'integrazione.

Senza questa, sia il lavoro, ma soprattutto una nuova collocazione, queste necessità non potrebbero coesistere. Nei secondi ci sono quelli che già sopravvivono e non male, ma sono alla ricerca di realizzazioni migliori. Io però ci metterei anche un terzo livello dove collocherei gli emigranti che scappano da situazioni brutte, fuggono da improvvide politiche: sono la cosiddetta gente di mezzo, quelli che, tra bombe sopra le loro teste, case distrutte, guerre o guerriglie continue e minacce di ogni tipo, non possono che darsela a gambe, abbandonare per sempre le terre dove sono nati.

Solo che, quest'ultimi, facendolo, incappano in mille disavventure, dove i malavitosi o indichiamoli con il giusto appellativo e quindi i mafiosi sono invisibili ai Paesi che dovrebbero individuarli e riuscire a toglierli di mezzo, perché non ci riescono, mentre verso queste masse sempre più ingenti di umani, veri e propri eserciti di sventurati, questi delinquenti che li seguono o li attendono al varco, perpetrano nei loro confronti le ingiustizie più schifose, a vantaggio di un "business" sempre più diffuso, organizzato e ben strutturato che dilaga e coinvolge però i compiacenti, di cui ci si limita a fare solo ipotesi ed insinuazioni.

Anche tutto questo è ormai noto, ma tra questo bailamme di disperati ci sono anche i disperati socialmente pericolosi, i finti profughi: in una parola, i delinquenti che l'unica ragione di vita a cui tendono è odiare civiltà diverse dalle loro, società che hanno dimenticato che cos'erano le guerre, per cui sono diventate moderne, attrezzate e pacificamente libere. Ecco, a questa categoria di persone a cui non viene impedito il loro ingresso perché nemmeno ci si può immaginare cosa frulli a loro nella testa, si va dallo stupro, alle violenze gratuite di ogni tipo, ai furti, alle prepotenze, all'essere maneschi, fino ad arrivare alle cellule dell'Isis. Ci sono, quindi, migranti e migranti. Quelli giusti e quelli non giusti, quelli sani e quelli non sani. Procedere a formare una classificazione di un fenomeno che, a differenza di un solo secolo, ha portato ad identificarlo in un fenomeno antropologico non solo da studiare rischierebbe di affrontare argomenti ripetitivi, arcinoti, a cui non mancherebbero, poi, le puntuali polemiche da parte di chi non è ne Gesù, ne un predicatore del Vangelo, ma si auto definirebbe un "tollerante" laico e pure ecumenico: quello che certi giornalisti, certi politici, ma anche una larga fetta della collettività chiamerebbe " buonista".

Ho scritto che c'è chi emigra, ma non sopravvive, poi, così male, ma è pur sempre un migrante, in cerca solo di realizzazioni migliori, per cui è motivato a lasciare il proprio Paese, semplicemente, perché si sta rendendo conto che spreca il suo tempo, brucia i suoi anni migliori: un'età giovane. Ecco che abbiamo giovani italiani, laureati e non laureati, che da oltre dieci anni fanno invecchiare sempre più la propria popolazione perché se ne vanno all'estero.
Ci sono anche menti eccelse, ma non trovano posto qui, si sentono sprecate ed inutili. Vanno dove? Dove in altri Stati possono sentirsi realizzati, nella ricerca, in inserimenti lavorativi meno burocratizzati, dove possono contribuire al meglio nel fare girare le economie di quelle Nazioni. L'Italia è tornata ad essere terra di emigrazione, solo che a differenza degli anni '50 dove fuori dai confini fluivano milioni di uomini in cerca di lavoro, da un decennio a questa parte più di 500.000 giovani se ne sono andati, in fascia di età tra i 17 e 35 anni.
È una vera emorragia e le Istituzioni non ne vogliono parlare, perché sanno pure che la continua perdita di giovani comporta pure la perdita di ricchezza in potenziale umano che se fossero occupati nel nostro Paese alimenterebbero il PIL, che invece si abbassa, insieme ad una popolazione che invecchia e dà spazio ai non italiani.

Il calo demografico è pesante e chi è sopra i 65 anni ha la tendenza, naturalmente involontaria, a creare grossi squilibri, con l'unica certezza che, non tra molti anni, saranno più di un terzo della popolazione italiana. Una prospettiva che s'identifica nella cosiddetta legge di Murphy, ovvero, per quanto sia improbabile che si verifichi un certo evento, paradossalmente, finirà per verificarsi.

Insomma, la teoria probabilistica che "se qualcosa potrà andare male, accadrà", per cui i nostri ragazzi, delusi da aspettative che rincorrerebbero, sanno bene fare i loro conti e quindi non vogliono rischiare di trovare posizioni lavorative di ripiego, infelicemente remunerate, con incertezze sia sul loro futuro e con l'elevato rischio di ricevere una misera pensione a 75 anni. Quindi il primato del flusso dei migranti non potrà che andare agli stranieri e pertanto chi "soffre" di conservatorismo sarà destinato ad accettare una società multietnica.

Il primato del flusso dei migranti a chi va?
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