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Il nero, la porpora, l’essenziale

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Trento, 16 novembre 2014. – di Massimo Sannelli

Ora Giuliano Ferrara non vuole che Enzo Bianchi diventi cardinale. E a noi che cosa importa? Le città sono sommerse e non si capiscono i "segni grandiosi dal cielo". Lo dice il Vangelo di Luca, 21, 11. Ma si può essere diversi dalla gente del "Foglio"? (Escluso Buttafuoco, che ha Stile). Ovvio, si può. Per esempio, c'è chi ha testa per uno spazio di settecento anni, come minimo.

Prendiamo esempio da un violento, il più scolastico di tutti.

Nel canto XXIV del Purgatorio Dante si presenta a Bonagiunta e dice: «I' mi son un che...». Cinque monosillabi: I' è IO, ma I è anche il primo Nome di Dio (Par., XXVI, 134: «I s'appellò in terra il sommo Bene»), IO SONO è il Nome di Dio in Esodo, 3, 14, UN è un numero, il più adatto alla personalità di Dio – e di chi lo segue. Ogni IO SONO riporta alla singolarità: a Dio e all'uomo particolare.

Adesso sciogliamo un po' il discorso di Dante: "Bonagiunta, buon uomo, carissimo fallito... Io sono uno che..., e tutto il resto. A te non devo spiegazioni. Senti che parlo a scatti, con i bei monosillabi. Sapevi che si possono mettere cinque monosillabi in un verso? È un pezzo di bravura e te lo impongo, è un pezzo di bravura e te lo sputo in faccia. Ora, comunque vada – e andrà sempre bene, per me – io sono uno, la mia singolarità è grandiosa, e ora so vederla. Per questo te la impongo. Sta'tranquillo: tra poco ti lascerò parlare, poveretto. E dirai del nodo che ha trattenuto te e Giacomo e Guittone.

Perché – lo sapevi? – voi potete parlare solo come massa. Siete infelici. Ma io non sono una legione, come voi. Il mondo che ha parlato latino e greco ha avuto solo cinque poeti come me. Tu lo farai capire, con parole che io, Dante, ti metterò nella bocca, e poi tacerai: ti sei riconosciuto, morto, quando – lo dico sadicamente – tu non scrivi più! Ma io sono canonico. E anche simbolico!".

Ora prendiamo esempio da un uomo buono, il migliore di tutti.

Nel capitolo 13 del Vangelo di Giovanni non c'è il racconto eucaristico. Appare un altro gesto quotidiano: Gesù lava i piedi dei Dodici. Il gesto è umile, ma è grandioso perché Gesù è kýrios e didáskalos, signore e maestro. Se il signore e maestro lo ha fatto, anche i credenti possono farlo.

Novalis scrive che "la vita di un uomo veramente canonico deve essere del tutto simbolica" (Werke, Tagebücher und Briefe Friedrich von Hardenbergs. Bd. 2: Das philosophisch-theoretische Werk, hrsg. von H.-J. Mähl, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1999, p. 232). Per Kierkegaard "il Cristianesimo non è affatto una dottrina. Il Cristianesimo è una fede e una determinata forma di esistenza corrispondente, l'imitazione" (Diario, a c. di C. Fabro, Morcelliana, Brescia 1980, vol. 8, p. 99). Gesù non diventa meno didáskalos e meno kýrios se lava i piedi dei Dodici: i discepoli lo riconoscono sempre come signore-maestro, e il loro parlare è un "dire bene" (Gv., 13, 13).
Gesù è un uomo veramente canonico.

E Ferrara? E Bianchi? "Mentre il mondo cade a pezzi" è più importante salvarsi che esprimere idee. Ed è importante cercare un carattere singolare, simbolico e canonico. Per esempio, L'essenziale di Marco Mengoni è più essenziale della porpora e del "Foglio", ma è poca cosa e Mengoni non è ancora il primo. Per esempio, dietro di me c'è un ritratto di Maria Callas, una foto di Mario Tursi. Callas è la prima ed è essenziale. C'è sempre una grande opposizione tra il contemporaneo e la continuità: tra il presente e lo sguardo che macina 700 anni, e sorride. (Si sa di poter continuare, ecco perché).

Il nero, la porpora, l’essenziale

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