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Il Duce che volete

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Trento, 4 gennaio 2015. – di Massimo Sannelli

È molto interessante, sì. Davvero, e anche tragico, oltre che teologico (e: escatologico? Occhio, ora).

Ne scrivevo mesi fa, ma ora si continua. Di che si tratta? Della nostalgia o del bisogno di un duce. Proprio così, la voglia di una dittatura, ed espressa anche con parole precise. L'anno scorso citavo Eugenio Benetazzo e Massimo Fini ("Chi vuole l'uomo forte", Trentino Libero, 9 giugno 2014). Ma mi era sfuggito Flavio Briatore in una puntata dell'"Aria che tira stasera", giugno 2014. Sbobino dal video: "Nessuno prende decisioni e quando una decisione è presa ci sono dei passaggi... Finché non abbiamo una dittatura a termine, no? Come c'è in America... Credo che in America è il classico esempio: Obama è il presidente, Obama comanda... In Italia il vero problema è questo: non c'è nessuno che abbia il potere esecutivo ... Vedo che non succede mai niente".

Passano i mesi e la voglia di dittatura continua.

Il 7 dicembre 2014 su "Libero" Giampaolo Pansa ha immaginato il governo del generale Rambaudo, un carabiniere: "severo, ma giusto", "un uomo di polso, uno che non abbia interessi elettorali". Cioè un dittatore.

E questo è Marcello Veneziani, sul "Giornale" del 2 gennaio 2015: "...l'Italia avrebbe bisogno di un premier vero e di Trenta Tiranni coi fiocchi, con ampio mandato e forti poteri decisionali in ciascun settore vitale: nell'economia e nel lavoro, nella scuola e nella ricerca, nei trasporti e nell'ambiente, nella sanità e nelle opere pubbliche, e così via. Libertà d'opinione e di critica, ma trenta dittature a tempo determinato per mutare radicalmente lo Stato e il Paese".

Questo è Vittorio Feltri, sul "Giornale" del 31 dicembre 2014 "...la nostra impalcatura istituzionale, eretta sui detriti del fascismo, non permette che il governo governi. Esso ha esclusivamente la facoltà di proporre le leggi, mentre l'approvazione delle medesime è affidata ai parlamentari, che hanno un solo interesse: garantirsi la rielezione. Meno fa, meno rischia di scontentare qualcuno, salvo scontentare tutti. Il sistema pertanto è immodificabile. Il mondo cambia velocemente e la nostra catena di comando al vertice dello Stato invecchia ogni giorno".

Feltri è "il miglior direttore di giornale della sua generazione e anche di un paio di precedenti" (Massimo Fini, "Il fatto quotidiano", 26 agosto 2010). È interessante: il "miglior direttore" non parla veramente del dux, ma della macchina politica. La macchina non funziona, e allora? La soluzione è implicita e dolorosa: serve il dux.

E poi ci si mette anche la Rete. Su Rischiocalcolato.it esce il primo gennaio 2015 un'analisi del Giappone, "fottuto" e "destinato ad essere dominato da uno straniero", perché "i Giapponesi si stanno estinguendo". La soluzione c'è, ed è questa, in linea ipotetica: "Può darsi che alla fine il Giappone ce la faccia, che imponga per legge e dunque con la violenza dello Stato alle donne fertili di fare figli, e che imponga per legge e dunque con la violenza dello stato di preservare la cultura e la razza giapponese, nell'unico modo possibile, non esattamente rispettoso degli anziani. Tutte cose fattibili, a patto che alla fine la democrazia venga abolita".

Il dux ipotetico serve a mantenere in vita il mondo di prima oppure serve a distruggere tutto? Il cittadino, il giornalista e il miglior direttore sognano l'Anticristo o Cristo? E di Cristo hanno un'idea impolitica o un'idea zelotica? Per ora è una nostalgia indistinta, il sogno di qualcuno che sia violento e paterno, punitore e pagatore, nello stesso tempo, come il generale Rambaudo: uno che impone il terrore fiscale e tre ore di riscaldamento al giorno, anche nelle case private. Il dux è un padre duro, e se lo volete davvero lo avrete, naturalmente; e naturalmente lo avrete anche non volendolo, se è vero che "la cosa più segretamente temuta accade sempre", come Cesare Pavese dice a se stesso il 18 agosto 1950. Lo scrive anche a noi, comunque.

Quest'uomo ideale e speciale non è Matteo Renzi, per forza di cose. Si capisce. Ma Renzi ha un ruolo, rispetto a Rambaudo: è il suo precursore.

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